Le origini "musicali" dei progressi tecnologici nell’Età della Pietra
Matteo Serra , di MATTEO SERRAUno studio dimostra che a governare il miglioramento nella lavorazione della pietra osservato 1,75 milioni di anni fa sarebbe stata l'evoluzione delle reti neurali. Quelle stesse che oggi consentono di suonare il pianoforte
ROMA - I progressi osservati nella produzione di oggetti durante l'Età della Pietra sarebbero fortemente legati all'evoluzione delle stesse reti cerebrali che si attivano in chi suona il moderno pianoforte. A fare la sorprendente scoperta è stato un gruppo di ricerca internazionale, che ha pubblicato lo studio sulla rivista Nature Human Behaviour.
È noto che circa 1,75 milioni di anni fa si osservò un progresso quasi rivoluzionario nella tecnologia degli oggetti in pietra costruiti dai nostri antenati, con il passaggio dai semplici strumenti "olduvaiani" (il cui nome deriva dal sito archeologico di Olduvai Gorge, in Tanzania), come schegge e ciottoli, ai più complessi oggetti "acheuleani" (dal sito di Saint-Acheul, quartiere della città francese di Amiens), simmetrici e lavorati su due lati, che includevano asce e mannaie.
Finora si è pensato che questo progresso fosse legato a un miglioramento …
È noto che circa 1,75 milioni di anni fa si osservò un progresso quasi rivoluzionario nella tecnologia degli oggetti in pietra costruiti dai nostri antenati, con il passaggio dai semplici strumenti "olduvaiani" (il cui nome deriva dal sito archeologico di Olduvai Gorge, in Tanzania), come schegge e ciottoli, ai più complessi oggetti "acheuleani" (dal sito di Saint-Acheul, quartiere della città francese di Amiens), simmetrici e lavorati su due lati, che includevano asce e mannaie.
Finora si è pensato che questo progresso fosse legato a un miglioramento …
ROMA - I progressi osservati nella produzione di oggetti durante l'Età della Pietra sarebbero fortemente legati all'evoluzione delle stesse reti cerebrali che si attivano in chi suona il moderno pianoforte. A fare la sorprendente scoperta è stato un gruppo di ricerca internazionale, che ha pubblicato lo studio sulla rivista Nature Human Behaviour.
È noto che circa 1,75 milioni di anni fa si osservò un progresso quasi rivoluzionario nella tecnologia degli oggetti in pietra costruiti dai nostri antenati, con il passaggio dai semplici strumenti "olduvaiani" (il cui nome deriva dal sito archeologico di Olduvai Gorge, in Tanzania), come schegge e ciottoli, ai più complessi oggetti "acheuleani" (dal sito di Saint-Acheul, quartiere della città francese di Amiens), simmetrici e lavorati su due lati, che includevano asce e mannaie.
Finora si è pensato che questo progresso fosse legato a un miglioramento parallelo dell'intelligenza e delle capacità di linguaggio, ma a causa della difficoltà di reperire informazioni sulla reale attività cerebrale dei nostri antenati, il problema rimane aperto.
Per studiare meglio questo aspetto, nello studio i ricercatori hanno impiegato tecniche di neuroarcheologia, che abbinano i metodi della neuroscienza moderna all'osservazione di reperti archeologici, studiando l'attività cerebrale di esseri umani moderni impegnati nella realizzazione di strumenti in pietra olduvaiani o acheuleani.
In particolare la ricerca ha coinvolto 31 partecipanti: di questi, 15 hanno imparato a modellare la pietra sulla base di istruzioni verbali e guardando video dimostrativi, mentre gli altri 16 sono stati istruiti in modo non verbale, ossia osservando gli stesso video, ma senza audio.
I ricercatori hanno scoperto che per ricavare semplici schegge dagli oggetti olduvaiani, ai partecipanti bastava coordinare l'attenzione visiva e il controllo dei neuroni motori. Produrre oggetti acheuleani, invece, ha richiesto l'integrazione di più circuiti, responsabili della memoria visiva, uditiva e sensoriale e della pianificazione complessa: esattamente le stesse aree del cervello che si attivano suonando il pianoforte.
Inoltre, gli scienziati hanno osservato che i circuiti neurali responsabili del linguaggio nell'uomo moderno si sono attivati solo durante la costruzione di strumenti acheuleani, quando i partecipanti hanno ricevuto istruzioni verbali. Dal momento che 1,75 milioni di anni fa l'uso della parola non era certamente ancora sviluppato, è probabile che la capacità di produrre questi oggetti non fosse strettamente legata all'evoluzione dei centri del linguaggio cerebrali.
"Questo studio getta nuova luce sulla cognizione preistorica, rivelando le reti cerebrali responsabili del progresso dell'intelligenza dell'uomo circa 1,75 milioni di anni fa, che ha marcato un punto di svolta nell'evoluzione del cervello umano", sottolinea Shelby Putt, dell'Istituto Stone Age di Bloomington, leader del gruppo di ricerca.
"I nostri risultati non confermano la convinzione secondo cui la produzione di oggetti in pietra e il linguaggio si siano evoluti contemporaneamente, ma piuttosto supportano l'idea che siano state la memoria di lavoro e le reti cerebrali di integrazione audio-visiva a costituire le basi che hanno favorito il progresso nella lavorazione della pietra", ricorda invece John Spencer, dell'Università dell'Anglia orientale di Norwich. "È affascinante che queste reti neurali siano le stesse che oggi consentono all'uomo di suonare abilmente uno strumento musicale".
È noto che circa 1,75 milioni di anni fa si osservò un progresso quasi rivoluzionario nella tecnologia degli oggetti in pietra costruiti dai nostri antenati, con il passaggio dai semplici strumenti "olduvaiani" (il cui nome deriva dal sito archeologico di Olduvai Gorge, in Tanzania), come schegge e ciottoli, ai più complessi oggetti "acheuleani" (dal sito di Saint-Acheul, quartiere della città francese di Amiens), simmetrici e lavorati su due lati, che includevano asce e mannaie.
Finora si è pensato che questo progresso fosse legato a un miglioramento parallelo dell'intelligenza e delle capacità di linguaggio, ma a causa della difficoltà di reperire informazioni sulla reale attività cerebrale dei nostri antenati, il problema rimane aperto.
Per studiare meglio questo aspetto, nello studio i ricercatori hanno impiegato tecniche di neuroarcheologia, che abbinano i metodi della neuroscienza moderna all'osservazione di reperti archeologici, studiando l'attività cerebrale di esseri umani moderni impegnati nella realizzazione di strumenti in pietra olduvaiani o acheuleani.
In particolare la ricerca ha coinvolto 31 partecipanti: di questi, 15 hanno imparato a modellare la pietra sulla base di istruzioni verbali e guardando video dimostrativi, mentre gli altri 16 sono stati istruiti in modo non verbale, ossia osservando gli stesso video, ma senza audio.
I ricercatori hanno scoperto che per ricavare semplici schegge dagli oggetti olduvaiani, ai partecipanti bastava coordinare l'attenzione visiva e il controllo dei neuroni motori. Produrre oggetti acheuleani, invece, ha richiesto l'integrazione di più circuiti, responsabili della memoria visiva, uditiva e sensoriale e della pianificazione complessa: esattamente le stesse aree del cervello che si attivano suonando il pianoforte.
Inoltre, gli scienziati hanno osservato che i circuiti neurali responsabili del linguaggio nell'uomo moderno si sono attivati solo durante la costruzione di strumenti acheuleani, quando i partecipanti hanno ricevuto istruzioni verbali. Dal momento che 1,75 milioni di anni fa l'uso della parola non era certamente ancora sviluppato, è probabile che la capacità di produrre questi oggetti non fosse strettamente legata all'evoluzione dei centri del linguaggio cerebrali.
"Questo studio getta nuova luce sulla cognizione preistorica, rivelando le reti cerebrali responsabili del progresso dell'intelligenza dell'uomo circa 1,75 milioni di anni fa, che ha marcato un punto di svolta nell'evoluzione del cervello umano", sottolinea Shelby Putt, dell'Istituto Stone Age di Bloomington, leader del gruppo di ricerca.
"I nostri risultati non confermano la convinzione secondo cui la produzione di oggetti in pietra e il linguaggio si siano evoluti contemporaneamente, ma piuttosto supportano l'idea che siano state la memoria di lavoro e le reti cerebrali di integrazione audio-visiva a costituire le basi che hanno favorito il progresso nella lavorazione della pietra", ricorda invece John Spencer, dell'Università dell'Anglia orientale di Norwich. "È affascinante che queste reti neurali siano le stesse che oggi consentono all'uomo di suonare abilmente uno strumento musicale".