Screening oncologici, aumentano offerta e adesione. Ma il Sud è ancora indietro
di Tiziana MoriconiPubblicati i nuovi dati della Sorveglianza Passi: una donna su 10 pensa di non aver bisogno di fare la mammografia o il test per il tumore della cervice
Meno ampio degli anni passati, ma sempre apparentemente incolmabile. Parliamo del divario tra Nord e Sud per quanto riguarda la partecipazione agli screening oncologici. La buona notizia è che, in generale, sia l’offerta sia l’adesione sono aumentate, in particolare per alcune aree e per alcuni esami, per cui si sta lentamente superando la grande flessione del 2020 dovuta alla pandemia di Covid-19.
A mostrarlo sono i nuovi dati - appena pubblicati e riferiti al biennio 2023-2024 - del Sistema di Sorveglianza Passi dell’Istituto Superiore di Sanità. Come in passato, ad effettuare i controlli per la prevenzione e la diagnosi precoce sono più spesso le persone con un livello di istruzione maggiore o con maggiori risorse economiche, con cittadinanza italiana rispetto a quella straniera, e quelle coniugate o conviventi. Reste però una quota importante di cittadini che non si è mai sottoposto agli screening e che, per la maggior parte, ritiene di non averne bisogno. Ma andiamo con ordine.
Cos’è il Sistema di Sorveglianza Passi
Prima di scendere nel dettaglio dei numeri, è importante capire di cosa parliamo. Il Sistema Passi è un’indagine statistica che si basa su interviste telefoniche mensili condotte da personale delle Asl su un campione molto grande di residenti tra i 18 e i 69 anni, estratto a caso dagli elenchi delle anagrafi sanitarie (i dati non tengono conto della Lombardia, che dal 2017 non partecipa alla sorveglianza). Indaga in modo continuato diversi aspetti relativi allo stato di salute dei cittadini, tra cui anche la partecipazione agli esami per la prevenzione oncologica, sia all’interno dei programmi di screening regionali organizzati e gratuiti, sia spontanea (ossia, gli esami come la mammografia e il test per il papillomavirus a livello della cervice uterina eseguiti di propria iniziativa, in strutture pubbliche o private, di solito a pagamento).
Le differenze sociali
Il sistema fornisce delle informazioni diverse e complementari rispetto a quelle raccolte dall’Osservatorio nazionale screening (Ons), che riporta i dati degli screening organizzati e gli indicatori necessari a valutare il servizio. In questo caso, infatti, la fonte sono i cittadini stessi. “C’è una forte collaborazione tra il Sistema Passi e l’Ons: i due report si integrano per dare contezza di una stessa realtà - spiega a Salute Maria Masocco, Responsabile della Sorveglianza Passi - La peculiarità del nostro sistema sta nel fatto di fornire il profilo delle persone che rispondono, e permette di fare emergere i determinanti sociali alla base delle disuguaglianze di salute. E si legge chiaramente dai nostri dati quanto gli screening organizzati e gratuiti mitighino le differenze socio-culturali e le disuguaglianze, rafforzando l’importanza della chiamata attiva da parte dei sistemi sanitari come porta di accesso alla prevenzione”.
I dati sullo screening per il tumore al seno
Cosa ci dice, oggi, il Sistema Passi per il biennio 2023-24 (tutti i dati sono facilmente fruibili online)? Partiamo dalla diagnosi precoce del tumore al seno nella fascia di età tra i 50 e i 69 anni. Sulla base delle interviste fatte a 16.445 donne, si stima che circa il 75% delle residenti in Italia abbia effettuato una mammografia nei tempi raccomandati dalle linee guida nazionali e internazionali (che in questa fascia di età prevedono di sottoporsi alla mammografia una volta ogni due anni): il 55% lo ha fatto all’interno degli screening mammografici (rispondendo all’invito della propria Regione/Asl), mentre circa il 20% lo ha fatto su iniziativa personale al di fuori dei programmi gratuiti organizzati.
Si mantiene un chiaro gradiente Nord-Sud, con una copertura totale dell’86% al Nord, dell’80% al Centro e del 62% al Sud. Il Friuli Venezia Giulia risulta la Regione con la copertura maggiore (90%), e la Calabria quella con la copertura inferiore (46%).
Una donna su 10 non ha mai fatto una mammografia
Alta la quota delle 50-69enni che non hanno fatto diagnosi precoce: ben il 10% non si è mai sottoposta a un controllo mammografico, e il 15% ha lasciato passare più di due anni dall’ultimo. Proiettando queste percentuali sulla popolazione femminile in questa fascia di età residente in Italia, si tratterebbe di quasi 100 mila donne nel primo caso e di oltre due milioni e 200 mila complessivamente.
L’indagine Passi indaga anche i motivi dei mancati controlli. Ecco i principali: quasi il 20% di chi non ha eseguito la mammografia “pensa di non averne bisogno”; il 17,4% “non ha ricevuto nessuna convocazione”; quasi il 15% “non ha avuto tempo”; quasi il 14% “per pigrizia”. Segue una sfilza di “nessuno me lo ha consigliato”, “ho paura dei risultati dell’esame”, “è difficile prendere contatti con la Asl”, “è un esame fastidioso o doloroso”, “mi sento imbarazzata”, e così via.
I dati sullo screening per il tumore del collo dell’utero
Veniamo ora allo screening per il tumore della cervice uterina (o del collo dell’utero) tramite Pap test o Hpv-Dna Test, che individuano le infezioni o le lesioni da Papillomavirus umano (Hpv), causa di questa neoplasia. In questo caso, le linee guida raccomandano i test alle donne fra i 25 e i 64 anni, con modalità diverse a seconda della fascia di età e dall’avere o meno effettuato la vaccinazione completa per Hpv. Bene, l’indagine, svolta su 27.852 donne, rivela che il 78% delle residenti in Italia li ha eseguiti nei tempi indicati: circa il 47% partecipando ai programmi organizzati e circa il 31% su iniziativa personale (per esempio tramite il proprio ginecologo).
Il gradiente geografico Nord-Sud qui è netto e divide l’Italia in due, con coperture mediamente pari all’84% nelle Regioni del Nord e Centro Italia (90% in Friuli Venezia Giulia) e 69% nelle Regioni del Sud (di nuovo, le coperture minime si registrano in Calabria, con il 59%).
Anche qui abbiamo un 11% di donne che non si è mai sottoposta ai test e, di nuovo, la motivazione principale è “penso di non averne bisogno”, seguita da “non ho ricevuto nessuna convocazione”, “non ho avuto tempo”, “per pigrizia”.
I dati sullo screening per il tumore del colon-retto
I dati più bassi riguardano (da sempre) lo screening per il tumore del colon-retto che, secondo le linee guida, consiste nella ricerca del sangue occulto nelle feci ogni due anni oppure in una colonscopia/rettosigmoidoscopia ogni cinque anni, nella fascia di età 50-69enni, per entrambi i sessi. Infatti, meno della metà (47%) degli intervistati (31.670 persone in totale) ha eseguito uno di questi test nei tempi indicati: la gran parte (39%) all’interno dei programmi organizzati regionali e circa l’8% spontaneamente. Dato interessante: senza alcuna differenza legata al genere. “I motivi potrebbero essere diversi - osserva Masocco - Parliamo di un test non invasivo, dal momento che basta portare un campione in farmacia o in una Asl; inoltre quasi tutti hanno partecipato agli screening organizzati, quindi su chiamata attiva. Ma è un aspetto che meriterebbe di essere approfondito”.
Dal punto di vista geografico, la percentuale di chi ha fatto l’esame nel biennio 2023-24 passa dal 62% del Nord al 55% del Centro e ad appena il 30% del Sud. Il dato positivo, comunque, è che la flessione dovuta al Covid sembra essere stata recuperata nel 2024.
Altissima la quota di chi non ha mai fatto questo tipo di prevenzione: il 48%, corrispondente a circa 8,5 milioni di cittadini. Tra chi non ha risposto all’invito di partecipare alla ricerca del sangue occulto nelle feci, quasi una persona su tre ritiene, anche in questo caso, di non averne bisogno. Per il 20% nessuno lo ha consigliato, il 14% non ha ricevuto la lettera di invito. E meno del 3%, infine, non lo fa per imbarazzo.
Fondamentali l’invito e il consiglio del medico
“Le motivazioni fornite indicano la necessità di lavorare di più sulla sensibilità dei cittadini alla prevenzione - commenta l’epidemiologa - Dire che non si ha bisogno di fare prevenzione o diagnosi precoce significa non avere la consapevolezza del rischio. Il 10% può sembrare una piccola percentuale, ma quando la si traduce in numeri assoluti parliamo di tante persone”. Dall’altra parte, l’affermazione ‘nessuno me lo consigliato’ è un'indicazione chiara per i nostri sistemi sanitari ad essere più proattivi, sottolinea Masocco, che conclude: “Le nostre rilevazioni ci mostrano che l’adesione aumenta se riceve l’invito da parte dell’Asl, ma se è anche il medico a consigliarlo, sale ulteriormente. Il consiglio del dottore è fondamentale: ci sono persone che aderiscono anche solo per questo”.