Scienze

Alla ricerca di una bussola

Immersi in un mare indistinto di informazioni, gli utenti della Rete hanno sempre più bisogno di una guida per orientarsi fra bufale e realtà (Da RSera)

2 minuti di lettura
CHI, tra i meno giovani, è nato negli anni delle missioni Apollo, dei "piccoli passi per un uomo, ma grandi per l'Umanità", della Luna come frontiera ormai varcata con tante altre da conquistare, lo ricorderà: la scienza era vissuta come la promessa di un futuro migliore, che ci avrebbe fatto comprendere l'Universo, vincere le malattie, viaggiare nello spazio. I giovani cresciuti in quegli anni, nonostante incombesse la pesante cappa della minaccia nucleare, erano attratti dalla ricerca e dai suoi protagonisti (in poco più di dieci anni, tra il 1975 e il 1986 tre scienziati italiani vinsero il Nobel: Dulbecco, Rubbia, Montalcini). E chi voleva saperne di più cosa faceva? Andava in edicola dove poteva trovare decine di pubblicazioni scientifiche, dalle più divulgative alle più specialistiche.

Poi qualcosa si è spezzato. Certo, l'editoria è stata travolta dalla rivoluzione digitale, ma questo fenomeno riguarda gli ultimi anni, mentre la divulgazione scientifica "tradizionale" ha cominciato a fare fatica già a metà degli anni Novanta. Cosa era successo? C'è chi ritiene che gli italiani (soprattutto gli italiani) siano stati vittima di una sorta di analfabetismo scientifico di ritorno guidati da classi dirigenti sempre meno attente alla ricerca, ai suoi risultati, alla sua importanza per lo sviluppo del Paese. Come se l'ambientalismo e il "mito della naturalità" avessero fatto breccia nei cittadini e nei politici convincendoli che la scienza, da salvatrice, era diventata matrigna (l'energia nucleare, gli ogm, la fecondazione in vitro...).

È vero, è accaduto. Ma questo da solo non basta a spiegare l'interruzione delle trasmissioni tra scienziati e cittadini. Forse un piccolo mea culpa dovrebbero farlo anche gli studiosi. Proprio loro che hanno inventato il World wide web al Cern di Ginevra in quei fantascientifici anni Ottanta, hanno continuato a usarlo solo per ciò cui era stato progettato: comunicazioni interne tra scienziati, mentre invece avevano a disposizione una potenziale platea di milioni di spettatori interessati al loro lavoro.

E veniamo all'oggi. Oggi che si prenota l'auto con Uber, la casa per le vacanze con Airbnb, che i politici postano le loro dichiarazioni anziché affidarle ai microfoni, che le pop star mettono in rete i brani senza passare per le case discografiche. È la disintermediazione, bellezza. Ora anche gli scienziati, e i giornalisti che fanno divulgazione, se ne sono accorti. Certo, gli scienziati più giovani, nativi digitali, per i quali non è lesa maestà spiegare il loro sapere con un video su YouTube e pubblicare la ricerca sul web prima che sulla prestigiosa rivista con "peer review".

Dall'altra parte della Rete ci sono gli utenti. Immersi in un mare indistinto di informazioni, spesso false o incomplete, quasi sempre difficili da ricondurre a una fonte autorevole. Dopo la sbornia di questi ultimi anni, i lettori dei social network hanno finalmente capito di aver bisogno di una bussola, che li aiuti ad orientarsi tra la bufala delle scie chimiche e la realtà delle onde gravitazionali.

Quello a cui stiamo assistendo è l'incontro, non più mediato, tra l'esigenza di spiegare e la voglia di capire. Nasce così il successo che raccontiamo in queste pagine.