Negli ultimi anni della sua vita, le celebri ninfee di Claude Monet persero le loro caratteristiche sfumature blu e violette, assumendo toni sempre più fangosi, rossastri e giallognoli. Era il sintomo clinico di una cataratta bilaterale in stadio avanzato. Il cristallino del pittore impressionista, invecchiando, si era opacizzato, agendo come un vero e proprio filtro in grado di bloccare le lunghezze d’onda corte della luce. Solo dopo l’intervento chirurgico al quale si sottopose nel 1923, Monet tornò a percepire i blu, al punto da distruggere alcune delle tele dipinte nel periodo di maggiore compromissione visiva. A distanza di un secolo, la cataratta rimane la principale causa di riduzione della capacità visiva a livello globale, ma il panorama clinico e tecnologico è radicalmente mutato. Nel solo territorio italiano si stima che ogni anno vengano eseguite oltre 550mila procedure per la sostituzione del cristallino, rendendo questo intervento uno dei più eseguiti e standardizzati in assoluto.
Il peso epidemiologico e la fisiopatologia
La cataratta consiste essenzialmente in un processo di degradazione strutturale e di invecchiamento: con l’avanzare dell’età, le proteine che compongono il cristallino (la lente biconvessa naturale posta dietro l’iride, deputata a mettere a fuoco la luce sulla retina) vanno incontro a denaturazione, causando una progressiva perdita di trasparenza. “Oggi tendiamo a rimuoverla sempre più precocemente ed è quindi difficile dare una stima reale dei casi in Italia”, spiega Luciano Quaranta, direttore e fondatore del Centro Oculistico Italiano. “Tendenzialmente è una malattia della terza età e colpisce soprattutto dopo i 60 anni ma può essere anche congenita. Inoltre, è più precoce nel paziente diabetico o tra alcuni lavoratori maggiormente esposti, per motivi professionali, alla luce solare”. Il quadro sintomatologico è insidioso. “La cataratta ha conseguenze negative sulla vista e più in generale sulla qualità di vita dei pazienti”, aggiunge l’esperto. “Infatti provoca un annebbiamento graduale della vista che si accompagna ad una scarsa visione notturna. Altri sintomi sono l’abbagliamento, l’ipersensibilità alla luce o anche la visione sbiadita dei colori. Chi soffre della malattia può percepire immagini sdoppiate o quasi sempre circondate da fastidiosi aloni”.
Un’evoluzione clinica secolare
L’approccio chirurgico a questa condizione ha attraversato millenni. Fin dall’antica medicina indiana e romana, l’unica pratica nota era la cosiddetta “reclinazione” (o couching), in cui un ago veniva inserito nell’occhio per spingere il cristallino opaco nel corpo vitreo, liberando l’asse visivo ma privando il paziente della capacità di messa a fuoco. Il salto clinico moderno si deve a due figure: l’oftalmologo inglese Harold Ridley che, osservando i frammenti di plexiglass inerti rimasti negli occhi dei piloti della RAF durante la Seconda Guerra Mondiale, ideò nel 1949 la prima lente intraoculare artificiale; e l’americano Charles Kelman, che nel 1967 mutuò l’uso degli ultrasuoni dagli strumenti odontoiatrici per frammentare il cristallino e aspirarlo attraverso una micro-incisione. “Gli interventi che svolgiamo sono diventati meno invasivi nel corso degli anni grazie ad un’evoluzione rapida delle tecniche chirurgiche”, commenta Quaranta. “Siamo passati dall’anestesia generale a quella locale fino all’utilizzo delle tecnologie laser di grande efficacia”.
Facoemulsificazione e chirurgia bilaterale
Oggi lo standard di cura affianca agli ultrasuoni il laser a femtosecondi, una tecnologia in grado di automatizzare i passaggi più delicati del taglio preservando i tessuti circostanti. Nonostante i volumi, si tratta di microchirurgia complessa: “Per quanto frequente è pur sempre un intervento chirurgico vero e proprio che va svolto da specialisti esperti e da personale medico-sanitario in grado in gestire tutte le eventuali complicanze”, sottolinea il direttore. Tuttavia, il controllo del rischio operatorio permette nuove opzioni.
“Oggi il livello di sicurezza è diventato così elevato che si tende a proporre a pazienti, che ne hanno la necessità, anche l’intervento bilaterale in contemporanea”, prosegue il professore. “È, infatti, disponibile una moderna tecnica chiamata facoemulsificazione o anche laser assistita (FEMTO-FACO). Con l’intervento asportiamo il cristallino opaco e lo sostituiamo con delle lenti intraoculari di ultima generazione che permettono una ottimale visione sia da lontano che da vicino”. Questa via non è però applicabile indistintamente a tutta la casistica clinica: l’operazione bilaterale simultanea “è riservata a pazienti fortemente selezionati e che necessitano di un recupero rapido o che, dopo intervento monolaterale, riscontrano differenze nella capacità di vista tra i due occhi. Oppure viene eseguita per eliminare vizi refrattivi molto elevati come la miopia, l’ipermetropia o l’astigmatismo”.
I limiti ottici e il compromesso delle lenti intraoculari
Dal punto di vista ottico, l’impianto di lenti intraoculari premium multifocali rappresenta uno strumento valido per correggere i difetti refrattivi pregressi (“I vantaggi sono molteplici e soprattutto, attraverso la chirurgia, si elimina la ‘schiavitù’ dagli occhiali”, nota Quaranta), ma impone un compromesso fisico. Per dividere la luce incidente tra fuochi diversi (vicino e lontano), queste lenti utilizzano anelli diffrattivi microscopici che comportano inevitabilmente una certa dispersione di luce. È un limite metodologico intrinseco alla fisica delle lenti di cui la medicina tiene conto. “Tuttavia, le lenti intraoculari non sono sempre perfette e creano a volte qualche disagio”, ammette Quaranta. “Per esempio, causano lievi abbagliamenti la sera con i fari dell’auto e quindi la guida può risultare un po’ difficile. Oppure in alcuni casi non sempre la lettura in ambienti poco luminosi è facile”. Fenomeni come il glare (abbagliamento) richiedono perciò una valutazione attenta. “Quindi ogni singolo paziente va edotto sui limiti tecnologici di lenti comunque estremamente performanti”, precisa il medico. L’informazione accurata sui rischi e sui limiti della procedura resta centrale. “Perciò consigliamo fortemente a chi soffre di questi problemi di vista di rivolgersi ad un medico specialista”, conclude il direttore. “La cura della malattia è oggi possibile e può essere garantita attraverso trattamenti estremamente sicuri”.