In quella "matassa" del cervello ci sono i neuroni dell'attenzione
di ANNA LISA BONFRANCESCHI
Si trovano nella corteccia prefrontale e i ricercatori sono riusciti a manipolarli per aumentare e diminuire l'attenzione di un gruppo di topolini
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SENZA saremmo perennemente confusi. Perennemente bersagliati da una gran quantità di informazioni, provenienti dai canali più disparati. Perennemente affaticati, incapaci di portare a termine un pensiero ma anche le azioni più elementari. Perennemente distratti. Se non accade il merito è tutto dell'attenzione, un comportamento cognitivo che gioca un ruolo fondamentale nell'organizzare il flusso di informazioni che viaggiano nel nostro cervello e dal mondo esterno verso di noi, aiutandoci a organizzare pensieri e azioni. Anche grazie a una popolazione di neuroni che si trova nella corteccia prefrontale, come racconta un team di ricercatori del Karolinska Institutet, in Svezia, che ha pubblicato i risultati del proprio lavoro su Cell.
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Il gruppo di Marie Carlén ha infatti identificato, nella matassa di neuroni del cervello di alcuni topi, una popolazione cellulare fondamentale nel mantenere alto il livello di attenzione. I neuroni in questione si chiamano PV (cellule che esprimono la parvalbumina), e non sono una new entry nel panorama delle neuroscienze, ma gruppo di neuroni da tempo associati ai processi cognitivi. Su questi si sono concentrate le osservazioni dei ricercatori, per capire se e in che modo partecipassero ai processi cognitivi dell'attenzione.
Per farlo i ricercatori hanno osservato cosa accadeva nel cervello - per esattezza nella loro corteccia prefrontale - di alcuni topolini chiamati a svolgere un compito in cui era richiesto un elevato grado di attenzione. Il test in cui si dovevano cimentare i topolini funzionava così: i roditori venivano messi di fronte a una parete con tanti fori, uno dei quali era brevemente illuminato. Per poter riceve la ricompensa (cibo) i topi dovevano riconoscere quale foro si fosse brevemente illuminato. Gli scienziati si sono così accorti che il livello di accensione dei neuroni PV rifletteva quello di attenzione dei topi: era maggiore se i topi prestavano più attenzione, minore se i roditori apparivano più distratti. E le differenze, spiega la Carlén, erano così evidenti che solo guardando il pattern di attivazione delle cellule PV i ricercatori erano in grado di predire se l'animale avrebbe eseguito con successo o meno il test.
Ma lo studio dei ricercatori si è spinto anche oltre, cercando di capire se fosse possibile modificare il livello di attenzione dei roditori cambiando l'attività di queste cellule. E così è stato. Utilizzando l'optogenetica (una tecnica che combina la genetica e l'ottica e che permette di controllare l'attività di alcune cellule con la luce) gli scienziati hanno dimostrato che inibendo questa classe di neuroni l'attenzione diminuiva. Al contrario se gli scienziati sincronizzavano l'attività di queste cellule con quella di un particolare tipo di onde cerebrali l'attenzione aumentava. La prova, concludono i ricercatori, che le cellule PV potrebbero diventare dei target farmaceutici interessanti per diversi disordini neuropsichiatrici.