Pressione alta che non scende? Potrebbe nascere (anche) nel cervello
di Federico MeretaLa dieta ricca di sale potrebbe accendere l’infiammazione nel cervello. E favorire l’ipertensione. Si aprono nuove possibili vie per il trattamento
Siamo nel mondo delle ipotesi. Ma quando si parla di pressione alta, forse dovremmo andare oltre i classici dogmi che dicono quanto e come gli aumenti pressori siano legati soprattutto al cuore, ai vasi sanguigni ed ai reni. In certi casi, infatti, bisognerebbe forse puntare l’attenzione sul cervello, specie se si pensa all’azione del sodio. Almeno questa è l’ipotesi che emerge dallo studio pubblicato su Neuron che rivela come, a livello sperimentale, un’alimentazione ricca di sale possa innescare un'infiammazione cerebrale in grado di aumentare, a sua volta, la pressione. La ricerca è stata coordinata da Masha Prager-Khoutorsky della McGill University in collaborazione con un team interdisciplinare della McGill University e il Research Institute del McGill University Health Centre.
Cosa succede nel cervello
La ricerca parte da un presupposto clinico. Una significativa percentuale di pazienti non risponde alle classiche terapie antipertensive che agiscono su meccanismi fisiopatologia cardiaci, circolatori e renali. Si possono verificare diverse situazioni. Nell'ipertensione non controllata, la pressione elevata persiste nonostante il trattamento con due o più farmaci, mentre nell'ipertensione resistente, rimane alta nonostante l’associazione tra tre o più farmaci. In questo senso, lo studio aggiunge un ulteriore tassello alle conoscenze suggerendo che anche il cervello potrebbe essere un fattore chiave di questa condizione, in particolare nei casi resistenti al trattamento. La ricerca si è svolta nei ratti. Per gli animali sono state riprodotte le abitudini alimentari umane, offrendo acqua contenente il 2% di sale, paragonabile a una dieta giornaliera ricca di alimenti ricchi di sale come pancetta, formaggio fuso, prodotti di fast-food. Cosa è accaduto?
Le tecniche di imaging
Sostanzialmente l’alimentazione ricca di sale ha attivato le cellule immunitarie in una particolare regione del cervello, determinando un’infiammazione e soprattutto un incremento dei valori di vasopressina. Questo ormone ha il compito di innalzare la pressione. Questi mutamenti sono stati osservati impiegando modernissime tecniche di imaging cerebrale e di laboratorio. "Il ruolo del cervello nell'ipertensione è stato ampiamente trascurato, in parte perché è più difficile da studiare – racconta Prager-Khoutorsky in una nota dell’ateneo. Ma con le nuove tecniche, siamo in grado di osservare questi cambiamenti in azione".
Siamo solo all’inizio
Questo meccanismo, insomma, potrebbe spiegare molto delle forme di ipertensione resistente. “Si tratta di una nuova prova che l'ipertensione arteriosa può avere origine nel cervello, aprendo la strada allo sviluppo di trattamenti che agiscono sul cervello – è il commento di Prager-Khoutorsky”. Al momento, comunque, rimane una certezza. A prescindere dall’azione sul sistema nervoso, il sale nella dieta è uno dei principali nemici da tenere sotto controllo. Lo ricordano anche le recentissime linee guida per l’ipertensione dell'American Heart Association e dell'American College of Cardiology, pubblicata su Circulation, Hypertension, e sul Journal of American College of Cardiology. Per questo occorre prestare grande attenzione al sodio. Le indicazioni dicono che bisogna limitarne l’assunzione a limitare l'assunzione di sodio a meno di 2.3 grammi al giorno (5-6 grammi di sale), avvicinandosi al limite ideale di 1.5 grammi.