Linfoma: allenamento e dieta personalizzati per sopportare meglio la chemioterapia
di Anna Lisa BonfranceschiUn coach e un dietista seguono i pazienti a distanza. Il protocollo, presentato al congresso americano di Ematologia, ha l’obiettivo di ridurre gli effetti collaterali legati al trattamento e aumentare l’aderenza
Meno ansia, meno affaticamento, meno dolore e meno problemi intestinali, come stipsi. E più forza e una maggiore capacità di camminare. In una parola: meglio. Sono i primi risultati osservati in un gruppo di pazienti con linfoma accompagnati durante la chemioterapia da un programma di nutrizione basato su dieta mediterranea e allenamento personalizzato, presentati nei giorni scorsi durante il congresso dell’American Society of Hematology, a Orlando, e che lasciano ben sperare gli esperti. “Se riusciamo ad aiutare i pazienti a sentirsi più forti e a ridurre gli effetti collaterali, non solo ne miglioriamo la qualità della vita, ma li aiutiamo anche a completare tutta la terapia prescritta, e questo è fondamentale per i risultati”, ha commentato Tracy Crane dalla Miller School of Medicine dell’Università di Miami, a capo dello studio.
Il progetto Life-L per i pazienti con linfoma
Lo scopo del progetto Life-L (Lifestyle Intervention of Food and Exercise for Lymphoma Survivors) è quello infatti di capire se e in che misura interventi sugli stili di vita possano aiutare i pazienti ematologici, come quelli con linfoma, ad affrontare meglio la fase della chemioterapia e gli effetti collaterali che questa comporta. Per capirlo, Crane e colleghi hanno arruolato una settantina di pazienti, alcuni dei quali durante il periodo della chemioterapia sono stati seguiti a distanza da un dietista e un coach, ricevendo indicazioni personalizzate una volta a settimana. Gli esercizi prescritti, di forza e aerobici, erano attività che potevano essere svolte a casa.
I pazienti inclusi nello studio (con linfomi di Hodgkin or non-Hodgkin) avevano ricevuto da poco la diagnosi e erano valutati, spiegano gli autori, in quattro diversi momenti (prima, due volte durante la chemioterapia, e a un mese circa dalla fine dei trattamenti). Le valutazioni sono state condotte sia facendo uso di test da parte dei clinici, per valutare la funzionalità dei movimenti, sia raccogliendo le esperienze riferite dagli stessi pazienti, attraverso dei questionari ad hoc. I pazienti hanno partecipato attivamente al programma (con tassi oltre l’80%), e in chi lo faceva si osservava una minor incidenza di sintomi quali ansia, dolore o fatigue (in percentuali variabili, ma in alcuni casi praticamente dimezzati). Anche la forza di presa della mano e la capacità di movimento erano migliori in chi aveva seguito il protocollo, mentre gli effetti a livello di eventuali difficoltà respiratorie sembrano rimasti invariati.
Obiettivo: aiutare i pazienti a completare i trattamenti
I dati presentati a Orlando sono i primi che arrivano dal progetto, che è ancora in corso. Ora i ricercatori cercheranno di capire quanto si mantengano nel tempo e in che modo si colleghino agli esiti della chemioterapia e alla sopravvivenza. “L'obiettivo è mantenere i pazienti al di sopra dell'85% (dei cicli di chemioterapia previsti, nda) e, per raggiungere questo obiettivo, devono essere sufficientemente sani da poter tollerare la dose prescritta – ha concluso Melissa Lopez, tra le ricercatrici coinvolte nel progetto – Perché sappiamo che se i pazienti ricevono meno dell'85% della chemioterapia prescritta, questo influenza la loro sopravvivenza”.