“Dai castelli di sabbia il segreto per costruire un cervello artificiale chimico”
Giuliano Aluffi , di GIULIANO ALUFFIIl professor Lee Cronin, università di Glasgow, sostiene che per ottenere una IA dotata di autocoscienza, paragonabile a quella umana, la tecnologia non serva. “Ecco i miei studi sul gel capace di imparare”
"Per ottenere un’intelligenza artificiale dotata di autocoscienza, e quindi paragonabile a quella umana, non serve l’elettronica, ma la chimica", afferma Lee Cronin, docente di chimica all’Università di Glasgow, dove è responsabile di un laboratorio di 50 ricercatori impegnati nello sviluppo di un “cervello chimico”, ovvero di un gel capace di imparare.
Come può funzionare un cervello artificiale chimico, professor Cronin?
"Il gel contiene delle fibre collegate ad elettrodi, ai quali possiamo collegare delle periferiche come webcam o microfoni perché funzionino come la vista o l’udito. Quando vedremo che stimoli visivi o uditivi vengono in qualche modo riconosciuti e ricordati dalla massa gelatinosa, inizieremo a ritenerci sulla buona strada. Il traguardo finale sarebbe ottenere, a forza di continuo allenamento tramite stimoli esterni, un cervello chimico così sofisticato capace di riconoscere anche…
Come può funzionare un cervello artificiale chimico, professor Cronin?
"Il gel contiene delle fibre collegate ad elettrodi, ai quali possiamo collegare delle periferiche come webcam o microfoni perché funzionino come la vista o l’udito. Quando vedremo che stimoli visivi o uditivi vengono in qualche modo riconosciuti e ricordati dalla massa gelatinosa, inizieremo a ritenerci sulla buona strada. Il traguardo finale sarebbe ottenere, a forza di continuo allenamento tramite stimoli esterni, un cervello chimico così sofisticato capace di riconoscere anche…
"Per ottenere un’intelligenza artificiale dotata di autocoscienza, e quindi paragonabile a quella umana, non serve l’elettronica, ma la chimica", afferma Lee Cronin, docente di chimica all’Università di Glasgow, dove è responsabile di un laboratorio di 50 ricercatori impegnati nello sviluppo di un “cervello chimico”, ovvero di un gel capace di imparare.
Come può funzionare un cervello artificiale chimico, professor Cronin?
"Il gel contiene delle fibre collegate ad elettrodi, ai quali possiamo collegare delle periferiche come webcam o microfoni perché funzionino come la vista o l’udito. Quando vedremo che stimoli visivi o uditivi vengono in qualche modo riconosciuti e ricordati dalla massa gelatinosa, inizieremo a ritenerci sulla buona strada. Il traguardo finale sarebbe ottenere, a forza di continuo allenamento tramite stimoli esterni, un cervello chimico così sofisticato capace di riconoscere anche se stesso, e quindi autocosciente".
Ma perché il primo vero cervello artificiale non potrebbe essere elettronico?
"Noi abbiamo oltre 100 miliardi di neuroni, e ognuno di questi è legato agli altri da circa 1000 connessioni: ciò implica che il numero potenziale di configurazioni del cervello umano è superiore al numero di atomi dell’intero universo. Nessun computer può essere così sofisticato. A meno che per trasmettere informazioni al suo interno non usi, proprio come il nostro cervello, reazioni chimiche. E’ grazie alla chimica che mi auguro di fare luce su uno dei più grandi misteri rimasti: l’emersione, dalla materia inerte, prima della vita e poi della coscienza".
Come si possono affrontare temi così complessi in un laboratorio universitario?
Parto dalla domanda generale: cosa trasforma la chimica morta nella chimica viva?. Il primo passo è studiare la formazione spontanea della complessità. Versando degli acidi su dei campioni di sabbia, ho notato che in certi casi si producono dei “nano oggetti” piuttosto complessi. Ciò mi fa ritenere che, insistendo, si possano ottenere strutture ancora più ricche. Rifacendomi ai giochi dei bambini in spiaggia, io chiamo il nostro approccio “dalla sabbia al castello”, perché è come se partissimo dalla sabbia e scuotessimo il contenitore per vedere se si forma spontaneamente – vale a dire senza l’intervento di un “secchiello” o di una “paletta” - qualcosa di più complesso, come un castello. O come la vita".
Quindi lei vuole ottenere vita artificiale?
"Un risultato del genere ci aiuterebbe sia a capire un po’ di più l’origine della vita sulla Terra che a rispondere sulla domanda della vita sugli altri pianeti. Tra parentesi: se parliamo di sistema solare, io punterei su Venere, più che su Marte".
Perché proprio Venere?
Per ragioni squisitamente chimiche: essendo più vicina al Sole, Venere ha più energia a disposizione per reazioni chimiche interessanti. E sembra avere una maggiore varietà di elementi rispetto alla crosta marziana. Certo, se ci fosse vita si tratterebbe di qualcosa di molto diverso da ciò a cui siamo abituati, per l’atmosfera densissima e le alte temperature".
So che lei è anche impegnato in un altro progetto dal nome curioso, il “chemputer”: di che si tratta?
"Ha presente la stampante 3D? Semplicemente scaricando da Internet lo schema di un oggetto tridimensionale, la stampante è in grado di fabbricarlo. Vogliamo ottenere qualcosa di simile, ma per i farmaci. Una macchina che permetta di scaricare dal Web la composizione chimica di una medicina, e sappia combinare gli elementi necessari nel modo appropriato per produrre il farmaco. Un sistema modello “Spotify”, che consenta a chi inventa un nuovo farmaco di essere pagato in base al numero dei download. Può funzionare: per ora il nostro prototipo è riuscito a produrre l’antidolorifico ibuprofen".
Come può funzionare un cervello artificiale chimico, professor Cronin?
"Il gel contiene delle fibre collegate ad elettrodi, ai quali possiamo collegare delle periferiche come webcam o microfoni perché funzionino come la vista o l’udito. Quando vedremo che stimoli visivi o uditivi vengono in qualche modo riconosciuti e ricordati dalla massa gelatinosa, inizieremo a ritenerci sulla buona strada. Il traguardo finale sarebbe ottenere, a forza di continuo allenamento tramite stimoli esterni, un cervello chimico così sofisticato capace di riconoscere anche se stesso, e quindi autocosciente".
Ma perché il primo vero cervello artificiale non potrebbe essere elettronico?
"Noi abbiamo oltre 100 miliardi di neuroni, e ognuno di questi è legato agli altri da circa 1000 connessioni: ciò implica che il numero potenziale di configurazioni del cervello umano è superiore al numero di atomi dell’intero universo. Nessun computer può essere così sofisticato. A meno che per trasmettere informazioni al suo interno non usi, proprio come il nostro cervello, reazioni chimiche. E’ grazie alla chimica che mi auguro di fare luce su uno dei più grandi misteri rimasti: l’emersione, dalla materia inerte, prima della vita e poi della coscienza".
Come si possono affrontare temi così complessi in un laboratorio universitario?
Parto dalla domanda generale: cosa trasforma la chimica morta nella chimica viva?. Il primo passo è studiare la formazione spontanea della complessità. Versando degli acidi su dei campioni di sabbia, ho notato che in certi casi si producono dei “nano oggetti” piuttosto complessi. Ciò mi fa ritenere che, insistendo, si possano ottenere strutture ancora più ricche. Rifacendomi ai giochi dei bambini in spiaggia, io chiamo il nostro approccio “dalla sabbia al castello”, perché è come se partissimo dalla sabbia e scuotessimo il contenitore per vedere se si forma spontaneamente – vale a dire senza l’intervento di un “secchiello” o di una “paletta” - qualcosa di più complesso, come un castello. O come la vita".
Quindi lei vuole ottenere vita artificiale?
"Un risultato del genere ci aiuterebbe sia a capire un po’ di più l’origine della vita sulla Terra che a rispondere sulla domanda della vita sugli altri pianeti. Tra parentesi: se parliamo di sistema solare, io punterei su Venere, più che su Marte".
Perché proprio Venere?
Per ragioni squisitamente chimiche: essendo più vicina al Sole, Venere ha più energia a disposizione per reazioni chimiche interessanti. E sembra avere una maggiore varietà di elementi rispetto alla crosta marziana. Certo, se ci fosse vita si tratterebbe di qualcosa di molto diverso da ciò a cui siamo abituati, per l’atmosfera densissima e le alte temperature".
So che lei è anche impegnato in un altro progetto dal nome curioso, il “chemputer”: di che si tratta?
"Ha presente la stampante 3D? Semplicemente scaricando da Internet lo schema di un oggetto tridimensionale, la stampante è in grado di fabbricarlo. Vogliamo ottenere qualcosa di simile, ma per i farmaci. Una macchina che permetta di scaricare dal Web la composizione chimica di una medicina, e sappia combinare gli elementi necessari nel modo appropriato per produrre il farmaco. Un sistema modello “Spotify”, che consenta a chi inventa un nuovo farmaco di essere pagato in base al numero dei download. Può funzionare: per ora il nostro prototipo è riuscito a produrre l’antidolorifico ibuprofen".