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Herpes genitale, verso il primo vaccino efficace?

(foto: RUSLANAS BARANAUSKAS/SCIENCE PHOTO LIBRARY/Getty Images) 

Una nuova strategia a due fasi blocca l’infezione nelle mucose e impedisce la cronicizzazione, offrendo protezione a lungo termine. E c’è speranza anche come trattamento per le recidive

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Prevenire l’infezione da Hsv-2, il virus dell’herpes genitale, potrebbe diventare una realtà concreta. Sono molto incoraggianti i risultati preclinici che arrivano da uno studio, pubblicato sulla rivista Science Immunology, condotto dai ricercatori della Yale School of Medicine che hanno sviluppato una nuova strategia vaccinale, chiamata “prime and pull”, che prima innesca (prime) il sistema immunitario addestrandolo a riconoscere il patogeno, poi attira (pull) le cellule-soldato nelle mucose, cioè la sede primaria di infezione. Nella maggior parte degli animali (80%) l’immunità generata si è dimostrata a lungo termine, per oltre 180 giorni. Il sistema, secondo gli esperti, potrebbe funzionare anche come trattamento nelle persone che sono già state contagiate.

Perché non esiste ancora un vaccino per l’herpes genitale?

Malgrado si tratti di un’infezione diffusa e che può creare non pochi fastidi e diminuire la qualità della vita sessuale e generale, un vaccino efficace per Hsv-2 (e anche per suo fratello Hsv-1, il virus dell’herpes labiale, per intenderci) ancora non c’è. Non per mancanza di volontà o per qualche complotto di Big Pharma, ma per specifiche ragioni legate a caratteristiche del virus e di funzionamento del nostro sistema immunitario. Hsv-2, infatti, è un patogeno furbo, perché, dopo essere penetrato nell’organismo attraverso le mucose, elude il sistema immunitario nascondendosi all’interno dei gangli nervosi e rimanendo silente anche per molto tempo. Le nostre difese non riescono a impedire che l’infezione si instauri né, in seguito, a debellarla, nonostante le periodiche riattivazioni. I vaccini tradizionali finora provati - spiegano gli esperti - tendono a creare una risposta immunitaria generale nel sangue, ma non riescono a stabilire popolazioni sufficienti di anticorpi e cellule immunitarie nei tessuti che costituiscono la porta d’ingresso del patogeno. Riuscire a generare una protezione efficace a livello mucosale, dunque, è la sfida principale per lo sviluppo di un vaccino preventivo.

Come funziona il nuovo vaccino?

Per superare questa difficoltà, i ricercatori di Yale propongono una strategia a due fasi: una di innesco (prime) e una di richiamo (pull). Il primo step consiste in una classica iniezione intramuscolare di un vaccino a mRna (la stessa tecnologia usata per quelli per Covid-19) che ha il compito di istruire il sistema immunitario a riconoscere il virus. In un secondo momento, per attirare e trattenere le cellule immunitarie precedentemente attivate laddove è più probabile che avvenga l'attacco, è prevista l'applicazione diretta sulla mucosa vaginale dell’antigene virale (che fornisce l’identikit del patogeno) unito a un innovativo additivo: le nanoparticelle Beacon.

Cosa sono le nanoparticelle Beacon?

La tecnologia Beacon (Bioactive enhanced adjuvant chemokine oligonucleotide nanoparticles) è la principale novità del sistema di Yale. Si tratta di nanoparticelle auto-assemblanti costituite da frammenti di Dna, per stimolare il sistema immunitario, e dalla chemochina Cxcl9, una proteina che funge da segnale chimico per attirare i globuli bianchi. Come una lampada accesa nella notte attira le falene, così le nanoparticelle attraggono i linfociti T, le cellule specializzate nella difesa dell'organismo, guidandole verso la mucosa vaginale.

Quanto protegge il nuovo vaccino?

Nei test di laboratorio, la strategia “prime and pull” si è dimostrata molto efficace. L’80% degli animali trattati non ha mostrato segni della malattia dopo l'esposizione al virus, contro il 40% di quelli che avevano ricevuto solo l'iniezione tradizionale. La risposta immunitaria locale, poi, non solo si è stabilita con successo, ma ha anche una lunga tenuta, rimanendo intatta per almeno sei mesi dopo la somministrazione del vaccino. Un grosso merito va proprio delle Beacon, la cui aggiunta nel richiamo vaccinale abbatte la presenza di Dna virale nei gangli nervosi, suggerendo che la strategia possa impedire al virus di stabilire quella latenza che rende l'infezione cronica. Inoltre, le nanoparticelle hanno dimostrato di interagire selettivamente e in modo molto efficiente con le cellule presentanti l'antigene (Apc), cioè le cellule che mostrano parti della potenziale minaccia al sistema immunitario per attivarlo. Questo fa sì che i linfociti siano meglio reclutati e trattenuti, diminuendo oltretutto gli effetti collaterali, come l’eccessiva infiammazione dovuta all’attivazione aspecifica di altre cellule immunitarie (neutrofili).

Quali sono le prospettive future?

Si tratta, come detto, di risultati preclinici, ma gli scienziati sono ottimisti. Così tanto che adesso stanno lavorando su approcci che avvicinino ulteriormente alla fase clinica. Per esempio, lavorando per inserire la tecnologia Beacon in formulazioni di facile utilizzo come gli ovuli vaginali, e ancora esplorando una versione nasale del richiamo per applicare la strategia anche nei maschi (la mucosa del naso è più accessibile rispetto a quella genitale e ci sono evidenze da studi precedenti che dimostrano possa fare al caso). Inoltre, gli esperti stanno anche valutando se questo metodo possa essere utilizzato anche per trattare chi è già infetto, con la speranza di diminuire il numero di recidive e alleviarne i sintomi.