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Lupus, un anticorpo monoclonale al centro della terapia mirata

(Foto: pocketlight/E+/Getty Images) 

Uno studio di fase III dimostra che obinutuzumab, già approvato in Europa per la nefrite lupica, riduce significativamente le recidive e raddoppia il tasso di remissione nel Les

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Colpisce oltre tre milioni di persone nel mondo, soprattutto donne in età fertile: ma a dispetto di questi numeri, possono volerci anni per una diagnosi accurata. È il Lupus Eritematoso Sistemico (Les), una malattia autoimmune complessa e cronica, i cui sintomi includono fatigue (stanchezza profonda di origine inspiegabile), gonfiore e dolori alle articolazioni di mani, polsi, ginocchia, e manifestazioni cutanee come l’eritema sul viso. Ma c’è di più: circa la metà dei pazienti infatti sviluppa nefrite lupica, una complicazione a carico dei reni.

Dalla nefrite lupica al Les

Per molti anni, la terapia d’elezione per le persone con Les è consistita nell’uso di corticosteroidi, gli ormoni come il cortisone dall’azione antinfiammatoria e immunosoppressiva, per fermare la malattia attiva. Ora però uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine mostra come un anticorpo monoclonale che già aveva mostrato risultati positivi sulla nefrite lupica abbia le carte in regola per controllare in modo significativo anche il Les, prevenendo danni potenzialmente letali agli organi vitali e diventando un nuovo standard di cura per questa malattia.

Un’azione mirata

Lo studio di fase III Allegory ha verificato l’efficacia e la sicurezza di obinutuzumab in adulti affetti da lupus eritematoso sistemico. Si tratta di un anticorpo monoclonale umanizzato progettato per indurre la morte diretta dei linfociti B, le cellule del sistema immunitario adattativo responsabili della produzione di anticorpi per combattere infezioni. Nel Les queste cellule risultano alterate e producono autoanticorpi che attaccano i tessuti sani del corpo. Obinutuzumab si lega in modo specifico ai recettori CD20 presenti su determinati tipi di linfociti B, e scatena la sua azione tossica senza provocare danni alle altre cellule.

Più remissioni, meno recidive

Lo studio ha arruolato circa 300 persone, randomizzate per ricevere obinutuzumab o placebo per un periodo fino a un anno (52 settimane), seguito da una fase in aperto con obinutuzumab fino a 104 settimane. I risultati pubblicati sul Nejm dicono infatti che il 76,7% dei pazienti trattati con obinutuzumab più terapia standard ha ottenuto un miglioramento di almeno quattro punti nell’indice Sle Responder Index 4 (l’indice composito validato utilizzato per misurare la risposta terapeutica nei trial clinici sul lupus) a 52 settimane, rispetto al 53,5% del gruppo trattato con placebo, con un tasso di remissione più che raddoppiato (35,1% contro 13,8%) e un miglioramento nel tempo mediano alla prima recidiva (misurato tramite l’indice Bilag), un fattore cruciale per prevenire danni permanenti agli organi. Il profilo di sicurezza del farmaco è risultato coerente con quanto già noto.

Aspettando l’approvazione per il Les

“Il lupus richiede strategie mirate per prevenire danni d’organo irreversibili. In questo contesto, i dati dello studio Allegory, confermando quanto già visto nello studio Regency per la nefrite lupica, evidenziano il ruolo di obinutuzumab come rilevante soluzione terapeutica, capace di offrire un controllo efficace della malattia con un profilo di sicurezza favorevole e ben definito”, commenta Andrea Doria, Presidente della Società Italiana di Reumatologia (Sir). Oggi l’anticorpo monoclonale è approvato negli Stati Uniti e nell’Unione Europea per il trattamento degli adulti con nefrite lupica, e in 100 paesi per diversi tipi di tumori ematologici. Se approvato dalle autorità regolatorie anche per il Les (attualmente in discussione con Fda ed Ema), rappresenterebbe la prima terapia anti-CD20 di tipo II per questa malattia.