Bambini su Internet, così curiosi e così vulnerabili
Jaime D'Alessandro , di JAIME D'ALESSANDROUna serie di episodi scabrosi svela i pericoli di un’esposizione incondizionata dei più piccini a smartphone e tablet: inseriti in chat e videogame messaggi subliminali di violenza, razzismo e addirittura pedopornografia. le aziende corrono ai ripari
"Una madre recentemente è venuta da me preoccupata: il figlio, dopo aver ricevuto lo smartphone in regalo, ha iniziato ad andar male a scuola. I ragazzini di oggi sono perpetuamente assorbiti dagli schermi tattili. Ma francamente non ho notato alcun incremento del livello medio di stupidità. E nemmeno di quello, cronico, di assenza di immaginazione". Enrico Castelli, filoso e insegnante presso la scuola elementare e media Mazzini di Roma, uno dei protagonisti dell'ultimo documentario Scuola di Felicità di Walter Veltroni, ha toccato con mano l'entrata in massa dei preadolescenti nel mondo del digitale.
Nel suo istituto spesso arrivano già con il telefono e prima che la campanella suoni li vede riuniti in gruppetti chini sullo schermo. I maschi a giocare con app come Clash Royale della finlandese Supercell acquisita dai cinesi della Tencent, le ragazze a chattare su Whatsapp o a pubblicare foto e video su Instagram. Poco Facebook, qu…
Nel suo istituto spesso arrivano già con il telefono e prima che la campanella suoni li vede riuniti in gruppetti chini sullo schermo. I maschi a giocare con app come Clash Royale della finlandese Supercell acquisita dai cinesi della Tencent, le ragazze a chattare su Whatsapp o a pubblicare foto e video su Instagram. Poco Facebook, qu…
"Una madre recentemente è venuta da me preoccupata: il figlio, dopo aver ricevuto lo smartphone in regalo, ha iniziato ad andar male a scuola. I ragazzini di oggi sono perpetuamente assorbiti dagli schermi tattili. Ma francamente non ho notato alcun incremento del livello medio di stupidità. E nemmeno di quello, cronico, di assenza di immaginazione". Enrico Castelli, filoso e insegnante presso la scuola elementare e media Mazzini di Roma, uno dei protagonisti dell'ultimo documentario Scuola di Felicità di Walter Veltroni, ha toccato con mano l'entrata in massa dei preadolescenti nel mondo del digitale.
Nel suo istituto spesso arrivano già con il telefono e prima che la campanella suoni li vede riuniti in gruppetti chini sullo schermo. I maschi a giocare con app come Clash Royale della finlandese Supercell acquisita dai cinesi della Tencent, le ragazze a chattare su Whatsapp o a pubblicare foto e video su Instagram. Poco Facebook, quello ormai è invaso dai genitori e dai nonni, e frequentazione abituale di YouTube. Mentre il ministero dell'Istruzione ha messo a punto un decalogo per il loro uso in classe a fini didattici, madri e padri brancolano nel buio non sapendo nulla di quei luoghi online dove i loro figli passando così tanto tempo. "Per tornare alla madre preoccupata - prosegue Castelli - è difficile dare colpe precise agli smartphone. Sappiamo che fagocitano il tempo e che i ragazzi hanno scarsi livelli di concentrazione. Non abbiamo però ancora dati precisi, né conosciamo gli effetti a lungo termine perché questa è la prima generazione vera che li usa in maniera così intensa ad un'età tanto giovane". E sappiamo anche che il mondo della tecnologia l'infanzia la sta accerchiando: lì nascono i consumatori futuri e anche se ancora non sono in grado di spendere (benché il caso di Clash Royale dimostri che non sia sempre vero con il miliardo di euro incassato in un anno) sono comunque capaci di influenzare le spese di parenti e genitori. E così la schiera di chi inizia a preoccuparsi si allarga. A gennaio alla Apple è stata recapitata una lettera aperta di alcuni azionisti che hanno chiesto esattamente questo a Cupertino: capire l'impatto dell'iPhone sulle nuove generazioni per preservare l'infanzia.
Poco prima, a novembre, di allarmi ne sono arrivati tre assieme. Sean Parker, ex presidente di Facebook nei primi anni di vita dell'azienda, ha sostenuto che l'azienda "sfrutta consapevolmente vulnerabilità nella psicologia umana". E Facebook è proprietaria sia di Instagram sia di Whatsapp. Sempre a novembre è scoppiato lo scandalo di YouTube Kids, con la scoperta di cartoni animati fasulli costellati di scene scabrose e i commenti a sfondo pedofilo pubblicati sotto i video di giovanissime aspiranti youtuber. "Siamo qui per difendere l'infanzia e i bambini", ha dichiarato pochi giorni dopo Christopher Lee, rappresentante democratico dello Stato delle Hawaii. Lee, che è nato nel 1981 e non può esser tacciato di conoscer poco il digitale, non parlava di YouTube in realtà ma del videogame Star Wars Battlefront II, legato a Guerre Stellari e pubblicato per console e pc da un editore di primo piano come la Electronic Arts. Nella sua versione originale, poi corretta, offriva armi ed equipaggiamento a pagamento con la logica di Clash Royale: se spendi vai avanti più veloce e primeggi nelle parte online. "Pratiche predatorie", le ha chiamate Lee perché spingerebbero i più piccoli a comprare in maniera compulsiva.
"Quasi tutte le ricerche sui consumi di bambini e pre adolescenti sono dedotte o fatte attraverso le tradizionali interviste ai genitori. Per questo sono relativamente imprecise", spiega Fabrizio Angelini, a capo di ComScore Italia, azienda di misurazione e di analisi del traffico sul Web. "I bambini navigano sempre più, ma lo fanno spesso dai dispositivi dei genitori o dai tablet di casa. Difficile quindi tracciarli con precisione. Ma certo, da tre anni a questa parte stanno entrando online in forze.
E l'età di chi consuma contenuti digitali si è abbassata. Il primo smartphone arriva spesso ad otto anni e alla fine delle medie diviene di proprietà. E per quanto possano spendere poco, i bambini sono più facili da condizionare se si riesce ad entrare in sintonia con i loro gusti". Angelini sostiene che privilegino video, chat che permettono i messaggi vocali, social network come Snapchat, Instagram o Musical.ly e ancora servizi come YouTube. Soprattutto fanno un uso minimo della parola scritta optando per un linguaggio quasi esclusivamente visuale o verbale. Il successo degli "emoji" lo testimonierebbe. Sfuggono alle logiche del passato e non guardano la tv tradizionale. Questo non significa però che crescendo mantengano la stessa attitudine. Il crollo del consumo di YouTube fra i millennials della prima ora lo dimostra.
Anche i bambini con meno di otto anni cominciano a connettersi sempre di più. Stando alla Common Sense, il tempo speso su dispositivi mobili oggi è di circa 48 minuti al giorno, contro il quarto d'ora di cinque anni fa. Metà di loro ha un proprio tablet e ormai in Italia, dati Doxa Kids, tutti hanno accesso agli smartphone dei genitori. In più della metà delle famiglie italiane si consente l'uso di questi dispositivi a partire dai due anni. Il risultato è una generazione abilissima a gestire uno schermo tattile e incapace di distinguere fra i diversi contenuti. Le sparate antisemite dello youtuber Pewdiepie hanno lo stesso peso di un documentario della Bbc.
A maggio Microsoft ha presentato Windows 10 S, versione del suo sistema operativo per le scuole. Uno strumento collaborativo a basso costo per usare tutta la potenza del cloud nell'insegnamento e creare un rapporto diretto fra insegnati e studenti anche attraverso lo schermo. Mossa per mettere radici fra i professionisti di domani, si è sostenuto, e per rispondere ai portatili low cost per studenti di Google, i Chromebook. Ma comunque mossa che ha portato ad avere uno strumento utile. Resta da capire se nelle scuole hanno le energie di adottarlo.
"Ho tre figli. Il primo è cresciuto con il pc, il secondo con la PlayStation, il terzo con lo smartphone. Eppure a scuola hanno studiato esattamente le stesse cose che ho studiato io. C'è qualcosa che non va". Così Roberto Cingolani, classe 1961, direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia durante il convegno Data to change organizzato alla Camera martedì scorso. Il problema quindi non starebbe tanto nell'uso del digitale, quanto nel lasciar l'infanzia in perfetta solitudine davanti ai display a casa come a scuola. I genitori non li seguono, gli insegnanti nemmeno. E il risultato è inevitabilmente l'esporli anche a "pratiche predatorie" perché non c'è nessuno a guidarli se non in rare occasioni grazie ad un professore illuminato o a un genitore che sa navigare fra i video di YouTube.
Nel suo istituto spesso arrivano già con il telefono e prima che la campanella suoni li vede riuniti in gruppetti chini sullo schermo. I maschi a giocare con app come Clash Royale della finlandese Supercell acquisita dai cinesi della Tencent, le ragazze a chattare su Whatsapp o a pubblicare foto e video su Instagram. Poco Facebook, quello ormai è invaso dai genitori e dai nonni, e frequentazione abituale di YouTube. Mentre il ministero dell'Istruzione ha messo a punto un decalogo per il loro uso in classe a fini didattici, madri e padri brancolano nel buio non sapendo nulla di quei luoghi online dove i loro figli passando così tanto tempo. "Per tornare alla madre preoccupata - prosegue Castelli - è difficile dare colpe precise agli smartphone. Sappiamo che fagocitano il tempo e che i ragazzi hanno scarsi livelli di concentrazione. Non abbiamo però ancora dati precisi, né conosciamo gli effetti a lungo termine perché questa è la prima generazione vera che li usa in maniera così intensa ad un'età tanto giovane". E sappiamo anche che il mondo della tecnologia l'infanzia la sta accerchiando: lì nascono i consumatori futuri e anche se ancora non sono in grado di spendere (benché il caso di Clash Royale dimostri che non sia sempre vero con il miliardo di euro incassato in un anno) sono comunque capaci di influenzare le spese di parenti e genitori. E così la schiera di chi inizia a preoccuparsi si allarga. A gennaio alla Apple è stata recapitata una lettera aperta di alcuni azionisti che hanno chiesto esattamente questo a Cupertino: capire l'impatto dell'iPhone sulle nuove generazioni per preservare l'infanzia.
Poco prima, a novembre, di allarmi ne sono arrivati tre assieme. Sean Parker, ex presidente di Facebook nei primi anni di vita dell'azienda, ha sostenuto che l'azienda "sfrutta consapevolmente vulnerabilità nella psicologia umana". E Facebook è proprietaria sia di Instagram sia di Whatsapp. Sempre a novembre è scoppiato lo scandalo di YouTube Kids, con la scoperta di cartoni animati fasulli costellati di scene scabrose e i commenti a sfondo pedofilo pubblicati sotto i video di giovanissime aspiranti youtuber. "Siamo qui per difendere l'infanzia e i bambini", ha dichiarato pochi giorni dopo Christopher Lee, rappresentante democratico dello Stato delle Hawaii. Lee, che è nato nel 1981 e non può esser tacciato di conoscer poco il digitale, non parlava di YouTube in realtà ma del videogame Star Wars Battlefront II, legato a Guerre Stellari e pubblicato per console e pc da un editore di primo piano come la Electronic Arts. Nella sua versione originale, poi corretta, offriva armi ed equipaggiamento a pagamento con la logica di Clash Royale: se spendi vai avanti più veloce e primeggi nelle parte online. "Pratiche predatorie", le ha chiamate Lee perché spingerebbero i più piccoli a comprare in maniera compulsiva.
"Quasi tutte le ricerche sui consumi di bambini e pre adolescenti sono dedotte o fatte attraverso le tradizionali interviste ai genitori. Per questo sono relativamente imprecise", spiega Fabrizio Angelini, a capo di ComScore Italia, azienda di misurazione e di analisi del traffico sul Web. "I bambini navigano sempre più, ma lo fanno spesso dai dispositivi dei genitori o dai tablet di casa. Difficile quindi tracciarli con precisione. Ma certo, da tre anni a questa parte stanno entrando online in forze.
E l'età di chi consuma contenuti digitali si è abbassata. Il primo smartphone arriva spesso ad otto anni e alla fine delle medie diviene di proprietà. E per quanto possano spendere poco, i bambini sono più facili da condizionare se si riesce ad entrare in sintonia con i loro gusti". Angelini sostiene che privilegino video, chat che permettono i messaggi vocali, social network come Snapchat, Instagram o Musical.ly e ancora servizi come YouTube. Soprattutto fanno un uso minimo della parola scritta optando per un linguaggio quasi esclusivamente visuale o verbale. Il successo degli "emoji" lo testimonierebbe. Sfuggono alle logiche del passato e non guardano la tv tradizionale. Questo non significa però che crescendo mantengano la stessa attitudine. Il crollo del consumo di YouTube fra i millennials della prima ora lo dimostra.
Anche i bambini con meno di otto anni cominciano a connettersi sempre di più. Stando alla Common Sense, il tempo speso su dispositivi mobili oggi è di circa 48 minuti al giorno, contro il quarto d'ora di cinque anni fa. Metà di loro ha un proprio tablet e ormai in Italia, dati Doxa Kids, tutti hanno accesso agli smartphone dei genitori. In più della metà delle famiglie italiane si consente l'uso di questi dispositivi a partire dai due anni. Il risultato è una generazione abilissima a gestire uno schermo tattile e incapace di distinguere fra i diversi contenuti. Le sparate antisemite dello youtuber Pewdiepie hanno lo stesso peso di un documentario della Bbc.
A maggio Microsoft ha presentato Windows 10 S, versione del suo sistema operativo per le scuole. Uno strumento collaborativo a basso costo per usare tutta la potenza del cloud nell'insegnamento e creare un rapporto diretto fra insegnati e studenti anche attraverso lo schermo. Mossa per mettere radici fra i professionisti di domani, si è sostenuto, e per rispondere ai portatili low cost per studenti di Google, i Chromebook. Ma comunque mossa che ha portato ad avere uno strumento utile. Resta da capire se nelle scuole hanno le energie di adottarlo.
"Ho tre figli. Il primo è cresciuto con il pc, il secondo con la PlayStation, il terzo con lo smartphone. Eppure a scuola hanno studiato esattamente le stesse cose che ho studiato io. C'è qualcosa che non va". Così Roberto Cingolani, classe 1961, direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia durante il convegno Data to change organizzato alla Camera martedì scorso. Il problema quindi non starebbe tanto nell'uso del digitale, quanto nel lasciar l'infanzia in perfetta solitudine davanti ai display a casa come a scuola. I genitori non li seguono, gli insegnanti nemmeno. E il risultato è inevitabilmente l'esporli anche a "pratiche predatorie" perché non c'è nessuno a guidarli se non in rare occasioni grazie ad un professore illuminato o a un genitore che sa navigare fra i video di YouTube.