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Il futuro che i ragazzi non vogliono perdere

Nelle proteste degli studenti c’è anche il desiderio di trovare un posto nel mondo, e dovremmo riconoscere il valore di chi prova ancora a costruirlo insieme agli altri

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Un ragazzo può dirci che non sa cosa fare dopo la scuola perché, prima ancora di scegliere, ha cominciato a chiedersi quanto costerebbe il suo desiderio e quanto peserebbe sulla famiglia. Noi vediamo l’indecisione, cerchiamo di incoraggiarlo, magari gli ricordiamo le capacità che possiede, mentre lui sta già riducendo le proprie aspettative per evitare di chiedere qualcosa che teme di non poter avere. Penso anche a questa possibilità guardando gli studenti che manifestano in Francia e in Italia, perché le richieste sulle condizioni della scuola e sulle opportunità di studio riguardano la vita che ciascuno sta cercando di immaginare. Sono contento che provino a occuparsene insieme, rendendo discutibile in pubblico ciò che altrimenti rischierebbe di rimanere una preoccupazione personale, con il carico di vergogna che può accompagnare la sensazione di non essere all’altezza. Abbiamo insistito molto sull’importanza di credere in sé stessi, come se dalla fiducia nelle proprie capacità potesse dipendere quasi tutto, e qualche volta abbiamo lasciato ai ragazzi anche la responsabilità di spiegarsi perché quella fiducia non bastasse.

Ansia e senso di impotenza

Da psicoterapeuta credo sia necessario interrogarsi su questo punto, soprattutto quando parliamo della loro ansia senza considerare quanto spazio abbiano per intervenire su ciò che li preoccupa. Un adolescente può ricevere molte rassicurazioni e continuare a sentirsi impotente, perché essere sostenuto negli sforzi non gli restituisce automaticamente la possibilità di contribuire alle scelte che riguardano la sua vita. Nella partecipazione di questi giorni leggo anche il tentativo di cercare quella possibilità, attraverso il confronto con altri che stanno ponendosi domande simili.

Il mondo che abbiamo costruito

Per noi adulti può essere difficile accettare che questo tentativo comporti una critica al mondo che abbiamo costruito, soprattutto se sentiamo di aver fatto molti sacrifici per i nostri figli. Ci viene da spiegare quanto siano complicate le cose, e certamente lo sono, ma dobbiamo fare attenzione a non usare la complessità per scoraggiare in partenza ogni iniziativa. Un ragazzo ha bisogno di scoprire anche che il proprio contributo può servire a qualcuno, che nella scuola e nella comunità esiste qualcosa per cui valga la pena assumersi un impegno.

Quando gli consigliamo di pensare soltanto a studiare, magari perché la sua famiglia può garantirgli un percorso, rischiamo di trasmettergli l’idea che interessarsi alle condizioni degli altri sia una distrazione dalla propria riuscita. Poi ci preoccupiamo se lo vediamo concentrato esclusivamente su sé stesso. Ci sono genitori e insegnanti che stanno accompagnando le mobilitazioni, accettando la fatica di discutere le proposte dei ragazzi e di chiedere loro conto delle conseguenze, senza considerarli troppo giovani per avere qualcosa da dire.

Violenze e partecipazione pacifica

Chi commette violenze deve risponderne, senza che le sue azioni cancellino il significato della partecipazione pacifica. Credo che dovremmo prestare attenzione soprattutto a ciò che questi ragazzi impareranno dall’esperienza, perché il loro rapporto con la società si costruisce anche attraverso le risposte che ricevono quando provano a entrarci con un’idea propria. Potranno scoprire che una proposta va rivista, che una richiesta incontra limiti reali, e avranno comunque fatto un’esperienza utile se qualcuno sarà rimasto a discuterne con loro. Mi auguro che possano accorgersi anche di aver contribuito a cambiare una decisione, fosse pure una questione circoscritta alla loro scuola. Sarebbe un modo concreto per sentirsi capaci di partecipare alla vita che li aspetta, invece di dover continuare soltanto a prepararsi per quando qualcuno li riterrà abbastanza grandi.

Giuseppe Lavenia è psicologo, psicoterapeuta e docente universitario. Da oltre vent’anni si occupa di adolescenza, relazioni, benessere psicologico e impatto delle tecnologie sulla vita quotidiana. Ha fondato l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.)