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Così il tumore favorisce la perdita di muscoli

(Foto Ansa) 

Parliamo di cachessia neoplastica. Un nuovo studio fa luce sui meccanismi responsabili del forte deperimento che interessa fino all’80% dei pazienti oncologici, identificando nuove possibili strategie di trattamento

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La cachessia neoplastica, una condizione di forte deperimento, comune nei pazienti oncologici, potrebbe essere contrastata anche agendo su target molecolari specifici, migliorando la qualità di vita, la loro possibilità di seguire le terapie e così la storia di malattia. È questo il messaggio che emerge da uno studio pubblicato su Nature Communications guidato dall’italiano Andrea Bonetto della University of Colorado Anschutz di Aurora, che ha evidenziato un meccanismo in particolare con cui il tumore al colon-retto causa causa cachessia. Ma ha fatto anche di più: ha dimostrato che bloccarlo potrebbe effettivamente arrestare la perdita di massa muscolare.

Cachessia: una condizione sistemica complessa

Secondo quanto riferisce Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), nelle linee guida per il trattamento e la prevenzione della cachessia neoplastica, la cachessia è una condizione estremamente comune nei pazienti oncologici, soprattutto nelle fasi più avanzate della malattia. Si stima che interessi fino a circa il 70%-80% dei pazienti, con perdita di peso, di massa muscolare, ed estrema stanchezza. La gestione della cachessia prevede interventi su diversi aspetti, con supporto nutrizionale e terapie farmacologiche, come antinfiammatori (la cachessia è infatti riconosciuta come una condizione sistemica, legata a una condizione di infiammazione cronica). Il team di Bonetto oggi aggiunge qualcosa di più a possibili strategie di gestione della cachessia e si unisce al lavoro di diversi team impegnati a far luce sui meccanismi di questa condizione e su come contrastarli.

Lo studio sulla cachessia

Nel loro studio i ricercatori si sono focalizzati sulla cachessia nei modelli animali con tumore al colon-retto, guardando in particolare al ruolo svolto dal fegato, sulla base di alcuni studi precedenti. La loro ipotesi era che il tumore potesse stravolgere il funzionamento del fegato, favorendo la produzione di sostanze in grado di influenzare il deterioramento muscoloscheletrico. Al centro dell’attenzione c’è la proteina legante il fattore di crescita insulino-simile 1 (IGFBP1), una sostanza prodotta dal fegato che i ricercatori hanno osservato essere presente in elevate quantità nei modelli animali di malattia e nei pazienti con tumore al colon-retto, soprattutto in presenza di metastasi al fegato. Tramite esperimenti in vitro e in vivo negli animali, Bonetto e colleghi hanno osservato che questa proteina può indurre la perdita di tessuto muscolare e densità ossea, ma che gli effetti erano in parte reversibili bloccandola (farmacologicamente o geneticamente). I ricercatori hanno osservato inoltre che in pazienti e animali con la malattia sono elevati anche i livelli di un'altra proteina (il fattore di crescita dei fibroblasti 21, FGF21), che può essere prodotta anch’essa dal fegato ma anche dal tumore. Se si blocca la produzione e l’azione di questa proteine, scrivono i ricercatori, si riducono i livelli IGFBP1 e così il danno muscoloscheletrico.

Un nuovo possibile target per “proteggere il corpo”

Quanto osservato suggerisce l’esistenza di specifici marcatori di cachessia, come i livelli IGFBP1, indicherebbe un possibile meccanismo con cui il tumore stesso la favorisce e dimostra anche che in linea di principio sia possibile intervenire, portando alla luce un nuovo possibile target terapeutico contro questa condizione. Non facile da sfruttare però per gli effetti che entrambe le proteine hanno a livello sistemico su metabolismo e sistema immunitario, per cui bloccarle potrebbe avere conseguenze off-target importanti, sottolineano gli esperti. Il messaggio più ampio è che si possa però aggiungere qualcosa di più a quanto oggi disponibile per la gestione della cachessia, a cui, ricordano gli esperti, si deve il 30% delle morti nei pazienti oncologici. “Dal momento che le evidenze cliniche e precliniche dimostrano già che preservare la massa muscolare può prolungare la vita nei pazienti oncologici, il nostro obiettivo non è necessariamente quello di attaccare direttamente il tumore. Si tratta piuttosto di capire se possiamo proteggere il paziente dai danni che il cancro provoca in tutto il corpo, migliorando in definitiva la qualità della vita e la sopravvivenza”, conclude Bonetto in una nota dell’ateneo americano.