Biopsia liquida per trovare i tumori? La strada è ancora lunga
Letizia GabaglioUno studio che voleva dimostrare la capacità di un test di scovare tracce di malattia oncologica ai primi stadi ha fallito il suo obiettivo. Lo ha reso pubblico l’azienda che lo produce. In attesa della pubblicazione ufficiale dei risultati, la cautela è d’obbligo
Il cammino è segnato, ma per arrivare alla meta il viaggio è ancora lungo. È la morale che si trae dall’affaire Galleri, il test del sangue che prometteva di scovare i tumori nelle fasi iniziali in persone apparentemente sane, aumentando – almeno sulla carta – la loro sopravvivenza. I primi risultati, presentati alla comunità scientifica in occasione del congresso della Società europea di oncologia lo scorso anno, avevano fatto ben sperare; ma ora l’azienda che produce il test, Grail, ha annunciato che lo studio intrapreso con il servizio sanitario britannico (Nhs) non ha raggiunto il suo endpoint primario: condotto su 142.000 pazienti, non ha prodotto la riduzione sperata nelle diagnosi combinate di tumori al terzo e quarto stadio, ovvero quelli in fase già avanzata e più difficili da trattare.
Nonostante il mancato raggiungimento dell'obiettivo primario, i risultati diffusi dall’azienda possono essere letti positivamente almeno in parte: l'analisi focalizzata esclusivamente sui tumori al quarto stadio ha infatti mostrato una diminuzione di circa un quinto dei casi, suggerendo che il test possa effettivamente individuare le forme di cancro più aggressive e letali quando questi sono ancora ai primi stadi. La sensazione però è che questo non sia abbastanza. “Uno studio che non centra il suo obiettivo primario è tecnicamente fallito: può dipendere da come è stato disegnato o dalla tecnologia che si usa, ma in ogni caso è un risultato negativo. Attenzione, però, che stiamo commentando una comunicazione di tipo economico-finanziaria e non scientifica”, commenta Giancarlo Pruneri, Professore Ordinario di Anatomia Patologica al Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (Dipo) della Statale di Milano. Infatti i risultati dello studio verranno presentati al congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco) a giugno prossimo.
Come funziona il test
Il funzionamento del test Galleri si basa sulla ricerca di frammenti di Dna rilasciati dai tumori nel flusso sanguigno. La tecnologia usata dall’azienda permetterebbe di identificare fino a 50 tipologie diverse di cancro prima ancora che il paziente manifesti alcun sintomo. Come il Galleri, di test per la biopsia liquida ce ne sono molti allo studio, tanto che gli esperti sono convinti che in futuro analizzando il Dna circolante si riuscirà a scovare il tumore quando è ancora ai primi stadi ed è quindi potenzialmente guaribile. “Il test di cui stiamo discutendo è rigoroso, ha una alta validità analitica, una buona sensibilità. L’obiettivo che si è posta l’azienda è sfidante. Ma i dati finora condivisi sono immaturi e allo stato negativi per poter pensare di usarlo”, specifica Pruneri.
Il punto di vista del Servizio Sanitario Nazionale
È evidente che riuscire a scovare il tumore nei primi stadi, quando le probabilità di guarigione sono più alte, è un vantaggio per i pazienti e per il Servizio Sanitario Nazionale, che non deve affrontare i costi di un trattamento lungo. Ma le cautele devono essere massime. Si pensi alla possibilità di falsi positivi, di risultati cioè che indicano – sbagliando - la presenza di un tumore. “Se una persona riceve un risultato di questo genere – anche se lo ha ottenuto privatamente – si rivolgerà poi al servizio sanitario per confermarlo. Impegnando così risorse di tutti a fronte di un’efficacia che non è ancora dimostrata”, ragiona l’anatomopatologo.
Quando arriveranno i dati che ne dimostrano l’efficacia – del test Galleri come di altri – la cosa migliore sarà inserirli all’interno dei programmi di screening oncologici già presenti: cervice uterina, mammella e colon retto. “Nel caso dello screening per il tumore della mammella potremmo usarlo per interpretare meglio le immagini e quindi migliorare la capacità di individuare le neoplasie. Una volta che questo affiancamento avrà validato ulteriormente l’efficacia di questi strumenti, potremmo anche pensare di allargarne l’uso. Ma dobbiamo sempre aver in mente la bilancia economica e il vero dato che ci deve interessare, la capacità di salvare delle vite. Un risultato che al momento non è confermato dai dati”, conclude Pruneri.