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Benvenuti nel paradiso delle pesche

Una pianta che regala frutti da due milioni di anni: a Imola un campo sperimentale ne raccoglie le 400 varietà principali. Un laboratorio a cielo aperto che serve agli scienziati per comprendere il comportamento dei peschi in relazione al clima che cambia e alla qualità del suolo
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È una pianta plastica, con notevoli capacità di adattamento. Cresce in un habitat che dalla Cina attraversa il Mediterraneo e arriva nelle pianure del Canada. Quando si assaggia una pesca, in realtà si mangia un po’ di storia: questa pianta è in giro da oltre due milioni di anni. Per la prima volta un campo sperimentale a Imola, in Emilia Romagna, ne raccoglie le 400 varietà principali provenienti dalle più importanti banche europee di germoplasma. In poco più di un ettaro ci sono circa ottocento alberi, due per ogni cultivar, da quelle orientali alle italiane. Un laboratorio a cielo aperto dove ci sono pesche per tutti i gusti: a forma di cuore, mignon, acide o zuccherine. Ma i frutti non finiscono in tavola ma sul banco degli scienziati.

La collezione vivente

Quella di Imola è una collezione vivente: si chiama PeachRefPop ed è stata presentata a inizio agosto sulla rivista Plant Physiology come risultato di una ri…
È una pianta plastica, con notevoli capacità di adattamento. Cresce in un habitat che dalla Cina attraversa il Mediterraneo e arriva nelle pianure del Canada. Quando si assaggia una pesca, in realtà si mangia un po’ di storia: questa pianta è in giro da oltre due milioni di anni. Per la prima volta un campo sperimentale a Imola, in Emilia Romagna, ne raccoglie le 400 varietà principali provenienti dalle più importanti banche europee di germoplasma. In poco più di un ettaro ci sono circa ottocento alberi, due per ogni cultivar, da quelle orientali alle italiane. Un laboratorio a cielo aperto dove ci sono pesche per tutti i gusti: a forma di cuore, mignon, acide o zuccherine. Ma i frutti non finiscono in tavola ma sul banco degli scienziati.

La collezione vivente

Quella di Imola è una collezione vivente: si chiama PeachRefPop ed è stata presentata a inizio agosto sulla rivista Plant Physiology come risultato di una ricerca internazionale coordinata dall’Università Statale di Milano e dal CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura). La collezione è stata replicata anche in Spagna e in Grecia per far crescere gli alberi in ambienti diversi e comprenderne così le interazioni con le variabili del clima e della qualità del suolo.

Uno dei primi ad essere sequenziato

"Tra gli alberi da frutto, il pesco è stato uno dei primi ad essere sequenziato e nei prossimi anni, anche attraverso l’impiego di strumenti genomici all’avanguardia oggi disponibili per questa specie, le ricerche sulla PeachRefPop saranno forse in grado di chiarire i meccanismi della sua adattabilità a diversi ambienti, come testimoniato da una estensione geografica che va dai subtropici al Canada all’Italia e un calendario di maturazione che copre quasi sei mesi", spiega Marco Cirilli, primo autore del lavoro coordinato da Daniele Bassi e Laura Rossini del dipartimento di Scienze agrarie e ambientali della Statale di Milano.

Le nectarine cerise 

Il capostipite del frutteto moderno

Il pesco (Prunus persica) è un albero simbolo perché, se così possiamo dire, ha battezzato l’agricoltura intensiva per questo genere specie legnose da frutto. Le prime esperienze industriali si registrano alla fine dell’Ottocento a Massa Lombarda, in provincia di Ravenna. Dopo queste prove tutto sommato fortunate, i frutteti specializzati sono diventati il lustro della produzione italiana. Nel primo dopoguerra gli impianti di pesco in Italia sono copiati in tutto il mondo mentre la tecnica messa a punto per curare questa pianta diventa il modello per crescere altri alberi da frutto. Grazie alla plasticità di questo albero che si presta a diverse modalità di allevamento, intere schiere di agronomi e tecnici prima, ricercatori e studiosi poi, hanno esteso nel tempo a tutte le specie da frutto le soluzioni che sono state sperimentate e applicate prima sul pesco.

Una produzione mondiale da 25 milioni di tonnellate

Nella famiglia botanica delle Drupacee, che include anche il ciliegio e il susino, la pesca è quella oggi maggiormente coltivata con una produzione mondiale stimata in oltre 25 milioni di tonnellate. La Cina è di gran lunga il primo paese per quantità con quasi 15 milioni di tonnellate seguita da Italia e Spagna con volumi di quasi dieci volte inferiori. La maggior parte dei frutti è destinata al consumo fresco anche se aumentano le quote di raccolto dedicato alla trasformazione industriale in succhi, marmellate e sciroppati. "La peschicoltura, peraltro, dispone di un ventaglio di varietà così ampio ed in continua evoluzione che il grado zuccherino del frutto può oscillare tra un minimo del 10 fino a oltre il 25 per cento. - aggiunge Daniele Bassi - Il contenuto di zuccheri dipende da una complessa interazione tra fattori genetici, ambientali e colturali, ancora scarsamente nota e solo parzialmente sfruttata nelle attività di incrocio ma che la natura transnazionale della collezione PeachRefPop, che ospita varietà da tutto il mondo, offre un’opportunità per affinare le tecnologie di miglioramento del prossimo futuro e costituire una eredità condivisa che racchiude il patrimonio di questa specie di interesse strategico".

L’albero salvato da Carlo Magno

Tra le cultivar presenti nel campo sperimentale in Romagna vale la pena segnalare la nettarina ciliegia, una pesca con un diametro che supera di poco il centimetro e rappresentata nei quadri del pittore toscano Bartolomeo Bimbi nel '700. Poi ci sono le varietà Capuozzi, a forma di cuore, e Pillar con albero a portamento colonnare e altre a rischio estinzione come la pesca Buco incavato, ottenuta a fine Ottocento in provincia di Ravenna. Tra le specie più interessanti ci sono anche i discendenti del Prunus davidiana, una pianta spontanea molto rustica che ha dimostrato di saper resistere al virus della sharka e ad altri parassiti e si adatta a diverse condizioni di terreno e alla cosiddetta stanchezza del suolo.

La diffusione sulla Via della Seta

Dalla Via Non si conosce con esattezza il progenitore selvatico del pesco ma la comunità scientifica ritiene che sia condiviso con altre specie affini come mandorlo e che probabilmente non avesse frutti commestibili. Gli ultimi studi a livello genomico collocano l’origine di questo albero a circa 2.5 milioni di anni fa nei rifugi glaciali generati dal sollevamento del plateau tibetano nella Cina sudoccidentale. L’albero si è diffuso lungo la Via della Seta raggiugendo la Persia (da cui deriva il nome scientifico Prunus persica) e poi nel bacino del Mediterraneo dove è apprezzato da Greci e Romani. Dopo la caduta dell’impero, il pesco pare sia stato salvato da Carlo Magno che ne promuove la coltivazione nei giardini dei monasteri.  Ricompare poi in epoca rinascimentale negli orti nobiliari ma è nel Nuovo Mondo che trova fortuna. L’epoca d’oro di questo albero inizia a metà ‘800 con l’arrivo nel piccolo stato americano del Delaware di Chinese Cling, una pesca cinese a polpa bianca con buccia marezzata di rosso che ha dato il via ai programmi di incroci e selezione in tutto il mondo. "Oltre che uno strumento prezioso per gli studi scientifici sulle specie perenni - conclude Laura Rossini - la PeachRefPop si sta configurando come la prima pietra miliare di iSTONE-Hub, un progetto di collaborazione internazionale per la conservazione e lo sfruttamento delle risorse genetiche del pesco e di altre drupacee come un vero patrimonio per le generazioni future".