✕
(reuters)

Alessandro Amato, responsabile tsunami dell'Ingv: "Non è stato un sisma ma una frana, impossibile dare l'allarme"

Per lo studioso si è trattato di un evento imprevedibile
2 minuti di lettura
Lo tsunami in Indonesia è stato generato da una frana sottomarina mossa dall’eruzione del vulcano Krakatoa. E il sistema di allerta, come la rete globale di cui fa parte anche l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, non è in grado di leggere queste situazioni. Secondo Alessandro Amato, responsabile Centro allerta tsunami dell’Ingv, quello che è successo sabato tra le isole di Giava e Sumatra è un evento molto difficile da prevedere perché non è possibile conoscere e monitorare tutti i luoghi a rischio frana. E questo vale anche per le nostre coste.

Perché l’allarme tsunami non ha funzionato?
«I sistemi di allerta si basano quasi esclusivamente sul controllo dei terremoti. I sensori rilevano quando avviene un sisma sottomarino abbastanza forte e superficiale da poter generare uno tsunami. In quel caso l’allerta scatta in pochi minuti. Una frana sottomarina, che non ha provocato nemmeno un&rs…
Lo tsunami in Indonesia è stato generato da una frana sottomarina mossa dall’eruzione del vulcano Krakatoa. E il sistema di allerta, come la rete globale di cui fa parte anche l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, non è in grado di leggere queste situazioni. Secondo Alessandro Amato, responsabile Centro allerta tsunami dell’Ingv, quello che è successo sabato tra le isole di Giava e Sumatra è un evento molto difficile da prevedere perché non è possibile conoscere e monitorare tutti i luoghi a rischio frana. E questo vale anche per le nostre coste.

Perché l’allarme tsunami non ha funzionato?
«I sistemi di allerta si basano quasi esclusivamente sul controllo dei terremoti. I sensori rilevano quando avviene un sisma sottomarino abbastanza forte e superficiale da poter generare uno tsunami. In quel caso l’allerta scatta in pochi minuti. Una frana sottomarina, che non ha provocato nemmeno un’onda sismica, è un fenomeno raro e non è quasi mai possibile diramare un’allerta in tempo».

A ottobre un altro tsunami in Indonesia ha fatto 1.300 morti. In quell’occasione è emerso che il sistema è inefficiente e le boe per l’allerta sono danneggiate o sono state rubate.
«Ho letto di questa situazione, ma non è che cambiasse molto. Non mi risulta ci siano boe per l’allerta tsunami in quella zona. Solo mareografi sulla costa che registrano l’innalzamento anomalo del livello del mare. Ma quando lo vedono loro significa che l’onda è già arrivata».

Quindi inutili?
«No, perché un’onda può interessare un tratto di costa lungo decine di chilometri. Se il primo mareografo registra un’onda può servire da allerta per zone in cui arriverà diversi minuti dopo».

Il vulcano poteva essere monitorato meglio, anche sui versanti sottomarini?
«Col senno di poi è facile rispondere di sì. Ma in Indonesia ci sono centinaia di vulcani attivi da monitorare».

Ci sono situazioni simili anche sulle nostre coste?
«Nel 2002 una frana si staccò da Sciara del fuoco, su uno dei versanti dello Stromboli. Da allora è costantemente monitorata con molti sensori per dare un’allerta immediata nel caso di tsunami. Ma nel Mediterraneo così come in Indonesia situazioni di questo tipo sono talmente tante e così poco conosciute che è impossibile prevederle. Servirebbero sistemi e boe su ognuna. Ma per farlo non ci sono fondi».

La rete di allerta tsunami è attiva anche nel Mediterraneo?
«Sì, e l’Ingv ne fa parte dal 2016, da quando il sistema italiano è stato accreditato dal centro di coordinamento Unesco. Nel 2017 la direttiva del presidente del Consiglio ha istituito il Sistema di allertamento nazionale per i maremoti generati da sismi. Coordinato dalla Protezione civile e di cui fanno parte Ingv e Ispra. Ma non siamo riusciti ancora a farci finanziare nemmeno una boa per tsunami».

Quindi non ce ne sono?
«Nemmeno una. La direttiva dice chiaramente che deve essere fatto senza ulteriori spese. Costano centinaia di migliaia di euro e nessuno ce li mette. Essendo un rischio raro ci si investe poco».