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Cos'è per voi la curiosità? Tranquilli, gli scienziati non l'hanno ancora capito

Anche le forme di vita più elementari devono cercare informazioni nel loro ambiente per sopravvivere 
Una definizione condivisa di cosa sia ancora non esiste. Per questo dalla University of Rochester arriva una proposta: chiamarla "pulsione per la ricerca di informazioni", una formula che potrebbe applicarsi anche al comportamento degli animali, ma aiuterebbe a studiarne meccanismi e funzione da un punto di vista biologico
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LA CURIOSITÀ è il motore di ogni scoperta scientifica, eppure di questa caratteristica fondamentale della nostra mente la scienza oggi sa ancora pochissimo. Non per mancanza di studio, perché la funzione biologica, i meccanismi neurali da cui ha origine e la sua importanza evolutiva sono stati studiati per oltre un secolo da una schiera di ricercatori, i cui approcci, interessi e risultati però risultano difficilmente conciliabili. Quello che manca ancora oggi, suggerisce uno studio della University of Rochester, è infatti una definizione di cosa sia la curiosità da un punto di vista biologico, che sappia mettere d'accordo l'intera comunità scientifica e indirizzare le ricerche in una direzione comune.

Come spiegano gli autori della ricerca, quando si tratta di studiare la mente umana e il suo rapporto con il cervello non è raro che i neuroscienziati si trovino a lavorare su concetti e capacità, come possono esser…
LA CURIOSITÀ è il motore di ogni scoperta scientifica, eppure di questa caratteristica fondamentale della nostra mente la scienza oggi sa ancora pochissimo. Non per mancanza di studio, perché la funzione biologica, i meccanismi neurali da cui ha origine e la sua importanza evolutiva sono stati studiati per oltre un secolo da una schiera di ricercatori, i cui approcci, interessi e risultati però risultano difficilmente conciliabili. Quello che manca ancora oggi, suggerisce uno studio della University of Rochester, è infatti una definizione di cosa sia la curiosità da un punto di vista biologico, che sappia mettere d'accordo l'intera comunità scientifica e indirizzare le ricerche in una direzione comune.

Come spiegano gli autori della ricerca, quando si tratta di studiare la mente umana e il suo rapporto con il cervello non è raro che i neuroscienziati si trovino a lavorare su concetti e capacità, come possono essere l'attenzione o l'autocontrollo, di cui manca una definizione condivisa. "Discutere su quale sia la definizione più corretta è importante per arrivare a comprendere come funzionino", spiega Celeste Kidd, uno dei due ricercatori della University of Rochester che hanno realizzato il nuovo studio. "Nel nostro campo, dobbiamo essere a nostro agio anche lavorando con questo tipo di incertezze".

Nel caso della curiosità, i dibattiti vanno avanti da oltre un secolo: è all'incirca da metà dell'800 infatti che gli psicologi iniziarono a studiare i meccanismi che spingono i bambini verso oggetti mai visti, o nuove esperienze. A rendere difficile la scelta di una definizione univoca di curiosità vi è però il fatto che molti animali presentano comportamenti di questo genere. E se può sembrarci normale definire curioso un cane, attribuiremmo mai questa caratteristica a un verme, o a un batterio? Probabilmente no. Eppure anche le forme di vita più elementari devono cercare informazioni nel loro ambiente per sopravvivere, trovare il cibo ed evitare i predatori.

Per questo, una delle definizioni più diffuse di curiosità si basa sulle motivazioni che spingono a cercare nuove informazioni: per essere definita curiosità, questa dovrebbe essere indotta da motivazioni intrinseche, cioè non legate a fattori esterni come la necessità di nutrirsi, o la paura di potenziali pericoli. Così definita però, la curiosità diventa difficile da studiare proprio nei soggetti più interessanti per gli scienziati.

Che un adulto sia curioso infatti è evidente, ma può dirci poco su cosa sia la curiosità. Neonati, animali e batteri invece non possono spiegarci quali motivazioni guidino le loro azioni, e invece sono proprio questi i soggetti che potrebbero aiutarci a scoprire a cosa serva la curiosità, quali siano la sua funzione biologica, la sua origine e la sua evoluzione. Per questo, i due ricercatori americani hanno deciso di rompere gli indugi, proponendo una definizione volutamente ambigua: la curiosità per loro potrebbe essere una "pulsione per la ricerca di informazioni" (in inglese drive state for information), un atteggiamento che può facilmente essere riconosciuto anche nel comportamento di forme di vita elementari.

"Quando la ricerca di informazioni diventa attiva, è ragionevole iniziare a parlare di una forma minima di curiosità", spiega Benjamin Hayden, secondo autore della ricerca. "Questa definizione, e l'idea che un verme possa essere curioso, sarà difficile da digerire per alcune persone. Ma guardando alla questione da un punto di vista evolutivo, cioè ai benefici biologici che comporta la ricerca di informazioni, gli scienziati possono fare progressi molto rapidamente. Restando seduti a discutere di cosa sia, e non sia, la curiosità i progressi invece saranno di certo molto più lenti".

Con questa definizione di curiosità, spiegano i ricercatori, si aprono inoltre una nuova serie di domande, a cui prima era impossibile rispondere. La curiosità, ad esempio, può essere troppa? Normalmente risponderemmo di no, perché si pensa che la curiosità sia legata unicamente ad attività positive, come la scienza, l'apprendimento e lo studio. Se invece la curiosità è una propensione alla ricerca di qualunque tipo di informazioni, anche quelle inutili, può senz'altro rivelarsi dannosa.  

"Come in tutti i campi della vita, anche in questo caso bisogna raggiungere un compromesso", conclude Kidd. "Se passiamo ad esempio troppo tempo a guardare un programma televisivo perché siamo curiosi di sapere come andrà a finire, avremo poi meno tempo per lavorare. Esiste quindi un bilanciamento, e troppa curiosità può sicuramente essere nociva".