Shahr-i Sokhta, un progetto italiano per riportare alla luce la 'Pompei dell'Iran'
Un eldorado archeologico che sorge nel Sistan iraniano, non troppo lontano dai confini con Pakistan e Afghanistan, iscritto anche nella lista Unesco per il suo ''valore universale'', dopo 40 anni sarà oggetto di nuovi interventi di ricerca da parte di una missione italiana dell’Università del Salento. Uno staff di docenti e ricercatori dell’Università del Salento, diretto dal professor Enrico Ascalone, sarà impegnato nei prossimi anni nel prestigioso e impegnativo lavoro di ricerca per gettare nuova luce sulla storia della cosiddetta "Città bruciata" (questo è infatti il significato del toponimo iraniano), centro dell'Età del Bronzo, che, dopo i primi percorsi di crescita legati allo sviluppo delle società complesse del Turkmenistan e alle forme di controllo amministrativo di formazione Protoelamita, sviluppò caratteri autonomi definendo gli aspetti culturali della cosiddetta civiltà dell’Hilmand.
Il sito di Shahr-i Sokhta, che sorge tra l’inospitale deserto del Lut e le alture del Baluchistan, rappresenta uno dei centri più ambiti per l’indagine archeologica, sia per essere perfettamente conservato a causa di concrezioni saline presenti su tutta la superficie che hanno sigillato reperti e strutture del sottosuolo, sia per essere spesso associato, dalla letteratura archeologica, alla mitologica Aratta che, localizzata dai testi mesopotamici "dove sorge il sole", rivaleggiò con i sovrani della I Dinastia di Uruk (tra cui si ricorda Gilgamesh), padroni del Sumer e depositari della regalità dopo il Diluvio. L'ARTICOLO