Cooperazione. Se dovessimo pescare nel vocabolario alcune delle parole che, come specie, più ci rappresentano, questa finirebbe certamente nella lista. Almeno antropologicamente, la società degli esseri umani conta da sempre sulla cooperazione: muoversi, insieme, per lo stesso fine. Ma perché lo facciamo? Cos'è che ci ha permesso di sviluppare questo comportamento? È quanto si è chiesto un team di ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) che ha cercato di rispondere alla domanda da un punto di vista biologico, cercando di capire se esistesse qualcosa in grado di renderci una specie così cooperativa.
L'idea di base è che la cooperazione sia un comportamento intrinsecamente gratificante e che questo ci permetta di superare i rischi (e gli sforzi) che essa richiede. I ricercatori del Caltech, come raccontano sulle pagine di Pnas, hanno cercato di capire se questo comportamento fosse modificato da un ormone già noto in biologia per influenzare i comportamenti sociali, la vasopressina. Alcuni studi condotti nei roditori mostrano infatti che questo ormone tende a favorire la monogamia e le cure parentali, per esempio nelle arvicole della prateria, ma aumenta anche l'aggressività dei maschi. Ma nella specie umana, quali sono gli effetti di questo ormone in comportamenti sociali come la cooperazione?
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Per rispondere alla domanda il team di ricercatori del Caltech ha osservato le strategie di 59 giovani volontari maschi durante un gioco noto in matematica ed economia come "caccia al cervo", di cui parlava già il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau. Si tratta, semplificando, di un test in cui si misura la tendenza o meno a cooperare dei partecipanti, e in cui la cooperazione è l'atteggiamento più vantaggioso per tutti. Nel test adottato dai ricercatori, i partecipanti giocavano in coppia scegliendo ciascuno se cooperare o meno; ciascuno poteva fare il proprio interesse per un piccolo guadagno ma cooperando il guadagno era maggiore, ma solo se anche l'altro partner sceglieva di fare lo stesso. "Il gioco è stato immaginato per mimare situazioni in cui le persone sono desiderose di aiutare, ma solo se ognuno lo fa", ha spiegato infatti Colin Camerer, tra gli autori del paper. E per rendere più motivati i volontari, i premi erano delle piccole somme di denaro. Prima del gioco però i ricercatori hanno somministrato per via nasale uno spray a tutti i volontari: in alcuni era presente la vasopressina in altri solo un placebo.
Analizzando i comportamenti dei giocatori, Camerer e colleghi si sono accorti che chi aveva ricevuto la vasopressina sembrava più propenso a scegliere atteggiamenti cooperativi rispetto a chi aveva ricevuto solo il placebo. Questo non per un'aumentata propensione al rischio o tendenze altruistiche, assicurano i ricercatori. La ragione di questo comportamento andava piuttosto ricercata negli effetti prodotti dalla vasopressina a livello cerebrale. Gli studi di risonanza magnetica condotti durante il gioco hanno infatti mostrato che dopo la somministrazione della vasopressina l'attività cerebrale in un'area coinvolta nei circuiti della ricompensa aumentava (una zona nota come ventral pallidum). Un'area particolarmente ricca di recettori per la vasopressina e che conferma che sì, la cooperazione per noi è qualcosa di alquanto gratificante.
L'idea di base è che la cooperazione sia un comportamento intrinsecamente gratificante e che questo ci permetta di superare i rischi (e gli sforzi) che essa richiede. I ricercatori del Caltech, come raccontano sulle pagine di Pnas, hanno cercato di capire se questo comportamento fosse modificato da un ormone già noto in biologia per influenzare i comportamenti sociali, la vasopressina. Alcuni studi condotti nei roditori mostrano infatti che questo ormone tende a favorire la monogamia e le cure parentali, per esempio nelle arvicole della prateria, ma aumenta anche l'aggressività dei maschi. Ma nella specie umana, quali sono gli effetti di questo ormone in comportamenti sociali come la cooperazione?
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Per rispondere alla domanda il team di ricercatori del Caltech ha osservato le strategie di 59 giovani volontari maschi durante un gioco noto in matematica ed economia come "caccia al cervo", di cui parlava già il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau. Si tratta, semplificando, di un test in cui si misura la tendenza o meno a cooperare dei partecipanti, e in cui la cooperazione è l'atteggiamento più vantaggioso per tutti. Nel test adottato dai ricercatori, i partecipanti giocavano in coppia scegliendo ciascuno se cooperare o meno; ciascuno poteva fare il proprio interesse per un piccolo guadagno ma cooperando il guadagno era maggiore, ma solo se anche l'altro partner sceglieva di fare lo stesso. "Il gioco è stato immaginato per mimare situazioni in cui le persone sono desiderose di aiutare, ma solo se ognuno lo fa", ha spiegato infatti Colin Camerer, tra gli autori del paper. E per rendere più motivati i volontari, i premi erano delle piccole somme di denaro. Prima del gioco però i ricercatori hanno somministrato per via nasale uno spray a tutti i volontari: in alcuni era presente la vasopressina in altri solo un placebo.
Analizzando i comportamenti dei giocatori, Camerer e colleghi si sono accorti che chi aveva ricevuto la vasopressina sembrava più propenso a scegliere atteggiamenti cooperativi rispetto a chi aveva ricevuto solo il placebo. Questo non per un'aumentata propensione al rischio o tendenze altruistiche, assicurano i ricercatori. La ragione di questo comportamento andava piuttosto ricercata negli effetti prodotti dalla vasopressina a livello cerebrale. Gli studi di risonanza magnetica condotti durante il gioco hanno infatti mostrato che dopo la somministrazione della vasopressina l'attività cerebrale in un'area coinvolta nei circuiti della ricompensa aumentava (una zona nota come ventral pallidum). Un'area particolarmente ricca di recettori per la vasopressina e che conferma che sì, la cooperazione per noi è qualcosa di alquanto gratificante.