Floridi: “Il futuro delle notizie è nei dati”
Jaime D'Alessandro , di JAIME D'ALESSANDROL'intervista. "La tecnologia ha acceso la miccia in una polveriera che già esisteva"
ROMA. Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell'informazione all'Università di Oxford, si presenta in completo grigio sfoggiando ottimismo. Filosofo prestato al digitale, fra i più autorevoli nel suo campo, alla Camera dei deputati lo hanno chiamato per intervenire nel convegno Data to change-digital human transformation, sull'uso dei dati e sulla loro capacità di trasformare tutto. L'intelligenza artificiale se ne nutre, i colossi del Web traggano da lì le loro ricchezze, noi ne produciamo quantità sempre maggiori, l'informazione ne è travolta. "Bisogna partire della speranza e dalla positività", esordisce Floridi.
Bel tema. E che cosa c'entrano con i dati?
"La vera innovazione non è la nuova app o il nuovo gadget hi-tech, ma come usiamo i dati. Dunque, come li governiamo: quali regole vogliamo darci e se queste regole vanno bene o meno. E l'informazione, in ques…
Bel tema. E che cosa c'entrano con i dati?
"La vera innovazione non è la nuova app o il nuovo gadget hi-tech, ma come usiamo i dati. Dunque, come li governiamo: quali regole vogliamo darci e se queste regole vanno bene o meno. E l'informazione, in ques…
ROMA. Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell'informazione all'Università di Oxford, si presenta in completo grigio sfoggiando ottimismo. Filosofo prestato al digitale, fra i più autorevoli nel suo campo, alla Camera dei deputati lo hanno chiamato per intervenire nel convegno Data to change-digital human transformation, sull'uso dei dati e sulla loro capacità di trasformare tutto. L'intelligenza artificiale se ne nutre, i colossi del Web traggano da lì le loro ricchezze, noi ne produciamo quantità sempre maggiori, l'informazione ne è travolta. "Bisogna partire della speranza e dalla positività", esordisce Floridi.
Bel tema. E che cosa c'entrano con i dati?
"La vera innovazione non è la nuova app o il nuovo gadget hi-tech, ma come usiamo i dati. Dunque, come li governiamo: quali regole vogliamo darci e se queste regole vanno bene o meno. E l'informazione, in quest'era dominata dai social media, è un tassello importante".
A proposito. Facebook, che molti considerano il quotidiano della nostra epoca, ha appena modificato gli algoritmi che decidono che cosa farci vedere. Si punta ai rapporti familiari e alla cerchia di amici. Ma c'è chi teme che ancor più di prima vedremo soltanto contenuti e opinioni simili alle nostre uccidendo il confronto.
"È un problema serio quelle delle echo chambers, le camere dell'eco. Quei luoghi digitali dove si finisce a parlare solo all'interno di gruppi che hanno idee omogenee. Anche perché è un meccanismo che si auto alimenta: più si è isolati nella propria piccola comunità che la pensa allo stesso modo, più le idee si fanno radicali. Più si fanno radicali, più ci si isola perché si trova la diversità fastidiosa, insostenibile".
Colpa della tecnologia?
"La tecnologia ha acceso la miccia in una polveriera che già esisteva. Propaganda, notizie fasulle, tentativi perenni di escludere la voce degli altri rispetto ad un "noi" sono fenomeni antichi. In passato però, parlo del dopoguerra, televisione e giornali in Europa hanno svolto la funzione di sincronizzare tutti dando spazio anche ad opinioni diverse. Con i social media i megafoni si sono moltiplicati, ed è un bene. Solo che la personalizzazione ha preso la strada errata".
E ora?
"Manca la politica. Manca qualcuno che imponga il confronto. Mancano, come dicevo all'inizio, delle vere regole".
Eppure la politica social network ed estremismi ha dimostrato di saperli usare.
"La politica che cavalca la frammentazione diventa populismo digitale: dice si a tutti, cambia sempre posizione, sfrutta il malcontento. Ora però dai social network si pretende da un lato di perdersi delle responsabilità, dall'altro di restarne fuori. Le modifiche apportate da Facebook al suo algoritmo è il tentativo di barcamenarsi. Di nuovo, mi sembra che sia la politica a mancare. Ma non è tutto nero. Mai come oggi c'è stata la volontà di
migliorare le cose e mai come oggi abbiamo avuto a disposizione così tante intelligenze, così tanta ricchezza economica, così tanta attenzione al sociale. Possiamo e dobbiamo metterci tutti seduti attorno ad un tavolo".
Immagina un tavolo fra politica, società civile, media e colossi del Web?
"Converrebbe a tutti una società sana. Questo però significa necessariamente una politica che pensa sulla lunga distanza, che non guarda solo alle prossime elezioni".
Ha ragione: lei è un vero ottimista.
"Se vuole le posso fornire un altro spunto positivo".
Prego.
"Pensi all'automazione e alla robotica che elimineranno tante professioni. E prenda l'Italia. La generazione che ora arriva al lavoro è quella che rischia di più. Ma questo Paese, che è fra i più ricchi e fra i più civili malgrado i tanti difetti che ha, potrebbe investire sui suoi cittadini fornendo loro dei capitali da utilizzare per nuovi progetti con i fondi raccolti dalle tasse sull'automazione. Non si tratta di un sussidio, ma di un incentivo. Una prospettiva completamente diversa di affrontare il problema".
Bel tema. E che cosa c'entrano con i dati?
"La vera innovazione non è la nuova app o il nuovo gadget hi-tech, ma come usiamo i dati. Dunque, come li governiamo: quali regole vogliamo darci e se queste regole vanno bene o meno. E l'informazione, in quest'era dominata dai social media, è un tassello importante".
A proposito. Facebook, che molti considerano il quotidiano della nostra epoca, ha appena modificato gli algoritmi che decidono che cosa farci vedere. Si punta ai rapporti familiari e alla cerchia di amici. Ma c'è chi teme che ancor più di prima vedremo soltanto contenuti e opinioni simili alle nostre uccidendo il confronto.
"È un problema serio quelle delle echo chambers, le camere dell'eco. Quei luoghi digitali dove si finisce a parlare solo all'interno di gruppi che hanno idee omogenee. Anche perché è un meccanismo che si auto alimenta: più si è isolati nella propria piccola comunità che la pensa allo stesso modo, più le idee si fanno radicali. Più si fanno radicali, più ci si isola perché si trova la diversità fastidiosa, insostenibile".
Colpa della tecnologia?
"La tecnologia ha acceso la miccia in una polveriera che già esisteva. Propaganda, notizie fasulle, tentativi perenni di escludere la voce degli altri rispetto ad un "noi" sono fenomeni antichi. In passato però, parlo del dopoguerra, televisione e giornali in Europa hanno svolto la funzione di sincronizzare tutti dando spazio anche ad opinioni diverse. Con i social media i megafoni si sono moltiplicati, ed è un bene. Solo che la personalizzazione ha preso la strada errata".
E ora?
"Manca la politica. Manca qualcuno che imponga il confronto. Mancano, come dicevo all'inizio, delle vere regole".
Eppure la politica social network ed estremismi ha dimostrato di saperli usare.
"La politica che cavalca la frammentazione diventa populismo digitale: dice si a tutti, cambia sempre posizione, sfrutta il malcontento. Ora però dai social network si pretende da un lato di perdersi delle responsabilità, dall'altro di restarne fuori. Le modifiche apportate da Facebook al suo algoritmo è il tentativo di barcamenarsi. Di nuovo, mi sembra che sia la politica a mancare. Ma non è tutto nero. Mai come oggi c'è stata la volontà di
migliorare le cose e mai come oggi abbiamo avuto a disposizione così tante intelligenze, così tanta ricchezza economica, così tanta attenzione al sociale. Possiamo e dobbiamo metterci tutti seduti attorno ad un tavolo".
Immagina un tavolo fra politica, società civile, media e colossi del Web?
"Converrebbe a tutti una società sana. Questo però significa necessariamente una politica che pensa sulla lunga distanza, che non guarda solo alle prossime elezioni".
Ha ragione: lei è un vero ottimista.
"Se vuole le posso fornire un altro spunto positivo".
Prego.
"Pensi all'automazione e alla robotica che elimineranno tante professioni. E prenda l'Italia. La generazione che ora arriva al lavoro è quella che rischia di più. Ma questo Paese, che è fra i più ricchi e fra i più civili malgrado i tanti difetti che ha, potrebbe investire sui suoi cittadini fornendo loro dei capitali da utilizzare per nuovi progetti con i fondi raccolti dalle tasse sull'automazione. Non si tratta di un sussidio, ma di un incentivo. Una prospettiva completamente diversa di affrontare il problema".