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Vincenzo: “Curo pazienti ‘invisibili’, perché la droga si nasconde dietro una vita normale”

Vincenzo Bove 

Vincenzo Bove, psicopedagogista da oltre trent’anni accanto alle persone con dipendenze, dice: “Non siamo i nostri errori. Anche quando sembra tutto perduto, si può ricominciare”

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Ci sono persone che la droga porta via dalla vita. E altre che riescono a nasconderla così bene da continuare a vivere come se nulla fosse. Lavorano. Crescono i figli. Incontrano gli amici. Fanno progetti. Sembrano avere tutto sotto controllo. Sono i pazienti invisibili. E sono quelli che Vincenzo Bove, psicopedagogista che dal 1989 lavora nel campo delle dipendenze, ha imparato a riconoscere dietro una normalità solo apparente.

La sua è una battaglia che comincia molto prima della droga: nel momento in cui una persona smette di essere vista per quello che è e finisce per coincidere con la propria dipendenza, con i propri errori, con le proprie cadute. “Una persona non coincide mai con il proprio errore”, racconta Bove.

Vivere – Tutte le storie

Le storie

È una convinzione che attraversa il suo lavoro e che prende forma anche nelle storie raccolte nel libro Restare (ed.Il Quaderno), nove racconti di dipendenza, fragilità e possibilità di ricominciare. Una di queste arriva da molto lontano. Gaetano è detenuto in un carcere di Bali. La sua vita potrebbe sembrare ormai segnata dalla condanna, dalla distanza da casa, dalla droga e da quella parola che ripete spesso quando racconta la propria caduta: “pazzo, pazzo, pazzo”. Poi accade qualcosa di inatteso. Legge Restare. Lo traduce in indonesiano. Il comandante del carcere gli permette di portarlo dentro la struttura e di condividerlo con gli altri detenuti. È un gesto piccolo, ma per Bove racchiude il senso di tutto il suo lavoro.

“Quando penso a Gaetano – racconta – non penso soltanto a un uomo che deve scontare una pena. Penso a una persona che ha ancora una storia da scrivere”. È da qui che bisogna ripartire. “Perché parlare di droga, oggi, significa soprattutto parlare di persone. E significa imparare a riconoscere una dipendenza anche quando non ha il volto che immaginiamo”.

La cocaina che non fa rumore

Quando Bove comincia a lavorare nel SerT, la cocaina occupa un posto diverso nell’immaginario collettivo. Oggi la sostanza è molto più trasversale. Può entrare nella vita di un ragazzo, ma anche in quella di un professionista, di un imprenditore, di un genitore. È la cocaina invisibile. Quella che non distrugge immediatamente una vita e proprio per questo può essere più difficile da riconoscere. La persona continua a lavorare, a uscire, a occuparsi della famiglia. Dall’esterno sembra stare bene.

“Il primo inganno è proprio questo: continuare a funzionare. Funziono ancora diventa una delle giustificazioni più frequenti. Ma funzionare non significa necessariamente stare bene”, spiega l’esperto. Anche il consumo concentrato nel fine settimana non è automaticamente innocuo. Il punto non è soltanto la quantità, ma il rapporto che si è creato con la sostanza. Se senza cocaina non ci si sente più capaci di divertirsi, lavorare, affrontare una serata o sentirsi sicuri, quella sostanza ha già cominciato a occupare uno spazio che va oltre il semplice consumo.

Quella fame che non è fame

Ma per capire una dipendenza bisogna guardare oltre la sostanza. C’è chi cerca energia. Chi cerca euforia. Chi sicurezza. Chi vuole sostenere ritmi che sente di non riuscire più a reggere. E c’è chi, dietro il consumo, cerca soprattutto di non sentire. La paura. La solitudine. La sofferenza. Un senso di inadeguatezza. Bove racconta la storia di Luca e una frase apparentemente semplice: “Non ho mai avuto fame”. Non è la fame del corpo. È la fame di qualcosa che non è stato riconosciuto, ascoltato, accolto. Per questo smettere di assumere una sostanza è soltanto una parte del percorso. Bisogna capire anche che cosa quella sostanza stava cercando di coprire. La dipendenza, però, non riguarda mai soltanto chi ne soffre.

La famiglia come risorsa

“Coinvolge la famiglia, gli amici, le persone più vicine. La famiglia può essere una risorsa fondamentale, ma può anche finire per proteggere il proprio caro dalle conseguenze delle sue azioni: coprire, giustificare, pagare debiti, inventare scuse. Proteggere continuamente una persona dalle conseguenze delle sue azioni può impedirle di rendersi conto che ha bisogno di cambiare”, spiega. La parola che Bove sceglie è presenza. Essere presenti non significa approvare tutto. Significa poter dire: io ci sono, ma non posso vivere al posto tuo. Anche un “No”, quando serve, può diventare una forma di cura.

Restare

È il significato di Restare: non abbandonare una persona proprio quando è più difficile riconoscerla, senza però rinunciare ai propri confini. Nel percorso di recupero, l’intervento medico e psicologico resta fondamentale. Ma per Bove c’è qualcosa che viene dopo, o meglio, insieme. “Imparare di nuovo a vivere. Perché recuperare non significa soltanto smettere di assumere una sostanza. Significa ritrovare fiducia, relazioni, capacità di scegliere”, dice. Anche una ricaduta non cancella necessariamente il percorso fatto. Può diventare un momento per capire cosa è successo e dove si è interrotta la capacità di scegliere. La dipendenza non è una condanna definitiva.

Cadere e rialzarsi

Dopo più di trent’anni trascorsi accanto a persone e famiglie alle prese con le dipendenze, Bove ha imparato una cosa che forse vale per tutti. “Siamo molto più fragili di quanto immaginiamo. E ho imparato che la fragilità non è una colpa”. È probabilmente questo il filo che unisce le storie raccolte da Bove. Non soltanto la caduta, ma la possibilità che qualcuno rimanga accanto a chi sta cadendo.

Gaetano, dall’altra parte del mondo, lo dimostra a modo suo. Una persona detenuta, ferita, apparentemente lontana da ogni possibilità di riscatto, prende un libro, lo traduce e decide di condividerlo. Perché anche dentro un carcere può ricominciare una storia. E allora, alla persona convinta di poter smettere quando vuole, Bove non direbbe semplicemente di smettere. Le chiederebbe di “fermarsi e domandarsi perché ne ha bisogno. Perché il problema non è soltanto quanto si consuma. È ciò che quella sostanza è diventata. E soprattutto c’è una cosa da fare prima che sia troppo tardi: chiedere aiuto” dice l’autore. Non significa essere deboli. Significa avere ancora la forza di scegliere. E forse è proprio lì che comincia il percorso del Restare.