Neuroscienze in tribunale
Un altro ambito giudiziario in cui trova spesso applicazione la risonanza magnetica funzionale è quello del riconoscimento dei dolori e neuropatie cronici. Normalmente i medici si affidano infatti a test di autovalutazione per determinare se un paziente prova dolore, ma quando un giudice si trova a valutare casi in cui viene chiesto il risarcimento di danni legati a dolori cronici, difficilmente si può affidare al parere del diretto interessato. Per questo, negli Stati Uniti si è ricorsi spesso alla risonanza magnetica funzionale, tecnica che secondo alcuni esperti può riconoscere la presenza di dolori guardando direttamente al funzionamento del cervello, organo dove nasce questa sensazione. Molti neuroscienziati però sono in disaccordo, e ritengono che questo filone di ricerca non sia ancora abbastanza accurato da trovare spazio nelle aule di tribunale.
Mentire è più difficile che dire la verità, almeno per il cervello. Per questo, alcuni esperti ritengono che che la risonanza magnetica funzionale possa essere utilizzata come macchina della verità, guardando quali zone del cervello sono attive, e quanto, quando rispondiamo ad una domanda. Negli Stati Uniti esistono già diverse aziende che forniscono servizi di questo tipo, ma fino ad oggi i giudici americani hanno sempre respinto la richiesta di utilizzare il test come prova nel corso di un processo.
Ancora più ambiziosa, negli obbiettivi, è la tecnica messa a punto dallo scienziato e imprenditore americano Lawrence Farwell, inventore di quella che definisce lettura delle "impronte digitali del cervello". Farewell ritiene infatti di poter identificare la presenza di un ricordo all'interno del cervello di un indagato, osservando le caratteristiche del suo elettroencefalogramma mentre viene interrogato sui particolari di un crimine. La tecnica sta trovando consensi in diversi paesi, come Stati Uniti, Australia e India, ma molti neuroscienziati sono fortemente scettici sulla sua reale efficacia.
Ancora più controverso forse è un altro utilizzo della risonanza magnetica funzionale, ovvero la possibilità di utilizzare le immagini per identificare i cosiddetti psicopatici: persone che soffrono di una mancanza patologica di empatia e rimorso, e sono portati a compiere facilmente azioni impulsive, violente e criminali. Alcuni ricercatori ritengono che l'Fmri possa aiutare a identificare chi soffre di questo disturbo, e in America la tecnica è stata utilizzata per cercare di fornire delle attenuanti agli imputati in diversi processi. Secondo altri neuroscienziati, si tratto di un utilizzo molto pericoloso di questa tecnologia, che non può in alcun modo fornire informazioni sulla reale colpevolezza di un imputato.
Nell'ultimo decennio la Corte Suprema americana ha stabilito in più occasioni che i minorenni non possono essere condannati alla pena di morte o al carcere a vita. I Giudici hanno preso la loro decisione, almeno in parte, sulla base dei risultati di diversi studi di neuroscienze, che hanno stabilito che il cervello degli adolescenti, ancora in via di sviluppo, può non possedere ancora tutte le capacità necessarie per preveder egli esiti delle proprie azioni, e non può quindi essere considerato pienamente responsabile di comportamenti criminali al pari di un adulto.
Altra possibilità, questa volta molto concreta, è quella di usare l'Fmri per analizzare l'attività cerebrale di pazienti in stato vegetativo e stabilire l'effettivo grado di coscienza residuo. Si tratta di un filone di ricerca che sta dando importanti risultati, e pensando a casi come quello di Eluana Englaro, non è difficile immaginare che in futuro potrà avere importanti ricadute anche in campo giuridico.
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