Tumore dell'ovaio: la maternità è possibile, anche nelle forme rare
Uno studio italo-britannico sui tumori germinali maligni dell'ovaio apre la strada a cure più personalizzate. E a preservare, quando possibile, la fertilità nelle pazienti più giovani
Sono rari, aggressivi, e colpiscono soprattutto ragazze giovani, spesso ancora in età fertile. I tumori germinali maligni dell'ovaio rappresentano appena l'1-2% di tutti i tumori ovarici, ma proprio per la loro rarità sono rimasti a lungo poco studiati, con dati insufficienti per definire con precisione le strategie terapeutiche più efficaci. Ora uno studio internazionale pubblicato sul Journal of Clinical Oncology fa luce su questi tumori con la più grande casistica disponibile a livello globale per pazienti con malattia avanzata.
La ricerca è frutto della collaborazione tra l'Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, nell'ambito del network Mito (Multicenter Italian Trials in Ovarian Cancer), e il Charing Cross Hospital di Londra. Protagonisti del lavoro sono, per la parte italiana, Alice Bergamini, prima autrice dello studio, e Giorgia Mangili, co-coordinatrice della ricerca, insieme a Michael Seckl del Charing Cross Hospital.
Dati solidi su una malattia rarissima
Fino ad oggi la gestione clinica di questi tumori si basava su casistiche frammentate e studi di piccole dimensioni. A differenza dei tumori germinali del testicolo, per i quali esistono sistemi prognostici consolidati e riconosciuti a livello internazionale, nella versione femminile della malattia mancavano dati abbastanza robusti da consentire una stratificazione accurata del rischio e una personalizzazione reale dei trattamenti. “I tumori germinali dell'ovaio sono patologie rare e complesse, che richiedono ricerca condivisa e collaborazione internazionale”, sottolinea Bergamini. Proprio perché i casi sono pochi e distribuiti in diversi centri, costruire reti collaborative diventa quindi fondamentale per raccogliere dati solidi e migliorare la cura delle pazienti.
Lo studio retrospettivo multicentrico di Bergamini si basa su dati clinici relativi a 254 pazienti, raccolti nel corso di decenni (1971-2018) presso centri specialistici italiani (network Mito) e britannici (Charing Cross Hospital e Mount Vernon Cancer Center). L’analisi, in particolare, ha analizzato l'età delle pazienti (con una mediana di 27 anni), il tipo istologico del tumore, lo stadio della malattia e la risposta ai trattamenti, valutando gli esiti a lungo termine. Il trattamento di prima linea è costituito da chirurgia seguita da chemioterapia, principalmente con i regimi BEP o POMB/ACE, protocolli a base di platino in cui diversi farmaci vengono combinati per massimizzare l'efficacia. I risultati mostrano che questa strategia terapeutica ha ottenuto una risposta completa nell'84,6% dei casi. La sopravvivenza libera da progressione a dieci anni è risultata dell'82,8%, mentre la sopravvivenza cancro-specifica (ovvero la percentuale di pazienti che non muore a causa di questo tumore) si è attestata all'83,2%.
Chi rischia di più: i fattori prognostici identificati
Uno degli obiettivi centrali dello studio era identificare i fattori associati a una prognosi peggiore. L'analisi ha evidenziato tre elementi chiave: l'età superiore ai 35 anni, uno stadio avanzato della malattia (III o IV) e la forma di non-disgerminoma, che tende ad essere più aggressiva, a rispondere meno bene alla chemioterapia e ad avere prognosi peggiore. Al contrario, alcune forme come il disgerminoma e il teratoma immaturo di grado elevato hanno mostrato tassi di sopravvivenza a dieci anni molto buoni.
Un dato particolarmente significativo riguarda le pazienti con malattia in stadio IV, cioè con diffusione metastatica: anche in questi casi, la sopravvivenza a lungo termine si avvicina all'80%, un risultato che supera le aspettative e che potrebbe ridefinire l'approccio clinico per questa categoria di pazienti. Lo studio ha inoltre chiarito il ruolo della chemioterapia ad alte dosi nelle recidive: è efficace se somministrata alla prima ricaduta, perde invece di efficacia nelle recidive successive.
“Avere a disposizione una casistica internazionale così ampia e con un follow-up a lungo termine ci consente di comprendere meglio quali pazienti abbiano prognosi più favorevoli e quali, invece, possano beneficiare di strategie terapeutiche più intensive e personalizzate”, commenta Mangili, co-coordinatrice del gruppo Mito dedicato ai tumori rari ginecologici.
Guarire senza rinunciare alla maternità
Uno degli aspetti più delicati di questo studio riguarda però la fertilità. Poiché la malattia colpisce prevalentemente donne giovani, l'obiettivo terapeutico non è soltanto oncologico: è anche quello di preservare, quando possibile, la capacità riproduttiva delle pazienti. Ebbene, i dati mostrano che oltre la metà delle 254 pazienti ha potuto beneficiare di una chirurgia conservativa - la cosiddetta fertility-sparing - che rimuove il tumore mantenendo utero e parte del tessuto ovarico sano. La buona notizia è che questa scelta non ha peggiorato la prognosi oncologica, nemmeno nei casi di malattia avanzata.
Un mosaico costruito insieme
Lo studio apre la strada a nuove ricerche per comprendere se le pazienti a più alto rischio possano beneficiare precocemente di trattamenti più intensivi. Ma è essenziale il follow-up prolungato nel tempo: sebbene la maggior parte delle recidive si manifesti nei primi due anni dalla fine delle cure, alcuni casi sono stati osservati anche molti anni dopo. “Le malattie rare sono come piccoli frammenti di un mosaico: solo mettendo insieme esperienze, dati e competenze internazionali possiamo riuscire a vedere il disegno completo”, conclude Massimo Candiani, direttore dell'Unità di Ginecologia e Ostetricia dell'Irccs Ospedale San Raffaele. “Questo studio dimostra quanto la collaborazione scientifica sia oggi essenziale per migliorare concretamente la cura delle pazienti”.