La riscossa di Vilnius, tra hotel di design e cucina neobaltica
Sonia RicciVilnus è una città dinamica in modi differenti. Qui le forme del cristianesimo convivono con i propri riti e le proprie chiese, giovani e anziani parlano più lingue - l’inglese è comune, così come il russo e il polacco - la cucina tradizionale degli cepelinai e delle zuppe di barbabietola continua a vivere nelle tavole familiari, mentre ristoranti e locali abbracciano altre strade, più internazionali, creando quella che a ragione viene ormai definita gastronomia neobaltica e che ricomprende anche realtà della Lettonia ed dell’Estonia. È barocca nell'architettura e anti comunista nell'animo, vivibile, fiera della sua rinascita dopo anni di recente oppressione straniera e non a caso tra i suoi quartieri uno - Uzupis - ha autoproclamato la sua indipendenza nel 1997, non riconosciuta, ma segno che la città ha un forte animo ribelle.
Per poter vedere l’evoluzione in atto nella capitale basta dedicarle un po’ di tempo, magari partendo da Gedimino Prospektas, un viale di due chilometri che fino agli anni Cinquanta si chiamava Stalino, nome di matrice dichiaratamente sovietica, e che oggi è lo “struscio” cittadino; i grandi magazzini che lo dominavano sono stati a lungo coperti da impalcature per portar via il grigiore comunista. Oggi si possono ammirare le facciate del primo Novecento in tutta la loro bellezza originaria, eppure l'aria che si respira è fresca grazie alle file di negozi alla moda e alle tinte rosa pastello degli intonaci. Qui sono diverse le pause che si possono fare, magari per un hamburger succulento da Drama Burger o, per gli amanti dei gatti, un tè nel simpatico Cat Cafe. A due passi da lì, di fronte a Piazza Lukišk, c’è il Museo delle vittime del genocidio: l’entrata già dice molto dell’ex quartier generale del Kgb, e una volta entrati si respira tutta l’austerità di quella che fu l’occupazione russa, con le prigioni rimaste praticamente intatte. Sempre viale Gedimino porta all’imponente e candida cattedrale dedicata ai Santi Stanislao e Ladislao. Alle sue spalle spunta la collina delle Tre Croci: ci si sale per vedere la città dall’alto, sempre che non si sia appassionati di mongolfiera ( ce ne sono sempre diverse che sorvolano la città).
Come detto, Vilnius non è cosparsa solo di passato, sta infatti vivendo anche un Rinascimento gastronomico notevole. Džiaugsmas è uno dei ristoranti che ha fatto più parlare di sé in città e a buon ragione, visto che la sua cucina non solo è divertente ma anche ben eseguita, con un format a metà strada tra un ristorante gourmet e un bistrot. La chiave di lettura è del tutto moderna: grande attenzione alle materie prime lituane, ambiente industrial in tono scuro e carta dei vini di nicchia, molti dei quali artigianali europei. Si trova in centro città, in una zona molto battuta di sera: qui i giovani lituani affezionati alle bollicine francesi si ritrovano alla champagneria The Bubble, mentre chi cerca la miscelazione d’avanguardia varca la porta di Alchemikas, un laboratorio di cocktail sperimentali con una forte verve da speakeasy aperto fino a tarda notte.
Percorrendo la riva del fiume si può tornare nel centro storico di Vilnius, precisamente alle porte dell'ex ghetto ebraico. Viale Didžioji è un grande crocevia di auto e di passeggio, di boutique di pietre d'ambra e lino, e ha anche il vantaggio di ospitare un volto nuovo dell'hotellerie di Vilnius. Il Pacai è forse l'albergo più vicino al concept minimale nordico, che in questo caso però è stato arditamente mischiato alle parti storiche dell'edificio che lo ospita.
Vilnius, insomma, era una città bellissima in passato e lo ancora più oggi dopo anni di corsa verso la modernità. È inequivocabilmente la capitale di un grande paese, che in passato era un granducato che si estendeva dal mar Baltico al mar Nero. Una città costruita su colli, con molte chiese e molte croci. La capitale di oggi, lituana fino al midollo, è una città rivista profondamente. Guarda al futuro dopo un passato doloroso.