In tanti abbiamo memoria dei momenti difficili passati dall'astronauta italiano Luca Parmitano durante la sua Eva, quando rischiò di affogare nella sua tuta spaziale nel luglio del 2013 a causa di un'infiltrazione d'acqua nel casco. Tutto in quel caso si risolse per il meglio, ma gli scienziati sono sempre al lavoro per cercare di prevedere e risolvere emergenze tutelando la sicurezza degli astronauti. Ed è in questa direzione che va il lavoro degli ingegneri del Draper (Cambridge, Massachusetts), che hanno depositato un brevetto per includere una sorta di bottone "take me home" nelle tute spaziali destinate alle attività extraveicolari. A finanziare la ricerca sulle tute spaziali niente meno che la Nasa.
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·RIENTRO MANUALE O ASSISTITO
L'idea di base è quella di un sistema automatico da integrare per un rientro nella Stazione spaziale in caso di emergenza. Al momento, spiegano dal Draper, infatti le tute da Eva sono dotate solo di sistema per rientro manuale (come il sistema ''Safer'' posizionato sulla parte posteriore) e una soluzione automatica, meglio a prova di errore, permetterebbe di tutelare gli astronauti dal peggiore degli scenari possibili, spiega Kevin Duda, tra gli inventori del "tame me home button": quella di perdersi nello Spazio.
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Il progetto in realtà è pensato per lavorare a diversi livelli di autonomia: potrebbe infatti essere attivato in modalità semiautomatica, ovvero limitarsi a dare indicazioni all'astronauta attraverso sensori e display che che diano indizi visivi, tattili e acustici o funzionare in modalità completamente automatica, attivato da altri membri dell'equipaggio o persino dai centri di controllo a Terra, azionando il jet pack (lo zaino razzo).
Tute spaziali, la storia
La Nasa ha un problema. Riguarda le tute spaziali del futuro. Il programma di ricerca ha sprecato 200 milioni di dollari negli ultimi dieci anni senza partorire una degna erede dell’attuale Emu, la Extravehicular mobility unit. Come se non bastasse, di Emu ne rimangono solo 11 e vecchie, mettendo a rischio l’equipaggiamento per la conclusione del programma della Stazione spaziale internazionale previsto per il 2024. L'ARTICOLO
Questo significa che il sistema di "take me home" dovrà combinare tutta una serie di caratteristiche. Primo tra tutti dovrà essere dotato di un sistema che permetta di sapere esattamente dove si trova l'astronauta, registrando la sua posizione rispetto a un oggetto, come potrebbe essere una navicella (o stazione spaziale stessa). Una volta determinata la posizione iniziale e identificata la traiettoria più sicura per riportare a casa l'astronauta, il sistema dovrà guidarlo attraverso un sistema di navigazione che potrebbe sfruttare tecnologie diverse: a vista, configurato utilizzando un Gps, o che utilizzi la posizione delle stelle. Tutto questo dovrà certamente tener conto, spiegano dal laboratorio Draper, del tempo e dell'ossigeno necessari per riportare un astronauta a casa.
Astrorad, un'armatura contro i raggi cosmici
L'azienda israeliana ha realizzato per la Nasa e Lockheed Martin una tuta per proteggere gli astronauti dalle radiazioni cosmiche nello spazio interplanetario. Un multistrato composto da materiali non metallici che proteggeranno gli organi vitali, in particolare del torso, e le cellule staminali con una struttura che garantisce la piena mobilità. Il primo test nello spazio è previsto nel 2018 nella missione EM-1, in cui la capsula Orion arriverà ben oltre l'orbita della Luna. A bordo, vestito con la Astrorad, ci sarà un manichino. Anche se la Nasa sta valutando l'opportunità di inviare un equipaggio di due astronauti
Pensato per gli astronauti, il sistema di navigazione automatico potrebbe però rivelarsi utile anche a Terra, in situazioni di emergenza, quali per esempio quelle di pompieri che si muovono in locali pieni di fumo, o per sommozzatori che avessero difficoltà a rintracciare la propria localizzazione sott'acqua.