La Cantina Ancarani e quel vino fiero figlio della memoria contadina
Laura Di CosimoC'è un’impronta di fiera memoria contadina nei vini del vignaiolo Claudio Ancarani e di sua moglie Rita Babini, proprietari della cantina Ancarani a Faenza, in provincia di Ravenna.
Dai loro racconti, l’Albana di Romagna era il bianco sempre presente sulla tavola dei romagnoli; mentre il rosso Sangiovese di Romagna era il semplice bere quotidiano, l’Albana dal lungo grappolo dorato, con buccia spessa e carica zuccherina adatta alla piena maturazione delle uve, era il vino della domenica o delle feste. Una parte della proprietà è stata acquistata nel 1934 da Pietro Ancarani, il nonno di Claudio, figura fondamentale che ha trasmesso al nipote il rispetto per la terra e per la vigna. Un aneddoto che lo riguarda narra che nel 1944 due ettari di vigneti di Albana furono rasi al suolo dalle truppe tedesche per far transitare i carri armati. La stessa vigna distrutta era stata caparbiamente reimpiantata a Albana. Dopo qualche anno, vendemmiata e imbottigliata, il nonno l’aveva custodita in cantina: la considerava “il vino della Liberazione”. Solo quindici anni più tardi aveva deciso di aprire le bottiglie per celebrare una speciale ricorrenza dei suoi figli.
La medesima dedizione motiva oggi Claudio e Rita: tutelare ambiente, vitigni e tradizioni con una produzione schietta e sincera. Dietro ogni loro etichetta si cela una piccola storia: sono realizzate da varietà locali riscoperte in questi anni. Come l’aromatico Centesimino, vitigno a bacca rossa coltivato in quest’area del faentino ( sono sette produttori) o il Famoso, antica uva a bacca bianca prima dimenticata e ora recuperata.
Ma il cuore è nell’Albana Secco Sânta Lusa: da un ettaro di vigna già rinnovata nel 1984 a pergoletta romagnola, il sistema più idoneo a supportare il grande grappolo della varietà, si continua a dare orgogliosa voce alla genuina indole di questi luoghi.