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Ipertensione, se si cura bene cala anche il rischio di declino cognitivo

Far scendere la sistolica e la diastolica abbassa del 15% il rischio di grave deficit nei sette anni successivi, rispetto a chi non vede diminuire i valori. A dirlo è uno studio condotto in zone rurali

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Agire e presto. Perché ridurre i valori di pressione arteriosa non significa solo diminuire i rischi di infarto, ictus e altre patologie cardiovascolari, ma anche far calare i casi di deficit cognitivo grave. E non di poco. In sette anni, l'intervento intensivo sulla pressione ha infatti consentito di ridurre del 15% dei casi di demenza rispetto ad un approccio standard. Il tutto, grazie all’attività di personale specializzato non medico. Ipotesi per il futuro? Ampliando gli spazi per interventi di questo tipo si può sviluppare un modello di assistenza sul territorio mirato alla prevenzione del declino cognitivo.

Ad aprire queste prospettive sono i risultati di uno studio condotto in Cina della Cina nell’ambito del Programma cinese di controllo dell'ipertensione nelle zone rurali (CRHCP) presentato al Congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC) di Monaco di Baviera. Lo studio è stato coordinato da Yingxian Sun del Primo Ospedale Affiliato dell'Università Medica Cinese di Shenyang. “Questa ricerca mostra come curare bene l’ipertensione non significhi soltanto proteggere il cuore, ma anche il cervello: la pressione arteriosa è infatti uno dei principali fattori di rischio modificabili che possiamo intercettare e trattare molti anni prima che compaiano le conseguenze cliniche – commenta Federico Nardi, direttore della Cardiologia di Casale Monferrato e presidente designato dell’ANMCO (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri).

I pazienti a rischio

Il CRHCP ha misurato l'efficacia di un intervento intensivo sulla pressione guidato da operatori sanitari comunitari non medici. Dopo aver dimostrato che questa strategia risulta efficace nel ridurre le malattie cardiovascolari e la mortalità per queste cause, gli esperti hanno voluto valutare se facendo calare in modo significativo i valori di pressione si può ridurre l'incidenza dei quadri di demenza di qualsiasi causa. Lo studio ha quindi considerato la popolazione di 326 villaggi rurali cinesi che sono stati avviati rispettivamente ad un intervento mirato guidato da operatori sanitari non medici o verso cure standard. Sono stati considerati adulti di età pari o superiore ai 40 anni con una pressione sistolica non trattata di almeno 140 millimetri di mercurio o una diastolica (la minima) di almeno 90 millimetri di mercurio (almeno 130/80 sono stati invece i valori soglia per i soggetti ad alto rischio di malattie cardiovascolari o che assumevano farmaci antipertensivi). Nel gruppo di intervento, operatori sanitari non medici, formati e operanti sul territorio, hanno iniziato e titolato i farmaci antipertensivi secondo un semplice protocollo a fasi per raggiungere un obiettivo di pressione arteriosa di massima inferiore a 130 e minima sotto gli 80, sotto la supervisione di medici di base.

Quanto conta controllare la pressione

La fase attiva dello studio è durata quattro anni, seguita da altri tre anni di sola osservazione. In totale, sono stati arruolati 33.995 partecipanti con un'età media di 63 anni; il 61% erano donne. Il gruppo di intervento ha mostrato una maggiore riduzione della pressione arteriosa rispetto al basale rispetto al gruppo sottoposto alle cure standard al termine del periodo di studio di sette anni (riduzioni della pressione sistolica di 17,6 millimetri di mercurio contro 2,4). Ciò che più conta è che il gruppo di intervento ha presentato un rischio di demenza inferiore del 15% rispetto al gruppo sottoposto alle cure standard a sette anni ed un rischio inferiore del 13% di deterioramento cognitivo e di impatto sulla completa salute cognitiva. La ​​percentuale di pazienti con eventi avversi gravi è risultata inferiore nel gruppo di intervento rispetto al gruppo sottoposto alle cure standard (47,15% contro 49,78%). Morale: “un intervento scalabile erogato da operatori sanitari non medici non solo ha portato a riduzioni sostanziali della pressione sanguigna, ma ha anche ridotto il rischio di demenza – segnala Sun -. Questi risultati supportano la sostenibilità a lungo termine dell'integrazione di una gestione strutturata della pressione sanguigna nell'assistenza primaria di routine per la prevenzione della demenza a livello di popolazione".

Agire sul territorio

“Lo studio mostra che un intervento strutturato e prolungato sul controllo della pressione si accompagna a una riduzione significativa del rischio di sviluppare demenza – è il parere di Nardi -. È un messaggio molto concreto: ciò che facciamo oggi per controllare la pressione può contribuire a preservare non soltanto anni di vita, ma anche qualità della vita e autonomia negli anni successivi”. Ovviamente, il percorso che emerge dalla ricerca passa attraverso una medicina che sempre più cura l’evento ad una che cerca di impedirlo. “Se controllando precocemente e stabilmente la pressione possiamo ridurre infarti e ictus e, nello stesso tempo, possiamo contribuire a ridurre il rischio di demenza, allora l’ipertensione diventa uno dei terreni più importanti sui quali costruire una vera prevenzione della longevità – conclude Nardi -. Lo studio contiene infine un messaggio importante anche per il nostro Servizio sanitario: la prevenzione dell’ipertensione non può avvenire soltanto negli ambulatori specialistici e negli ospedali. Occorre costruire una rete tra cardiologo, medico di medicina generale, infermieri e professionisti sanitari del territorio, utilizzando anche l’automisurazione domiciliare e strumenti digitali. Il modello cinese non è automaticamente trasferibile alla realtà italiana, ma il principio organizzativo è estremamente interessante”.