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Basta fare le scarpe ai colleghi,
sul lavoro la generosità paga

Secondo un autorevole studio americano, quando c'è da risolvere qualche problematica legata alla motivazione di dirigenti e dipendenti, la più grande risorsa è quella di concentrarsi su come il lavoro contribuisca ad aiutare gli altri. Ne abbiamo parlato con due esperti di SARA FICOCELLI
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"UN SAGGIO desidera avere amici in quanto la generosità è un dovere dell'uomo ma anche la sua gioia. Nessuno può vivere una vita felice se piega ogni cosa ai suoi propositi. Vivi per gli altri se vuoi vivere per te stesso", scriveva Seneca. Per capire il significato di questa frase basta catapultarsi in un lunedì mattina qualsiasi, sul posto di lavoro. Quando qualcosa come 300 email attendono risposta sul pc. Secondo lo psicologo Adam Grant, professore a Wharton, Usa, nonché guru degli esperti di Google, quando c'è da risolvere qualche problematica legata alla motivazione di dirigenti e dipendenti, "la più grande fonte non sfruttata è quella di concentrarsi su come il proprio lavoro aiuto altre persone, piuttosto che contribuire all'interesse personale".

Un concetto tutt'altro che teorico, provato da esperimenti condotti dallo stesso Grant, come nel caso di un call center dedito alla raccolta fondi per la scola…
"UN SAGGIO desidera avere amici in quanto la generosità è un dovere dell'uomo ma anche la sua gioia. Nessuno può vivere una vita felice se piega ogni cosa ai suoi propositi. Vivi per gli altri se vuoi vivere per te stesso", scriveva Seneca. Per capire il significato di questa frase basta catapultarsi in un lunedì mattina qualsiasi, sul posto di lavoro. Quando qualcosa come 300 email attendono risposta sul pc. Secondo lo psicologo Adam Grant, professore a Wharton, Usa, nonché guru degli esperti di Google, quando c'è da risolvere qualche problematica legata alla motivazione di dirigenti e dipendenti, "la più grande fonte non sfruttata è quella di concentrarsi su come il proprio lavoro aiuto altre persone, piuttosto che contribuire all'interesse personale".

Un concetto tutt'altro che teorico, provato da esperimenti condotti dallo stesso Grant, come nel caso di un call center dedito alla raccolta fondi per la scolarizzazione minorile, dove una testimonianza diretta di un ragazzo che aveva usufruito degli aiuti, portata di fronte al "plotone" dei dipendenti, aveva condotto in poco tempo a una maggior consapevolezza e partecipazione degli impiegati, con risultati importanti anche per quel che riguarda il business. Dopo 30 giorni i dati parlavano di telefonate più lunghe del 142 per cento e del 171 per cento in più di donazioni ricevute.

Riconoscere l'utilità del proprio operato con un atteggiamento di altruismo e generosità, spiega l'esperto, giova quindi certamente alla qualità del lavoro e, nello stesso tempo, non incide che in maniera positiva sul business.

Poche settimane fa, un altro studio dell'Università di Emory, ad Atlanta, Usa, condotto dai primatologi Frans de Waal, uno dei maggiori etologi viventi, e Sarah Brosnan dando a delle scimmie cappuccine dei pezzi di plastica, ha rivelato che gli animali accettavano di sacrificare qualcosa per un "prossimo" cui si sentivano in qualche modo legati da un senso di comunità, concludendo che un gruppo altruista ha più chances di sopravvivenza di uno basata sull'individualismo. Un altro studio italiano del Cnr ha sottoposto a esperimento una comunità di pipistrelli vampiri, osservati e simulati al computer, accorgendosi che alcuni soggetti, che non trovavano cibo da giorni e rischiavano per questo di morire, venivano aiutati dagli altri, che accettavano addirittura di cedere il sangue di cui si erano nutriti.

Insomma, come conferma anche un'altra ricerca della University of Washington, Usa, e del Max Planck Institut für Evolutionäre Anthropologie di Lipsia, Germania, pubblicata su PLoS One, l'altruismo e la  correttezza verso il prossimo rappresentano due comportamenti adattativi fondamentali che, facilitando la cooperazione tra individui, hanno dato un contributo chiave all'evoluzione degli ominidi e al successo della nostra specie, e continuano a darlo alla nostra vita ogni giorno, anche quando siamo a lavoro.

"Associare l'immagine di una persona di successo a quella di un individuo ingeneroso e del tutto orientato su se stesso - spiega la psicologa Rossella Carrer - è senz'altro un pregiudizio. L'atto del donare, essenza della generosità, appartiene alla natura umana e non solo: ciascuno di noi potrà certo riferire di aver riscontrato comportamenti di generosità anche negli animali ed è quindi questa una caratteristica essenziale del comportamento prosociale, più o meno presente in un individuo a seconda della compresenza di più elementi causali. Il livello di accessibilità ad uno stile di vita generoso è affidato, quindi, alle differenze individuali, forgiate dal clima familiare e culturale di riferimento".

Generosità, ascolto, propensione all'altro, rappresentano quindi, secondo l'esperta, qualcosa in più di un modo di essere: sono un vero e proprio stile relazionale. Essere generosi predispone al contatto con l'altro, fa uscire dall'isolamento e porta la persona a circondarsi di positività, avendola personalmente messa in circolo attraverso un atteggiamento di apertura all'altro.

"In ambiente lavorativo - continua Carrer  -  questo favorisce la stima degli altri, avendo come conseguenza un ottimo ritorno su sé stessi. La persona generosa, in quest'ottica, è vincente. Non possiamo però omettere l'importanza che il contesto riveste nel favorire questo o quell'altro comportamento. Esistono obiettivamente degli ambienti lavorativi che non premiano il rapporto personale, lo sfavoriscono, incentivando, di contro, la competizione e quindi una inevitabile chiusura verso l'altro; ignorando quanto aspetti come la condivisione e la cooperazione costituiscano un vantaggio non già per il singolo ma per l'obiettivo che si intende raggiungere".

Quindi la generosità responsabilizza o è una responsabilità di ognuno? Probabilmente un mix di entrambi. "Il dare - conclude Carrer - non è che uno degli elementi del più vasto circuito a cui anche il ricevere appartiene e ciò che viene speso propende per sua natura a tornare, seppure sotto altre forme".

Secondo Matteo De Simone, psicoanalista ordinario dell'Associazione Italiana di Psicoanalisi (A. I. Psi), il narcisismo autoreferenziale e l'egotismo nella nostra società sembrano quasi essere considerate ormai delle virtù, mentre sono delle gabbie difensive: l'altro soggetto è percepito come un potenziale nemico, prevale l'invidia, la competizione, la persecutorietà. "La generosità, cioè la capacità di farsi carico della vulnerabilità degli altri e quindi anche della propria - spiega - è diventata un segno di impoverimento, di debolezza verso l'altro. Invece questa disponibilità permette all'altro di conoscerti meglio e di ricambiare, creando così un'atmosfera di mutualità e reciprocità che sta alla base dei rapporti umani. Ma per essere generosi bisogna averne avuto esperienza: la capacità di dare agli altri deriva dall'infanzia, quando noi stessi abbiamo fatto l'esperienza della generosità dai nostri genitori o dalle persone di riferimento. Per avere buone relazioni bisogna impegnarsi, essere attenti alle esigenze dell'altro, solleciti, leali, responsabili, anche generosi. Bisogna accettare di cooperare, riuscire a mediare con elasticità tra le proprie e le altrui esigenze alla ricerca di un bene comune, essere consapevoli che migliorare i rapporti nei luoghi di lavoro, in famiglia, nella socialità in genere, avviene anche attraverso i nostri cambiamenti e produce risultati positivi".

Sul posto di lavoro, insomma, le competenze e le conoscenze tecniche interagiscono con le relazioni interpersonali, con i vissuti emozionali soggettivi e di gruppo, si creano legami, amicizie o inimicizie, relazioni, che possono interferire con la stessa capacità produttiva, e il riconoscimento di questi vissuti e la conseguente disponibilità reciproca producono risultati sia individuali sia sullo stesso lavoro.