“STAI troppo su Facebook, faresti meglio a evitarlo nell'orario di lavoro”. “Perché ci provi con le altre se sei fidanzato?”. Sarà capitato a tutti, se non di pronunciarle, di sentire rimproveri simili e di osservarne anche le conseguenze: il collega che non vi parla più perché lo avete ripreso e l'amico che evita di chiamarvi per la partita di calcetto. Ma allora, se generalmente ci rimettiamo a cogliere gli altri in fallo, perché continuiamo a farlo?
Rispondere alla domanda è questione di antropologia, psicologia e anche di economia. Sì, perché perdere qualcosa – che sia dall'amicizia di un collega, a una festa tra amici a un prodotto che abbiamo deciso di boicottare perché consideriamo non etico – è comunque un costo; a fronte di quali benefici? Una delle teorie più diffuse è che queste cosiddette “punizioni di terze parti” o “punizioni altruistiche” portino comunque dei benefici nella società, che complessivamente si comporterebbe così in maniera più giusta, o per lo meno questa sarebbe la direzione, grazie al rimprovero che funzionerebbe come una sorta di deterrente. Ma non solo. Uno studio pubblicato su Nature suggerisce infatti che i benefici si estendano anche all'individuo stesso che punisce qualcun altro, anche se quanto fatto non lo danneggia direttamente. A quanto pare il solo fatto di bacchettare gli altri lo renderebbe più affidabile, sostiene il team di David Rand della Yale University che ha seguito con i colleghi le dinamiche di un curioso esperimento in cui ci si doveva dividere del denaro.
In particolare, durante il gioco-esperimento, i partecipanti potevano o meno condividere i propri soldi con qualcun altro. Una terza persona era chiamata a “punire” eventuali comportamenti giudicati ingiusti o più propriamente egoisti (come non condividere i soldi) perdendo a sua volta parte di un proprio piccolo capitale nel momento in cui lo faceva. Successivamente i ricercatori hanno chiesto a un nuovo gruppo di persone che aveva osservato questa prima parte dell'esperimento (chiamati 'chooser') di decidere se premiare, sempre in denaro, i partecipanti al primo round. I premiati poi potevano o meno restituire i soldi. In tutto questo dare-avere, i ricercatori hanno osservato dei pattern: generalmente chi puniva aveva una maggiore probabilità di ricevere dei soldi e a loro volta questi erano quelli che più probabilmente li ridavano indietro. Ma non solo: in un diverso set sperimentale gli scienziati hanno osservato che se chi doveva giudicare aveva l'opportunità non solo di punire l'egoismo ma anche di dividere i propri soldi con un estraneo, le punizioni stesse diminuivano e la generosità veniva premiata (nello specifico i 'chooser' si concentravano su questo aspetto più che sulla tendenza a punire). Come interpretare i risultati?
“Sebbene coscientemente non lo realizziamo”, ha commentato Rand: “i nostri risultati suggeriscono che l'atto stesso del punire serve a mostrare agli altri di essere affidabili quando non si ha la possibilità di mostrarsi pronti ad aiutare direttamente”. In sostanza: l'atto del punire, del riprendere, servirebbe come diretta indicazione della propria affidabilità, quando questa non può essere mostrata direttamente (come per esempio attraverso la generosità). In altre parole: punire gli altri ci fa apparire migliori, aumenta la nostra reputazione. E, secondo Jillian Jordan di Yale, primo nome nello studio, quanto osservato aiuta in parte anche a spiegare perché abbiamo sviluppato il senso dell'oltraggio morale. Tutto questo, conclude il ricercatore, non esclude l'utilità sociale del rimprovero, ma afferma solo che in parte questa abbia anche ragioni più egoistiche di quanto creduto.
Rispondere alla domanda è questione di antropologia, psicologia e anche di economia. Sì, perché perdere qualcosa – che sia dall'amicizia di un collega, a una festa tra amici a un prodotto che abbiamo deciso di boicottare perché consideriamo non etico – è comunque un costo; a fronte di quali benefici? Una delle teorie più diffuse è che queste cosiddette “punizioni di terze parti” o “punizioni altruistiche” portino comunque dei benefici nella società, che complessivamente si comporterebbe così in maniera più giusta, o per lo meno questa sarebbe la direzione, grazie al rimprovero che funzionerebbe come una sorta di deterrente. Ma non solo. Uno studio pubblicato su Nature suggerisce infatti che i benefici si estendano anche all'individuo stesso che punisce qualcun altro, anche se quanto fatto non lo danneggia direttamente. A quanto pare il solo fatto di bacchettare gli altri lo renderebbe più affidabile, sostiene il team di David Rand della Yale University che ha seguito con i colleghi le dinamiche di un curioso esperimento in cui ci si doveva dividere del denaro.
In particolare, durante il gioco-esperimento, i partecipanti potevano o meno condividere i propri soldi con qualcun altro. Una terza persona era chiamata a “punire” eventuali comportamenti giudicati ingiusti o più propriamente egoisti (come non condividere i soldi) perdendo a sua volta parte di un proprio piccolo capitale nel momento in cui lo faceva. Successivamente i ricercatori hanno chiesto a un nuovo gruppo di persone che aveva osservato questa prima parte dell'esperimento (chiamati 'chooser') di decidere se premiare, sempre in denaro, i partecipanti al primo round. I premiati poi potevano o meno restituire i soldi. In tutto questo dare-avere, i ricercatori hanno osservato dei pattern: generalmente chi puniva aveva una maggiore probabilità di ricevere dei soldi e a loro volta questi erano quelli che più probabilmente li ridavano indietro. Ma non solo: in un diverso set sperimentale gli scienziati hanno osservato che se chi doveva giudicare aveva l'opportunità non solo di punire l'egoismo ma anche di dividere i propri soldi con un estraneo, le punizioni stesse diminuivano e la generosità veniva premiata (nello specifico i 'chooser' si concentravano su questo aspetto più che sulla tendenza a punire). Come interpretare i risultati?
“Sebbene coscientemente non lo realizziamo”, ha commentato Rand: “i nostri risultati suggeriscono che l'atto stesso del punire serve a mostrare agli altri di essere affidabili quando non si ha la possibilità di mostrarsi pronti ad aiutare direttamente”. In sostanza: l'atto del punire, del riprendere, servirebbe come diretta indicazione della propria affidabilità, quando questa non può essere mostrata direttamente (come per esempio attraverso la generosità). In altre parole: punire gli altri ci fa apparire migliori, aumenta la nostra reputazione. E, secondo Jillian Jordan di Yale, primo nome nello studio, quanto osservato aiuta in parte anche a spiegare perché abbiamo sviluppato il senso dell'oltraggio morale. Tutto questo, conclude il ricercatore, non esclude l'utilità sociale del rimprovero, ma afferma solo che in parte questa abbia anche ragioni più egoistiche di quanto creduto.