L’uomo delle foreste: “Così faccio rinascere la natura”
Rosita Rijtano , di ROSITA RIJTANOL’agronomo Tony Rinaudo, australiano di origini siciliane, usa ceppi e radici per ricreare la natura. E aiuta il Sud del mondo. Nel solo Niger il suo metodo ha portato al rimboschimento di sette milioni di ettari di terra. “All’inizio mi davano del matto. Con pazienza e rispetto, li ho convinti che lavorare con la natura, e non contro di lei, avrebbe migliorato la vita di tutti”
"Continuavamo a piantare nuovi semi, spendendo miliardi di dollari senza risultati. La soluzione era sotto il naso di tutti, ma eravamo ciechi". Fino a che Tony Rinaudo non ha avuto occhi per vedere, cambiando la storia. L’agronomo australiano di origini siciliane è pioniere della rigenerazione naturale assistita dagli agricoltori, una tecnica semplice e a basso costo per crescere alberi usando ceppi e radici. Un metodo che gli è valso il soprannome di “fabbricante di boschi” e il premio Right Livelihood 2018, conosciuto come il Nobel alternativo per chi si impegna a creare una società più giusta nel Sud del mondo. Nel solo Niger ha portato al rimboschimento di sette milioni di ettari di terra, contrastando l’avanzare del deserto e rendendo realtà il sogno del rivoluzionario burkinabé Thomas Sankara.
Per ogni villaggio, una piccola foresta. "Oggi il sistema è adottato in oltre venti paesi africani…
Per ogni villaggio, una piccola foresta. "Oggi il sistema è adottato in oltre venti paesi africani…
"Continuavamo a piantare nuovi semi, spendendo miliardi di dollari senza risultati. La soluzione era sotto il naso di tutti, ma eravamo ciechi". Fino a che Tony Rinaudo non ha avuto occhi per vedere, cambiando la storia. L’agronomo australiano di origini siciliane è pioniere della rigenerazione naturale assistita dagli agricoltori, una tecnica semplice e a basso costo per crescere alberi usando ceppi e radici. Un metodo che gli è valso il soprannome di “fabbricante di boschi” e il premio Right Livelihood 2018, conosciuto come il Nobel alternativo per chi si impegna a creare una società più giusta nel Sud del mondo. Nel solo Niger ha portato al rimboschimento di sette milioni di ettari di terra, contrastando l’avanzare del deserto e rendendo realtà il sogno del rivoluzionario burkinabé Thomas Sankara.
Per ogni villaggio, una piccola foresta. "Oggi il sistema è adottato in oltre venti paesi africani e in parti dell’Asia dove la deforestazione minaccia la sopravvivenza: Myanmar, Indonesia e India. Il prossimo obiettivo è estenderlo su scala globale". Rinaudo punta a 100 nazioni entro il 2020. Ha 61 anni, orecchie e mani grandi. Di chi sa ascoltare e costruire. Cresciuto in una zona di coltivatori di tabacco nel sud dell’Australia, ricorda di aver iniziato presto a immaginare di piantare alberi sulle colline che venivano disboscate per fare largo alle piantagioni. In Niger è arrivato nel 1981 da missionario e la situazione era peggiore di quanto si aspettasse.
«La natura stava scomparendo velocemente. Dovevo agire». Ha preparato il terreno imparando lo Hausa, uno degli idiomi più diffusi in Africa, e cominciato la semina. Ma senza successo. La maggior parte degli arbusti che interrava, moriva. L’acqua era poca, il caldo troppo. Nel 1983 il deserto del Sahel vinceva. "Un giorno stavo portando dei semi in un villaggio e mi sono fermato su una strada sabbiosa. Avevamo lavorato per due anni e mezzo, ma intorno a me c’era il nulla. Un totale fallimento. Pensavo di mollare, quando ho notato i cespugli che mi circondavano. Ho dato un’occhiata da vicino e mi son reso conto che si trattava di ceppi. La foresta non era sopra, ma sotto. Quella era la chiave di tutto".
I ceppi sarebbero diventati alberi. Il trucco stava nel non tagliarli o bruciarli come facevano i contadini all’epoca. Bisognava aiutarli a crescere. Un lavoro di potatura che consiste nel liberarsi dei gambi in eccesso. Ne vengono scelti cinque che in poco tempo riescono a diventare grandi, fertilizzando il terreno, proteggendo dall’afa e dal vento. Restava solo da persuadere gli agricoltori.
"All’inizio mi davano del matto. Con pazienza e rispetto, li ho convinti che lavorare con la natura, e non contro di lei, avrebbe migliorato la vita di tutti". Quasi 40 anni dopo il paesaggio è cambiato. Grazie a 200 milioni di nuovi fusti sono tornate specie di insetti e uccelli scomparse. Il clima è più mite e l’orizzonte più verde. Come il portafogli di 2,5 milioni di nigeriani che guadagnano 56 dollari in più per ettaro l’anno. "Ma non ho inventato niente, era una tecnica praticata da secoli, ne sono solo diventato un campione".
Per ogni villaggio, una piccola foresta. "Oggi il sistema è adottato in oltre venti paesi africani e in parti dell’Asia dove la deforestazione minaccia la sopravvivenza: Myanmar, Indonesia e India. Il prossimo obiettivo è estenderlo su scala globale". Rinaudo punta a 100 nazioni entro il 2020. Ha 61 anni, orecchie e mani grandi. Di chi sa ascoltare e costruire. Cresciuto in una zona di coltivatori di tabacco nel sud dell’Australia, ricorda di aver iniziato presto a immaginare di piantare alberi sulle colline che venivano disboscate per fare largo alle piantagioni. In Niger è arrivato nel 1981 da missionario e la situazione era peggiore di quanto si aspettasse.
«La natura stava scomparendo velocemente. Dovevo agire». Ha preparato il terreno imparando lo Hausa, uno degli idiomi più diffusi in Africa, e cominciato la semina. Ma senza successo. La maggior parte degli arbusti che interrava, moriva. L’acqua era poca, il caldo troppo. Nel 1983 il deserto del Sahel vinceva. "Un giorno stavo portando dei semi in un villaggio e mi sono fermato su una strada sabbiosa. Avevamo lavorato per due anni e mezzo, ma intorno a me c’era il nulla. Un totale fallimento. Pensavo di mollare, quando ho notato i cespugli che mi circondavano. Ho dato un’occhiata da vicino e mi son reso conto che si trattava di ceppi. La foresta non era sopra, ma sotto. Quella era la chiave di tutto".
I ceppi sarebbero diventati alberi. Il trucco stava nel non tagliarli o bruciarli come facevano i contadini all’epoca. Bisognava aiutarli a crescere. Un lavoro di potatura che consiste nel liberarsi dei gambi in eccesso. Ne vengono scelti cinque che in poco tempo riescono a diventare grandi, fertilizzando il terreno, proteggendo dall’afa e dal vento. Restava solo da persuadere gli agricoltori.
"All’inizio mi davano del matto. Con pazienza e rispetto, li ho convinti che lavorare con la natura, e non contro di lei, avrebbe migliorato la vita di tutti". Quasi 40 anni dopo il paesaggio è cambiato. Grazie a 200 milioni di nuovi fusti sono tornate specie di insetti e uccelli scomparse. Il clima è più mite e l’orizzonte più verde. Come il portafogli di 2,5 milioni di nigeriani che guadagnano 56 dollari in più per ettaro l’anno. "Ma non ho inventato niente, era una tecnica praticata da secoli, ne sono solo diventato un campione".