Screening oncologici: oltre 50 mila lesioni “perse”. Solo 6,5 milioni rispondono agli inviti (su 14)
di Anna Lisa BonfranceschiI programmi per la diagnosi precoce di cancro al seno, cervice uterina e colon retto non funzionano neanche a metà: Sicilia, Campania e Calabria in fondo alla classifica. L’analisi della Fondazione Gimbe
Gli screening oncologici in Italia per la diagnosi precoce dei tumori al seno, alla cervice uterina e al colon retto, non funzionano neanche a metà: neanche una persona su due di quelle destinatarie dei test si sottopone effettivamente agli esami. Con il risultato che molti dei tumori e delle lesioni potenzialmente intercettabili grazie agli screening si perdono: più di 50 mila solo per il 2024. A fotografare l’adesione e i potenziali effetti della mancata adesione agli screening oncologici in Italia è la Fondazione Gimbe che, sulla base dell’analisi del Report 2024 dell’Osservatorio Nazionale Screening (Ons), lancia un appello per aumentare informazione e organizzazione, a beneficio della salute dei pazienti e della sostenibilità del Sistema sanitario.
Su 14 milioni di inviti, 6,5 milioni di adesioni
“Prevenzione e promozione della salute sono pilastri essenziali per ridurre l’incidenza delle malattie e garantire la sostenibilità del Ssn - ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe - Eppure oggi emerge un paradosso evidente: da un lato milioni di cittadini attendono esami diagnostici, non sempre appropriati; dall’altro milioni non aderiscono ai programmi di screening organizzati”. Numeri alla mano, infatti, a fronte di oltre 14 milioni di inviti, solo 6,5 milioni vi hanno aderito, ricorda Cartabellotta.
Circa la metà degli invitati agli screening dunque non partecipa, rischiando di non intercettare lesioni e tumori in fase precoce. Un rischio che non può essere sempre colmato dall’adesione a controlli di iniziativa spontanea, su cui manca un’attività di monitoraggio, procede il presidente Gimbe. “L’indagine campionaria del sistema di sorveglianza Passi dell’Istituto Superiore di Sanità documenta che molte persone dichiarano di sottoporsi a controlli periodici per ‘iniziativa spontanea’. Per questi test non sono disponibili indicatori oggettivi, quali il tasso di identificazione dei tumori e la percentuale di persone positive che eseguono il test di secondo livello, né controlli standardizzati sulla qualità dei test. Non vi è inoltre alcuna certezza che, in caso di esito positivo, venga attivato un percorso diagnostico-terapeutico adeguato. Infine, un’indagine campionaria, pur fornendo informazioni rilevanti sui fattori di rischio e sui determinanti socio-economici, non consente di certificare la copertura degli screening oncologici per iniziativa spontanea”.
Screening oncologici: un mosaico in Italia
Il riferimento restano gli screening oncologici offerti dal Sistema sanitario nazionale, secondo fasce d’età e cadenze periodiche specifiche, con modalità variabili in alcuni casi da regione a regione. Così avviene per esempio per quel che riguarda le popolazioni target destinatarie degli screening, estese in alcune regioni per quel che riguarda mammografia (non solo tra i 50 e i 69 anni, ma anche alle donne di 45-49 e 70-74 anni) e lo screening del colon-retto (non solo tra i 50 e i 69 anni, ma anche alle persone di 70-74 anni). L’offerta degli screening è solo una delle tante differenze regionali evidenziate dall’analisi di Gimbe: in Italia variano le percentuali e modalità di offerta stessa, l’organizzazione dei percorsi di screening e, a valle, le adesioni.
Sicilia, Campania e Calabria le regioni con i tassi di adesione più bassi
Così, per esempio, l’adesione per lo screening alla mammella è il 74% circa in Emilia Romagna e nella Provincia autonoma di Trento, ma non raggiunge il 30% in Sicilia, Campania e Calabria. Sicilia, Campania e Calabria sono in fondo alla classifica anche per le adesione agli screening cervicale e al colon retto. Emilia Romagna, Veneto, Provincia autonoma di Trento, Umbria e Toscana sono le regioni che registrano le performance migliori in termini di adesione. “Molte Regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, devono rafforzare la propria capacità organizzativa, ma il nodo principale resta la scarsa partecipazione”, commenta ancora Cartabellotta. Scarsa soprattutto nel caso dello screening al colon-retto, che fa registrare un'adesione media in Italia del 33%, con percentuali che oscillano dal 64% in Valle d’Aosta al 4,5% della Calabria.
“I dati Ons 2024 mostrano una crescita sia degli inviti sia della copertura della popolazione - conclude Cartabellotta - Tuttavia, l’Italia resta molto lontana dall’obiettivo fissato nel 2022 dal Consiglio dell’Unione Europea: garantire entro il 2025 una copertura degli screening oncologici di almeno il 90% della popolazione target. Il Piano Nazionale di Prevenzione 2026-2031, recentemente approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, colloca questo traguardo al 2029, con obiettivi intermedi di almeno il 70% nel 2027 e l’80% nel 2028”.
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