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La veduta del porto di Quayside, nel cuore di Toronto, disegnata da SideWalk  

La pandemia cambia le città. Ecco come saranno quelle del futuro

Metropoli quasi immobili dove solo le merci si spostano e nelle quali si fa tutto con una app e da remoto. Trasformate dall'emergenza sanitaria e dal calo dell’occupazione, mentre il sogno delle smart city entra in crisi iniziando dal mega progetto di Google a Toronto. I pareri di alcuni esperti (Carlo Ratti, Jeffrey Schnapp, Bruce Sterling e Rem Koolhaas) su cosa ci aspetta domani
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App per gestire la fila al super mercato, per ordinare la cena, per comprare online, per controllare lo stato delle spedizioni, per affittare una vettura, un monopattino o una bici elettrica. App per accedere ai servizi delle Poste, dell’amministrazione pubblica e, a scelta, per il tracciamento della prossimità. E, sullo sfondo, strade con molti fattorini, poche macchine e passanti, niente più turisti, metà dei negozi chiusi. Metropolitane e autobus quasi vuoti eppure già pieni per i pochi posti disponibili a causa del distanziamento sociale, aeroporti che diventano cattadrali nel deserto come i cinema, parrucchieri che vanno prenotati con settimane di anticipo, caffè consumati all’aperto dopo aver atteso il proprio turno davanti al bar.

Le città occidentali sono diventate tutte smart loro malgrado nell’emergenza sanitaria ma non come ci si aspettava. Avrebbero dovuto essere brillanti, organizzate, efficienti, dinamiche, aff…
App per gestire la fila al super mercato, per ordinare la cena, per comprare online, per controllare lo stato delle spedizioni, per affittare una vettura, un monopattino o una bici elettrica. App per accedere ai servizi delle Poste, dell’amministrazione pubblica e, a scelta, per il tracciamento della prossimità. E, sullo sfondo, strade con molti fattorini, poche macchine e passanti, niente più turisti, metà dei negozi chiusi. Metropolitane e autobus quasi vuoti eppure già pieni per i pochi posti disponibili a causa del distanziamento sociale, aeroporti che diventano cattadrali nel deserto come i cinema, parrucchieri che vanno prenotati con settimane di anticipo, caffè consumati all’aperto dopo aver atteso il proprio turno davanti al bar.

Le città occidentali sono diventate tutte smart loro malgrado nell’emergenza sanitaria ma non come ci si aspettava. Avrebbero dovuto essere brillanti, organizzate, efficienti, dinamiche, affollate, all’avanguardia. Le cose però sembra stiano andando in un’altra direzione. A causa della pandemia la scorsa settimana è affondato definitivamente il progetto di SideWalk di Alphabet (Google) a Toronto, un quartiere costruito nel cuore della metropoli canadese dove avrebbero dovuto regnare l’automazione e l’intelligenza artificiale fra edifici in legno dal basso impatto ambientale e strade ciclabili e pedonali. Mentre metà della popolazione mondiale si ritrova a vivere in centri urbani silenziosi, Twitter passa al lavoro in remoto e stavolta in pianta stabile. I suoi dipendenti, se lo desiderano e se le mansioni lo consentono, possono d'ora in avanti evitare di andare in ufficio anche a pandemia finita.
Quayside a Toronto, firmato dalla divisone SideWalk di Alphabet 

“Qui si sono messi a fare consegne a domicilio perfino i negozi di giocattoli e quelli di beni all’ingrosso”, racconta Flavio Palandri Antonelli da New York. Ingegnere informatico, 36 anni, lavora negli uffici di Google, i primi ad esser aperti fuori dalla Silicon Valley e fra i primi a chiudere per il Coronavirus avviando il lavoro in remoto. “Una parte dei servizi digitali hanno fatto evidentemente fortuna diffondendosi ovunque. Altri, come i taxi di Uber e Lyft per non parlare delle piattaforme legate al turismo sul genere du AirBnB, sono in evidente difficoltà. E una parte della cittadinanza è sempre più povera".

“Stiamo vivendo collettivamente la crisi più straziante della nostra vita, e quando ha cominciato a diffondersi, i viaggi globali si sono fermati”, ha scritto Brian Joseph Chesky, il cofondatore di AirBnb il 5 maggio, annunciando il licenziamento del 25 per cento della forza lavoro. “Non sappiamo esattamente quando i viaggi riprenderanno. Quando riprenderanno, funzioneranno in modo diverso”. Per esteso vale anche per le nostre città.

“Un disastro”, conferma Giampiero Carnovale, proprietario di un bed & breakfast nel centro di Roma e di un negozio di antiquariato. “Le poche prenotazioni rimaste ad ottobre sono state cancellate. Ieri hanno riservato una stanza, ma per maggio 2021”. Nel frattempo il suo negozio rimane chiuso, perché tanto i clienti sono pochi e comprano online. Tutti i dipendenti sono stati mandati a casa. 
Piazza Navona a Roma  

In Italia fin da febbraio i servizi di consegna pasti erano cresciuti del 250 per cento, ha fatto sapere Glovo. Audiweb a marzo non ha registrato un aumento del tempo che passiamo sullo smartphone (oltre quattro ore) ma quello del 55,2 per cento del computer con 30,6 milioni di utenti unici. Boom dei minori di 18 anni davanti al pc: incremento del 44 per cento per chi ha fra i due e i 12 anni e del 47,9 per gli adolescenti.

Fra scuole chiuse e lavoro in remoto, l’aria desolata rischia di essere quella dell'agosto un po’ ovunque. E quest’estate saranno pochi i ristoranti aperti: dovendo mettere tavoli a quattro metri l’uno dall’altro, molti esercizi preferiranno non riaprire. I segni più evidenti li vedremo in Lombardia, Lazio, Campania e Veneto, dunque Milano, Roma, Napoli e Venezia, dove ci concentrano il 42,5 per cento dei ristoranti italiani secondo i dati di Infocamere. Gli appartamenti un tempo affittati su AirBnB, e molti esercizi commerciali, di giorno in giorno stanno affiorando sui siti di vendita immobiliare con previsioni macabre della società di consulenza Nomisma che parla di un crollo del 35 per cento entro il 2021. Va molto peggio negli Stati Uniti: l’8 maggio il Bureau of Labor Statistics ha stimato in 30,5 milioni i posti di lavoro persi e un tasso di disoccupazione del 14,7 per cento, mai così alto dalla crisi degli anni Trenta.

Potrebbe andare peggio… “Le nostre città sono sopravvissute a calamità e pandemie ancora più devastanti del Covid-19 e si sono sempre riprese”, minimizza Carlo Ratti da Boston quando lo contattiamo. Classe 1971, a capo del Senseable City Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit), autore fra gli altri del volume The City of Tomorrow, è una delle figure di riferimento della nuova urbanistica basata sulla digitalizzazione, una "architettura che percepisce e risponde" grazie alla tecnologia.

“Quello che potrebbe cambiare non sarà tanto l’”hardware”, dall’impianto urbanistico alla rete delle strade, alla densità del costruito, quanto il “software”, il modo di usare la città”, spiega. “Questa crisi sta accelerando dei cambiamenti che erano già in atto: lavorare in modo più flessibile, comprare di più in Rete, usare la bicicletta o il monopattino. Ciononostante, l’impatto potrebbe essere significativo: se ogni azienda riducesse il proprio spazio per uffici anche solo del 10 per cento, potremmo trovarci di fronte a grandi trasformazioni. Molti metri quadrati potrebbero essere riconvertiti in abitazioni più accessibili per i giovani o i meno abbienti”. Gli uffici di Twitter sono nel centro di San Francisco, città dove si paga un milione di euro per una casetta in periferia.
Come sarebbero state le strade di Quayside a Toronto secondo SideWalk 

L’inverno delle smart city. Torniamo indietro, al sogno precedente. Una delle massime incarnazioni della smart city, se fosse stato portato a termine, è il progetto di riqualificazione di Quayside a Toronto, firmato dalla divisone SideWalk di Alphabet, azienda proprietaria di Google. Sembrava un successo annunciato: vie pedonali e piste ciclabili, edifici fatti di legno, gestione intelligente delle risorse idriche ed energetiche, sensori ovunque, una rete sotterranea di tunnel destinata ai robot a guida autonoma per il trasporto di merci, spazi comuni all’aperto protetti da tensostrutture per mitigare la rigidità dell’inverno canadese. Il tutto collegato al Web grazie alla tecnologia chiamata Super-Pon, sviluppata da Google, tre volte più veloce della fibra. La prospettiva, si sosteneva, era rosea: nei prossimi venti anni la costruzione di questo quartiere in un’area in disuso del vecchio porto, avrebbe generato 44mila posti di lavoro e un contributo al prodotto interno lordo di 14,2 miliardi di dollari. Cinque ettari trasformati in un gioiello hi-tech, con il 67 per cento della cubatura destinato alle abitazioni delle quali il 40 per cento per le fasce di popolazione con il reddito più basso. Si voleva evitare che il quartiere si trasformasse in un ghetto per ricchi. Ma il 7 maggio è finito tutto. 

“E’ con grande tristezza e delusione personale che annuncio la fine dell’impegno dei Sidewalk Labs nel progetto Quayside”, ha scritto Dan Doctoroff su Medium, la piattaforma creata dal cofondatore di Twitter, Ev Williams. “Un'incertezza economica senza precedenti si è diffusa in tutto il mondo e nel mercato immobiliare di Toronto. E’ diventato troppo difficile rendere il progetto finanziariamente sostenibile”. Doctoroff, 62 anni, non è uno qualunque. Per anni a capo di Bloomberg, ha disegnato lo sviluppo economico di New York quando lavorava per il sindaco. Al suo fianco Craig Nevill-Manning, neozelandese, uomo chiave di Google nello sviluppo di Google Mpas e Google Shopping. E’ lui che ha aperto gli uffici dove lavora Flavio Palandri.

L’altro lato della storia. La Canadian Civil Liberties Association, che si è battuta contro SideWalk nei tribunali, ha festeggiato: “Una grande giornata per la privacy”. Esulta anche Shoshana Zuboff, l’autrice del saggio Il capitalismo della sorveglianza, che la definisce “una vittoria della democrazia”. Ma quel era il problema? Secondo il movimento #blocksidewalk, il piano del colosso del Web era di estendere i cinque ettari fino ad occuparne 76 e di trasformare l’intera area in una speculazione edilizia ad alta tecnologia in mano a Google che avrebbe poi usato i dati come meglio le pareva. Jim Balsillie, ex enfant prodige della canadese Research in Motion, ovvero BlackBerry, ha stroncato l’intero affare definendolo “un esperimento di colonizzazione e di sorveglianza di massa”.
Uno dei messaggi anti SideWalk della Canadian Civil Liberties Association 

Dalla Seconda Guerra Mondiale alla sorveglianza della Guerra Fredda. Di questo periodo è stato detto da più parti che somiglierebbe alla Seconda Guerra Mondiale, quando in anni di emergenza furono sviluppate tecnologie straordinarie del calibro del radar, dei razzi o ancora le basi dell’informatica gettate da Alan Turing. Eppure, anche tralasciando il numero di vittime completamente differente, il paragone non funziona. “La quarantena e la post pandemia non sono condizioni dinamiche come quella della Seconda Guerra Mondiale”, sottolinea Bruce Sterling, saggista e scrittore di fantascienza. “Casomai somigliano all’immobilità della Guerra Fredda, con una sorveglianza diffusa, tante tecnologie che vengono adattate più che inventate e poca immaginazione a lungo termine”. 
 
La Silicon Valley globale. Saggista e professore di filologia romanza, Jeffrey Schnapp è anche il fondatore del MetaLab alla Harvard University nel quale si unisce storia, letteratura e studio delle tecnologie e della scienza. Lo raggiungiamo al telefono poco prima di un seminario organizzato dalla Luiss. Parla un italiano ricercato con il quale esprime tutto il suo scetticismo sulla retorica delle smart city. “Le città non sono computer, bensì palinsesti densi di tradizioni che cambiano di continuo. Se dovessi pensare a dei cambiamenti macroscopici in atto credo ad esempio che l’era dell’automobile sia alla fine. Un altro fenomeno, inaspettato, è l’affermazione di modelli sociali come quello della Silicon Valley. Copre una superficie enorme urbanizzata in maniera rarefatta. Da anni i rapporti di amicizia e di lavoro sono affidati alle videochiamate. Pochi gli spazi disponibili per incontrarsi di persona. Ora accade in tutto il mondo, sono stati banditi o ridotti”.
Londra, durante la pandemia (ansa)

Dell’utopia delle smart city resteranno come testimonianza, ammesso che vengano completate, la nuova sede di Google a Mountain View, il progetto North Bayshore, e la Woven City di Toyota ai piedi del monte Fuji, entrambe concepite dall’architetto danese Bjarke Ingels. Quartieri chiusi dove si fa uso intenso di automazione e palazzi che rispettano l’ambiente. Oltre alla fortezza ermetica di Apple progettata da Norman Foster. "Troppo perfette, troppo distanti da una società piena di ineguaglianze", prosegue Schnapp.

Lo era anche l’Experimental Prototype Community of Tomorrow, "Prototipo sperimentale di comunità del futuro", il centro urbano che Walt Disney avrebbe voluto far sorgere in Florida, poi ridimensionato a semplice parco divertimenti dopo la sua morte nel 1966. Pure in quel caso la tecnologia avrebbe dovuto svolgere un ruolo fondamentale e Disney intendeva mantenere un controllo pressoché totale sulla città per garantire l’armonia sociale isolandola dal resto.

Ma cos’è una smart city esattamente? La definizione di città intelligente è cambiata nel tempo. Iniziò a circolare nei primi anni Novanta con il solo riferimento alle infrastrutture. Nel 1997 nacque a San Diego il California Institute for Smart Communities dove l’accento era stato spostato: “Si tratta di una comunità in cui governo, imprese e residenti comprendono il potenziale della tecnologia e prendono una decisione consapevole di utilizzarla per trasformare la vita e il lavoro in modi significativi e positivi".

Per l'economista spagnolo Gildo Seisdedos Domínguez, che si occupa di amministrazione dei centri urbani fin dal 2007, il concetto di città intelligente è basato essenzialmente sull'efficienza e su una gestione manageriale che usa il digitale e la tecnologia per migliorare i servizi e la qualità della vita dei cittadini. Elaborazione delle informazioni per una organizzazione puntuale dell’illuminazione, dei trasporti, della raccolta dei rifiuti, della rete idrica ed energetica. Idea luminosa di futuro, quasi anni Cinquanta, finita a Toronto nell’esser dipinta come distopica come i romanzi di Philip Dick.

Countryside, a report (Taschen) 

La nuova città: una campagna iperconnessa. In una città a mobilità ridotta, con gli esercizi commerciali chiusi o ad ingresso regolamentato, l’esplosione delle consegne a domicilio, del lavoro da remoto e della disoccupazione, ecco la soluzione dell’architetto olandese Rem Koolhaas. Countryside, The Future è la mostra aperta al Guggenheim Museum di New York che ha le sue radici nel saggio Countryside, a report (Taschen). Si parla del 98 per cento del territorio, quello non occupato dai centri urbani, che in Occidente è spesso raggiunto dalla connettività e dai servizi. E' in piena evoluzione, anche più delle città stesse. “La scelta di viverci diventa un’opportunità professionale e di qualità della vita”, ha spiegato Koolhaas nella sua intervista su Robinson. Ma è una alternativa solo se, oltre a costar meno, si ha la banda larga.
I dati di OpenSignal sul calo della velocità nelle connessioni in Italia fra città e provincia  

Stando alla OpenSignal, azienda londinese che analizza la qualità dei collegamenti alla Rete, in Italia a marzo durante la quarantena la velocità delle connessioni ha avuto cali generalizzati ovunque. Ma nelle città si tratta di percentuali che, eccetto le isole, sono basse al contrario di quelle a doppia cifra delle campagne e delle zone sub urbane. Secondo l'Istat, il 78,1 per cento delle famiglie che vivono nei centri urbani dispone di un accesso, mentre nei comuni fino a duemila abitanti non si va oltre il 68. La strada per una campagna davvero smart è ancora lunga. Nonostante ciò in teoria potrebbe essere un'alternativa se l’emergenza sanitaria si dovesse protrarre e se il declino economico dovesse farsi profondo. “Potremmo essere davanti ad un fenomeno opposto rispetto alle grandi concentrazioni urbane che abbiamo visto nel Rinascimento e durante la rivoluzione industriale. Forse sarà questa la vera novità della pandemia”, conclude Jeffrey Schnapp nel suo impeccabile italiano.