Trovati nel Tirreno, a pochi chilometri dalla costa calabrese, di fronte a Diamante. Formatisi un milione di anni fa, non sono più attivi da 20.000 anni. Facevano parte di un piccolo arcipelago
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geologi continuano a trovare vulcani nel Tirreno, questa volta li hanno scoperti a ridosso della costa calabra. Diamante, come la località sulla costa prospiciente, in provincia di Cosenza, ad appena 15 chilometri, Enotrio e Ovidio: tre vulcani attivi in un tempo imprecisato che potrebbe andare dai 780.000 anni ai 20.000 anni fa. Si formarono dalla spinta del magma che risaliva nella crosta terrestre, mentre un lembo di crosta oceanica, la placca tettonica dello Ionio, sprofondava sotto l’arco calabro.
Il Tirreno meridionale da milioni di anni è tra le zone più turbolente del Mediterraneo, ne sono un esempio lo Stromboli, che continua a preoccupare turisti e residenti, le eruzioni distruttive del Vesuvio e il ribollire delle fumarole dei Campi Flegrei. Tutti nati, in periodi diversi, dalla spinta e dallo scorrimento (in gergo “subduzione”) della litosfera oceanica sotto quella continentale europea.
geologi continuano a trovare vulcani nel Tirreno, questa volta li hanno scoperti a ridosso della costa calabra. Diamante, come la località sulla costa prospiciente, in provincia di Cosenza, ad appena 15 chilometri, Enotrio e Ovidio: tre vulcani attivi in un tempo imprecisato che potrebbe andare dai 780.000 anni ai 20.000 anni fa. Si formarono dalla spinta del magma che risaliva nella crosta terrestre, mentre un lembo di crosta oceanica, la placca tettonica dello Ionio, sprofondava sotto l’arco calabro.
Il Tirreno meridionale da milioni di anni è tra le zone più turbolente del Mediterraneo, ne sono un esempio lo Stromboli, che continua a preoccupare turisti e residenti, le eruzioni distruttive del Vesuvio e il ribollire delle fumarole dei Campi Flegrei. Tutti nati, in periodi diversi, dalla spinta e dallo scorrimento (in gergo “subduzione”) della litosfera oceanica sotto quella continentale europea.
Ai margini di tutto questo, meno di un milione di anni fa, comparvero Ovidio, Diamante ed Enotrio: «Finora era acclarato che l’affondamento della crosta oceanica ionica (cosiddetta “slab”) avesse causato il vulcanismo delle isole Eolie, al di sopra del punto in cui la placca si immerge nel mantello – spiega Riccardo De Ritis, ricercatore dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e primo autore dell’articolo pubblicato su “Tectonics” – lì dove si trova l’arco Eoliano. Ora scopriamo che ciò avviene anche lateralmente, ai suoi bordi, con fratture molto profonde dalle quali il magma risale. Questo ha originato i tre vulcani che abbiamo scoperto. Il vulcanismo dell’Etna potrebbe essere relazionato ad uno di questi svincoli, più a sud».
Ne è un esempio anche il complesso del Palinuro, 15 vulcani sottomarini scoperti nel 2017, poco più a ovest, di fronte alle coste campane. De Ritis, i colleghi del Cnr e delle università di Palermo, Messina, Catania e Roma Sapienza, hanno concentrato la loro attenzione sulle anomalie magnetiche (il magma, raffreddandosi, si solidifica e si magnetizza). I sonar ne hanno poi restituito il profilo ad alta definizione e le onde sismiche hanno fornito una “tac” con le caratteristiche del fondale e geologiche. Ovidio è risultato essere composto da almeno cinque coni principali: «Diamante ed Enotrio, più occidentali e profondi, hanno una morfologia molto aspra – aggiunge De Ritis – i rilievi di Ovidio invece sono stati erosi, forse dalle correnti e dagli agenti atmosferici. Potevano essere un piccolo arcipelago di isole».
Questo terzetto è l’espressione più orientale del vulcanismo di questo settore che però interessa un’area molto più ampia: «Il magma trova vie preferenziali e forma intrusioni, raffreddandosi produce il calore che alimenta i centri termali. Ce ne sono diversi sulla costa, come ad esempio le Terme Luigiane». È una nuova tessera aggiunta al complesso mosaico del Tirreno meridionale costellato di vulcani sepolti ed emersi, attivi e spenti, e sismi. Nella morsa geologica tra due continenti: «In linea ancora più generale, si tratta del pezzetto di un margine molto articolato dello scontro tra la placca africana e quella eurasiatica – specifica De Ritis – che è il motore comune del vulcanismo e dei terremoti profondi».
Gli studi vanno avanti e De Ritis non esclude che «sparsi come spot nella scarpata continentale ce ne possano essere altri davanti a Calabria e Sicilia». Lo dimostrano le altre presenze nascoste dal mare, scoperte recenti come il Palinuro. E un gigante che dorme, il Marsili, un centinaio di chilometri a nordovest, considerato ancora attivo, con i piedi piantati nell’abisso più profondo a oltre 3.000 metri. È il vulcano più grande d’Europa, lungo 70 chilometri e largo 30: «Il Marsili è una singolarità per dimensioni, contesto e capacità di produrre movimenti di versante ed eruttivi – conclude il ricercatore Ingv – è il più attivo e recente. E il rischio che possa produrre tsunami è oggetto di valutazione, anche se non vi sono evidenze di grandi frane negli ultimi 700.000 anni».