Un’iniezione simile a un vaccino si sperimenta in questo periodo anche per le piante. Per contenere una delle patologie che fa più paura nel nostro Paese ma non solo. Si tratta della cosiddetta
malattia del ramo giallo o Huanglongbing. Aggredisce senza distinzione tutte le varietà di agrumi, dal limone al mandarino. E non lascia scampo. Una sindrome incurabile comparsa in Cina oltre un secolo fa che oggi si è allargata a livello globale. In Florida, il Sunshine State americano, il virus ha contagiato già il 90 per cento delle coltivazioni con un danno alla produzione agricola stimato attorno al 70 per cento. L’infezione può arrivare in modi diversi, da un insetto chiamato
psillide asiatico così come da un semplice innesto o con un seme contaminato. Per il momento la malattia non è mai stata registrata nel bacino mediterraneo ma la presenza di insetti sospetti in Spagna e Portogallo preoccupa non poco i nostri agricoltori. Oltre alla ricerca di varietà resistenti a questo parassita, al MIT (Massachusetts Institute of Technology) è in fase di test una nuova tecnica per curare la pianta a metà tra agopuntura e vaccino. Per ora ha funzionato sul tabacco e sulla patata ma il passo decisivo sarà con gli agrumi. Si tratta di un dispositivo simile a un cerotto di seta integrato con una moltitudine di micro-aghi in grado di rilasciare direttamente nel sistema vascolare della pianta un principio attivo che mette fuori gioco il parassita. Se la fito-iniezione, già usata in parte per le piante forestali, dovesse avere successo contro la malattia del ramo giallo potrebbe essere estesta anche alla lotta contro altri parassiti.
Ispirati dalla medicina umana
Ma non questo l’unico metodo per curare le piante che si ispira alla medicina umana. Radiografia delle radici, controllo dei semi e check-up delle foglie spesso non sono sufficienti a tenere a bada i parassiti vegetali. Un po’ come accade per le epidemie, il fattore tempo è spesso determinante per contenere i focolai. Questi patogeni vegetali sono elusivi e presentano il conto quando ormai è tardi per intervenire. Ma più che di immunità di gregge, per il mondo agricolo ci sono nuove tecnologie che simulano gli antiobiotici di ultima generazione e altre che consentono di ridurre il ricorso ai prodotti chimici tradizionali. Dagli integratori di sali minerali alla selezione di varietà resistenti ai patogeni.
Più prevenzione che cura
L’Ippocrate dei fiori oggi si dedica più alla prevenzione che alla cura. Anche perché una volta che il danno è fatto, soprattutto quando l’infezione è grave, l’unico rimedio è l’eliminazione della pianta. "Oggi si sviluppano interventi per diagnosticare in anticipo l’eventuale attacco di un parassita a partire dai semi delle piante, materiale che arriva in Italia, come nel resto del mondo, da pochi stabilimenti dove si concentra tutta la produzione", spiega Maria Lodovica Gullino, docente di patologia vegetale dell’Università di Torino e direttore di Agroinnova, centro di Competenza dell’ateneo piemontese che il 4 giugno organizza in diretta streaming un festival sulla salute delle piante dove interverranno anche la virologa Ilaria Capua e la fitopatologa della Oklahoma State University Jacqueline Fletcher.
Analisi su campioni di DNA
Per essere sicuri dello stato di buona salute di un seme si fanno analisi su campioni di DNA, le uniche che possono rivelare con grande rapidità la presenza a questo stadio della pianta di un ospite indesiderato. Ma una delle innovazioni più recenti nel campo della difesa vegetale riguarda una serie di nutrienti simili ad integratori alimentari, se così possiamo chiamarli, che rinforzano il sistema immunitario. "Si chiamano induttori di resistenza e non combattono direttamente il parassita come il fungicida. - prosegue Gullino - Sono soluzioni d’acqua per l’irrigazione arricchite con sostanze come i silicati, sali minerali che rinforzano le pareti cellulari, o i fosfati che stimolano la produzione di fenoli che fortificano l’organismo. In altri casi si possono aggiungere al terreno di coltivazione microrganismi come i Trichoderma, funghi che si associano alle radici di una pianta e ne neutralizzano le minacce esterne".
Lo sviluppo delle varietà resistenti
L’altro grande capitolo sulla salute delle piante riguarda lo sviluppo di varietà resistenti, ottenute con i metodi classici come l’incrocio. In Italia si impiegano da tempo alcuni di questi super cultivar per melo, pomodoro e cereali nel settore agroalimentare, per le insalate nel comparto orticolo. Chi non se la passa tanto bene sono basilico, ulivo, kiwi alle prese con parassiti che si sono rivelati ostici da sradicare. Ogni anno, a livello europeo, viene preparata una classifica dei rischi di infezione per le piante. "I patogeni non hanno confini e l’Italia è in una fascia geografica dove i cambiamenti climatici consentono a nuovi funghi e parassiti sconosciuti di colonizzare anche le aree più temperate. - aggiunge la docente dell’Università di Torino - Ci sono funghi del terreno che vent’anni fa erano circoscritti alla Sicilia e oggi sono più frequenti nelle regioni del nord e attaccano le insalate, oppure il
mal bianco, che sopravvive in un ambiente semi-arido con temperature elevate e poca pioggia ma che ora è presente sulla vite e in diverse piante ornamentali come l’ortensia molto di più che in passato".
Il progetto per sviluppare alternative ai pesticidi
Alla medicina umana si ispira anche NoPest (acronimo per Novel Pesticides for a Sustainable Agriculture), un progetto europeo coordinato dall’Università La Statale di Milano per sviluppare un’alternativa sostenibile ai pesticidi. La ricerca abbina lo sviluppo di nuove molecole, come avviene per i farmaci, con un’agricoltura di precisione simile alla chirurgia 4.0. "E’ una strategia presa in prestito dall’ambito biomedico ma di fatto simula alcuni meccanismi di difesa già presenti nelle piante - spiega Paolo Pesaresi, docente di genetica dell’ateneo milanese e coordinatore del progetto - Sperimentiamo molecole simili a quelle già utilizzate per il corpo umano come alternativa ai comuni antibiotici, il cui abuso induce fenomeni di resistenza, che assecondano le reazioni del sistema immunitario dell’organismo vegetale contro i patogeni". Sono composti organici, somministrati alla pianta sotto forma di spray, che si accumulano sulle foglie e nei tessuti della pianta agendo contro i microbi come una serratura incastrata: quando si presenta un parassita, lo chiudono fuori a chiave. Un po’ come fanno le defensine, una famiglia di proteine, lo dice già il nome, che blocca sul nascere la diffusione di parassiti sulla pianta dell’orzo e non solo. Il progetto è dedicato alla prevenzione della
peronospora della vite e di quella della patata. Si tratta di una tecnica che potrebbe ridurre di molto le circa 60 mila tonnellate di pesticidi consumate ogni anno in Italia per la lotta fitosanitaria. "I costi di queste molecole sono ancora poco competitivi rispetto ai classici pesticidi - prosegue Pesaresi - Per renderli più accessibili ai coltivatori, il loro uso deve essere regolato con strumenti di agricoltura di precisione. Per la vite, ad esempio, stiamo sviluppando una serie di sensori da installare su droni o mini-trattori che possono muoversi tra le piante e sono in grado di individuare i patogeni da tracce invisibili all’occhio umano e che consentirebbero di trattare solo dove e quando è davvero necessario".