Essere biotech: l'ultima profezia di Negroponte
Jaime D'Alessandro , di JAIME D'ALESSANDROIntervista con il pioniere dell’era digitale. “Le biotecnologie avranno un peso enorme. L’unione di due mondi, il naturale e l’artificiale, è un salto non da poco”. “La fine degli smartphone è vicina; c’è bisogno di grandi display, presto si affermerà un nuovo dispositivo”. “Deluso dai social network, circolano troppi contenuti triviali”
Alto, dalla battuta pronta e dall’età indefinibile. Guardandolo oggi Nicholas Negroponte, 74 anni, sembra aver fatto un patto con il diavolo. Considerato nel mondo del digitale una leggenda, è figlio di immigrati greci arrivati negli Stati Uniti fra le due guerre. Affetto da problemi di dislessia, ha studiato in Europa, si è laureato in architettura a Boston, ha insegnando grafica digitale a 23 anni quando nessuno sapeva cosa fosse. E ha co-fondato il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology nel 1985 e la rivista Wired nel 1993. Ha anche dato vita a sessanta diverse startup, tenuto quattordici lezioni nel ciclo di conferenze Ted, lanciato un computer low cost per gli studenti più poveri dei Paesi in via di sviluppo. Soprattutto ha scritto nel 1994 un saggio fondamentale intitolato Essere digitali dove raccontava il passaggio da un mondo fatto di atomi ad uno sempre più condizionato dai bit.
«Non era una collezione di previsioni…
«Non era una collezione di previsioni…
Alto, dalla battuta pronta e dall’età indefinibile. Guardandolo oggi Nicholas Negroponte, 74 anni, sembra aver fatto un patto con il diavolo. Considerato nel mondo del digitale una leggenda, è figlio di immigrati greci arrivati negli Stati Uniti fra le due guerre. Affetto da problemi di dislessia, ha studiato in Europa, si è laureato in architettura a Boston, ha insegnando grafica digitale a 23 anni quando nessuno sapeva cosa fosse. E ha co-fondato il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology nel 1985 e la rivista Wired nel 1993. Ha anche dato vita a sessanta diverse startup, tenuto quattordici lezioni nel ciclo di conferenze Ted, lanciato un computer low cost per gli studenti più poveri dei Paesi in via di sviluppo. Soprattutto ha scritto nel 1994 un saggio fondamentale intitolato Essere digitali dove raccontava il passaggio da un mondo fatto di atomi ad uno sempre più condizionato dai bit.
«Non era una collezione di previsioni», spiega Negroponte quando lo incontriamo alla Fondazione Prada di Milano durante la seconda edizione di “Shaping a sustainable digital future”. «Erano invece estrapolazioni, fenomeni già in atto a quei tempi che avrebbero portato certi frutti. L’unico punto interrogativo stava nel capire il quando, non il se. Sembravano previsioni perché a volte certe tecnologie hanno un avvio lento e appaiono improbabili».
La più improbabile di quelle divenute fondamentali?
«L’intelligenza artificiale è un’invenzione degli anni Sessanta e al tempo sembrava una follia irrealizzabile. “Intelligenza” e “artificiale” formano un ossimoro, si diceva. Capita: certe tecnologie all’inizio generano ilarità. Se le dicessi ad esempio che avremo delle pillole che ti permetteranno di imparare una lingua come il francese o delle autovetture che cresceranno come piante e una volta mature si potranno cogliere e mettere su strada per guidarle?».
Ha ragione: fa sorridere.
«Ecco. Vediamo fra vent’anni cosa succede. Ma se dovessi pensare a qualcosa che avrà di sicuro un peso davvero enorme, la prima che mi viene in mente è la biotecnologia. Per anni abbiamo continuato a costruire cose in una scala sempre più microscopica e nanoscopica. A quel livello si opera nel regno molecolare che è la base della natura. E ingegnerizzare a dimensioni tanto ridotte significa quindi unire il mondo naturale con quello artificiale. Un salto non da poco».
Cosa invece non si aspettava del presente nel 1994 quando scrisse “Essere digitale”?
«I social media così come si sono sviluppati. Non pensavamo che le persone li avrebbero usati per condividere cose tanto triviali».
Ha anche scritto che i bit, i dati, sarebbero circolati in maniera libera rispetto agli atomi delle merci fisiche. Oggi però negli Stati Uniti è possibile comprare dell’acqua minerale arrivata dalle Fiji, a migliaia di chilometri di distanza, mentre per le compagnie occidentali è quasi impossibile esportare i propri bit in Cina. Se lo aspettava?
«Avviene perché i governi tentano di trasformare i bit in atomi. Non è la tecnologia il problema, ma l’applicazione di leggi e logiche del mondo fisico con le loro frontiere e i loro dazi. Credo di aver sbagliato di più con il riconoscimento del linguaggio da parte delle macchine. Ero convinto che avrebbe portato prima i suoi frutti».
Però aveva intuito che saremmo arrivati ad avere assistenti virtuali.
«È un’idea che circola da decenni. Mancavano solo pochi tasselli per metterla in pratica».
Tornando ai social network, prima di lei qui alla Fondazione Prada, un saggista come Andrew Keen li ha messi ancora una volta sul banco degli imputati per il ruolo negativo che svolgerebbero nella società. Voci come quella di Tim Berners-Lee, considerato come il “padre” del Web, sostengono che vada riformato per tornare alle radici universali. Lei pensa che sia necessario “aggiustare” Internet?
«Non conosco in dettaglio il piano di Tim ma sono certo sia basato su ottimi principi. Detto questo il voler tornare alle origini sarebbe come dire di voler rifondare il processo di stampa di Gutenberg perché esiste la pornografia. Per altro Gutenberg non scriveva libri. Personalmente non credo che abbiamo Donald Trump per colpa di un gruppo di suprematisti bianchi che vivono in provincia o per causa dei social network. Hanno responsabilità ben maggiori le università dove si insegna che il successo nel mondo degli affari è fatto di egoismo e ferocia. E l’aver privatizzato le scuole rendendo la vera educazione un privilegio».
A proposito di imparare. Lei è dislessico e quando studiava in Svizzera preferiva di gran lunga leggere gli orari dei treni piuttosto che i libri sui quali faticava. Poi però è comunque riuscito a fare una carriera brillante. Considerando i cambiamenti ai quali stiamo andando incontro, con il rischio di perdere milioni di posti di lavoro a causa dell’automazione, su quali insegnamenti bisognerebbe puntare per dare qualche strumento utile ai nostri figli per affrontare il futuro?
«Non li studiavo soltanto gli orari dei treni svizzeri, li conoscevo a memoria. Ancora oggi esamino quelli degli aerei e compro sempre io i miei biglietti. Al liceo ero bravo a disegnare ed ero bravo in matematica. Mi dissero: fai architettura, combina le due cose. Così mi sono laureato ma poi ho fatto altro. Io non credo sia necessario insegnare una certa materia ai bambini, piuttosto come fare ad apprendere. Capire l’acquisizione delle conoscenze, e risolvere problemi, è cosa ben diversa da imparare una certa materia. A sette o otto anni non serve un indottrinamento in un campo specifico e qualsiasi materia comunque domani potrebbe rivelarsi inutile. In altre parole si insegna a programmare perché programmare insegna a pensare. I singoli linguaggi di coding non sono importanti».
Fra le schiere sempre più folte di pentiti della Silicon Valley, manager dei colossi dell’hi-tech, c’è chi manda i figli alle scuole steineriane dove ai bambini per proteggerli si impedisce di accedere alla tecnologia fino ai dieci anni.
«Forse qualcuno lo fa, ma non è una soluzione. Stiamo parlando di privilegiati. Quanti nel mondo si possono permettere di mandare i figli a scuole di quel genere? L’accesso alla Rete è fondamentale e lo è soprattutto per chi ancora non ce l’ha. Ci sono aree dell’Africa dove solo il cinquanta per cento dei bambini frequenta una classe e dove i maestri sanno ben poco dell’insegnamento. Connettere la prima metà del genere umano è stato molto più semplice di quel che richiederà dare accesso al Web a quelli che restano fuori perché vivono in condizioni e in luoghi dove quell’accesso è fantascienza. Ho avuto amici che vietavano ai figli la tv, altri che ora si preoccupano di quanto tempo si passa davanti allo schermo. Eppure nessuno di loro si azzarderebbe a criticarmi per il fatto che sto leggendo la biografia di Winston Churchill sul mio tablet o a sgridare la figlia perché passa troppo tempo a leggere romanzi su carta. Il problema è al solito è il contenuto. Internet è un luogo rumoroso che ha bisogno di regole. Tutto qui. Trovo molto più fastidiosi e preoccupanti gli ostacoli che ancora oggi mi impediscono di connettermi: aggiornamenti dei software, necessità di usare password, pernottare in un hotel che chiede addirittura dei soldi per un accesso».
Nel 2005 a Davos lei ha presentato il progetto per un computer da 100 dollari per i bambini che è stato finanziato da diversi Paesi in via di sviluppo con un miliardo di dollari. Voleva ridurre la distanza nella digitalizzazione degli studenti fra nazioni ricche e povere. A quanto pare però sono stati gli smartphone a diventare, nel bene e nel male, il principale accesso alle informazioni digitali anche in Africa e Asia.
«Un caso sfortunato e comunque un fenomeno temporaneo».
Lo smartphone è temporaneo?
«Si. Non è lo strumento più indicato per fare molte cose. Bisogna avere un display più ampio delle proprie mani messe una a fianco all’altra. Presto vedremo un altro tipo di dispositivo affermarsi».
Un’ultima domanda: che progetti ha per il futuro?
«Sono due. Il primo, costruito con l’architetto Norman Foster, mira a sviluppare delle soluzioni urbanistiche ad alta tecnologia per le baraccopoli e il miglioramento delle condizioni di vita di queste aree che sono sempre più estese nel mondo. L’altro, con Romano Prodi, invece punta a far inserire la connessione alla Rete come uno dei diritti umani riconosciuti dalle Nazioni Unite. Ecco, il mio futuro per ora è in queste due imprese».
«Non era una collezione di previsioni», spiega Negroponte quando lo incontriamo alla Fondazione Prada di Milano durante la seconda edizione di “Shaping a sustainable digital future”. «Erano invece estrapolazioni, fenomeni già in atto a quei tempi che avrebbero portato certi frutti. L’unico punto interrogativo stava nel capire il quando, non il se. Sembravano previsioni perché a volte certe tecnologie hanno un avvio lento e appaiono improbabili».
La più improbabile di quelle divenute fondamentali?
«L’intelligenza artificiale è un’invenzione degli anni Sessanta e al tempo sembrava una follia irrealizzabile. “Intelligenza” e “artificiale” formano un ossimoro, si diceva. Capita: certe tecnologie all’inizio generano ilarità. Se le dicessi ad esempio che avremo delle pillole che ti permetteranno di imparare una lingua come il francese o delle autovetture che cresceranno come piante e una volta mature si potranno cogliere e mettere su strada per guidarle?».
Ha ragione: fa sorridere.
«Ecco. Vediamo fra vent’anni cosa succede. Ma se dovessi pensare a qualcosa che avrà di sicuro un peso davvero enorme, la prima che mi viene in mente è la biotecnologia. Per anni abbiamo continuato a costruire cose in una scala sempre più microscopica e nanoscopica. A quel livello si opera nel regno molecolare che è la base della natura. E ingegnerizzare a dimensioni tanto ridotte significa quindi unire il mondo naturale con quello artificiale. Un salto non da poco».
Cosa invece non si aspettava del presente nel 1994 quando scrisse “Essere digitale”?
«I social media così come si sono sviluppati. Non pensavamo che le persone li avrebbero usati per condividere cose tanto triviali».
Ha anche scritto che i bit, i dati, sarebbero circolati in maniera libera rispetto agli atomi delle merci fisiche. Oggi però negli Stati Uniti è possibile comprare dell’acqua minerale arrivata dalle Fiji, a migliaia di chilometri di distanza, mentre per le compagnie occidentali è quasi impossibile esportare i propri bit in Cina. Se lo aspettava?
«Avviene perché i governi tentano di trasformare i bit in atomi. Non è la tecnologia il problema, ma l’applicazione di leggi e logiche del mondo fisico con le loro frontiere e i loro dazi. Credo di aver sbagliato di più con il riconoscimento del linguaggio da parte delle macchine. Ero convinto che avrebbe portato prima i suoi frutti».
Però aveva intuito che saremmo arrivati ad avere assistenti virtuali.
«È un’idea che circola da decenni. Mancavano solo pochi tasselli per metterla in pratica».
Tornando ai social network, prima di lei qui alla Fondazione Prada, un saggista come Andrew Keen li ha messi ancora una volta sul banco degli imputati per il ruolo negativo che svolgerebbero nella società. Voci come quella di Tim Berners-Lee, considerato come il “padre” del Web, sostengono che vada riformato per tornare alle radici universali. Lei pensa che sia necessario “aggiustare” Internet?
«Non conosco in dettaglio il piano di Tim ma sono certo sia basato su ottimi principi. Detto questo il voler tornare alle origini sarebbe come dire di voler rifondare il processo di stampa di Gutenberg perché esiste la pornografia. Per altro Gutenberg non scriveva libri. Personalmente non credo che abbiamo Donald Trump per colpa di un gruppo di suprematisti bianchi che vivono in provincia o per causa dei social network. Hanno responsabilità ben maggiori le università dove si insegna che il successo nel mondo degli affari è fatto di egoismo e ferocia. E l’aver privatizzato le scuole rendendo la vera educazione un privilegio».
A proposito di imparare. Lei è dislessico e quando studiava in Svizzera preferiva di gran lunga leggere gli orari dei treni piuttosto che i libri sui quali faticava. Poi però è comunque riuscito a fare una carriera brillante. Considerando i cambiamenti ai quali stiamo andando incontro, con il rischio di perdere milioni di posti di lavoro a causa dell’automazione, su quali insegnamenti bisognerebbe puntare per dare qualche strumento utile ai nostri figli per affrontare il futuro?
«Non li studiavo soltanto gli orari dei treni svizzeri, li conoscevo a memoria. Ancora oggi esamino quelli degli aerei e compro sempre io i miei biglietti. Al liceo ero bravo a disegnare ed ero bravo in matematica. Mi dissero: fai architettura, combina le due cose. Così mi sono laureato ma poi ho fatto altro. Io non credo sia necessario insegnare una certa materia ai bambini, piuttosto come fare ad apprendere. Capire l’acquisizione delle conoscenze, e risolvere problemi, è cosa ben diversa da imparare una certa materia. A sette o otto anni non serve un indottrinamento in un campo specifico e qualsiasi materia comunque domani potrebbe rivelarsi inutile. In altre parole si insegna a programmare perché programmare insegna a pensare. I singoli linguaggi di coding non sono importanti».
Fra le schiere sempre più folte di pentiti della Silicon Valley, manager dei colossi dell’hi-tech, c’è chi manda i figli alle scuole steineriane dove ai bambini per proteggerli si impedisce di accedere alla tecnologia fino ai dieci anni.
«Forse qualcuno lo fa, ma non è una soluzione. Stiamo parlando di privilegiati. Quanti nel mondo si possono permettere di mandare i figli a scuole di quel genere? L’accesso alla Rete è fondamentale e lo è soprattutto per chi ancora non ce l’ha. Ci sono aree dell’Africa dove solo il cinquanta per cento dei bambini frequenta una classe e dove i maestri sanno ben poco dell’insegnamento. Connettere la prima metà del genere umano è stato molto più semplice di quel che richiederà dare accesso al Web a quelli che restano fuori perché vivono in condizioni e in luoghi dove quell’accesso è fantascienza. Ho avuto amici che vietavano ai figli la tv, altri che ora si preoccupano di quanto tempo si passa davanti allo schermo. Eppure nessuno di loro si azzarderebbe a criticarmi per il fatto che sto leggendo la biografia di Winston Churchill sul mio tablet o a sgridare la figlia perché passa troppo tempo a leggere romanzi su carta. Il problema è al solito è il contenuto. Internet è un luogo rumoroso che ha bisogno di regole. Tutto qui. Trovo molto più fastidiosi e preoccupanti gli ostacoli che ancora oggi mi impediscono di connettermi: aggiornamenti dei software, necessità di usare password, pernottare in un hotel che chiede addirittura dei soldi per un accesso».
Nel 2005 a Davos lei ha presentato il progetto per un computer da 100 dollari per i bambini che è stato finanziato da diversi Paesi in via di sviluppo con un miliardo di dollari. Voleva ridurre la distanza nella digitalizzazione degli studenti fra nazioni ricche e povere. A quanto pare però sono stati gli smartphone a diventare, nel bene e nel male, il principale accesso alle informazioni digitali anche in Africa e Asia.
«Un caso sfortunato e comunque un fenomeno temporaneo».
Lo smartphone è temporaneo?
«Si. Non è lo strumento più indicato per fare molte cose. Bisogna avere un display più ampio delle proprie mani messe una a fianco all’altra. Presto vedremo un altro tipo di dispositivo affermarsi».
Un’ultima domanda: che progetti ha per il futuro?
«Sono due. Il primo, costruito con l’architetto Norman Foster, mira a sviluppare delle soluzioni urbanistiche ad alta tecnologia per le baraccopoli e il miglioramento delle condizioni di vita di queste aree che sono sempre più estese nel mondo. L’altro, con Romano Prodi, invece punta a far inserire la connessione alla Rete come uno dei diritti umani riconosciuti dalle Nazioni Unite. Ecco, il mio futuro per ora è in queste due imprese».