Secondo uno studio della Millennium Seed Bank di Londra, la più grande banca del seme vegetale del mondo, su cinquemila campioni di uno stesso fiore spesso la metà sono da scartare perché privi di embrione o danneggiati da un parassita. Un rischio per la conservazione del patrimonio vegetale. La salvezza, probabilmente, nelle banche del seme
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Per fare un albero spesso non basta solo un seme. E nemmeno un po' di terra. Ci sono piante refrattarie a qualsiasi forma di coltivazione che non sia la crescita spontanea in natura. In caso di estinzione, è il caso di dirsi addio per sempre. Altre, come il frassino, hanno semi che non sopravvivono a lungo in freezer e non si possono conservare a futura memoria. Secondo un recente studio della Millennium Seed Bank dei Kew Gardens di Londra, la più grande banca del seme vegetale del mondo, su cinquemila campioni di uno stesso fiore spesso la metà sono da scartare perché sono privi di embrione o danneggiati da un parassita. In base ai risultati della ricerca, che ha esaminato oltre seimila collezioni di specie selvatiche a rischio presenti nell'archivio, di norma quattro semi su dieci si rivelano di scarsa qualità. Se questi sono i numeri viene da chiedersi: quante delle circa 390mila specie di piante presenti sulla Terra potrebbero essere rein…
Per fare un albero spesso non basta solo un seme. E nemmeno un po' di terra. Ci sono piante refrattarie a qualsiasi forma di coltivazione che non sia la crescita spontanea in natura. In caso di estinzione, è il caso di dirsi addio per sempre. Altre, come il frassino, hanno semi che non sopravvivono a lungo in freezer e non si possono conservare a futura memoria. Secondo un recente studio della Millennium Seed Bank dei Kew Gardens di Londra, la più grande banca del seme vegetale del mondo, su cinquemila campioni di uno stesso fiore spesso la metà sono da scartare perché sono privi di embrione o danneggiati da un parassita. In base ai risultati della ricerca, che ha esaminato oltre seimila collezioni di specie selvatiche a rischio presenti nell'archivio, di norma quattro semi su dieci si rivelano di scarsa qualità. Se questi sono i numeri viene da chiedersi: quante delle circa 390mila specie di piante presenti sulla Terra potrebbero essere reintrodotte in natura in caso di catastrofe ambientale? Nel mondo ci sono 1.750 banche del seme: saranno sufficienti a garantire un futuro a tutte le famiglie botaniche? I laboratori del Millennium Seed Bank dei Kew Gardens di Londra, la più grande banca del seme vegetale del mondo Nelle banche del seme il 30% della biodiversità mondiale
"Anche quando il materiale conservato è di buona qualità, non è garantito che la pianta cresca. Ci sono specie che hanno delle difficoltà nelle fasi iniziali della semina, altre sono più sensibili all'habitat o alla presenza di impollinatori", ci spiega John Dickie, uno degli autori dello studio e responsabile delle collezioni della Millennium Seed Bank. "Ci sono semi che possono rimanere congelati per un periodo lunghissimo, altri per poche settimane ma nella maggior parte di casi il successo di un intervento di ripopolamento dipende sia dalle variabili riconducibili all'integrità dell'ecosistema che alle cause che hanno portato la pianta all'estinzione, dalla perdita di habitat alla raccolta indiscriminata. fino all'azione di un patogeno". I giardini botanici coltivano o conservano nelle loro banche dei semi almeno il 30 per cento delle specie di piante conosciute secondo i dati di Botanic Gardens Conservation International.
"Ci sono molte piante estinte in natura che, per quanto ne sappiamo oggi, sopravvivono solo negli orti botanici grazie ad ambienti più controllati - prosegue il ricercatore - Come la varietà Interruptus del Bromus, un'erba endemica delle praterie britanniche o la Nymphaea thermarum, la più piccola ninfea del mondo. È estinta in natura dal 2008 e un tempo si riproduceva in un habitat estremo a ridosso di sorgenti sulfuree in Ruanda (di cui un esemplare è stato rubato dai Kew Gardens nel 2014, ndr)".
Un discorso analogo vale per l'albero di Franklin (Franklinia alatamaha), coltivato in tutto il mondo ma ormai assente in forma spontanea negli Stati Uniti, dove era diffuso. Tutti gli esemplari di questa pianta discendono peraltro da un'unica raccolta di semi che risale alla fine del Settecento.
"Mentre alcune specie delle quali conserviamo i semi, al momento, non sono mai state restituite allo stato selvatico e difficilmente lo potranno essere in futuro, ce ne sono altre centinaia che sono state reintrodotte con successo, diventando poi popolazioni autosufficienti - racconta Dickie - È quello che stiamo provando a fare ora con la Glycine latrobeana, una rara erba perenne dell'Australia meridionale quasi azzerata dagli incendi degli ultimi anni. Nel 2007 abbiamo raccolto più di mille semi di questa pianta sulla catena del Mount Lofty per la conservazione a lungo termine nella nostra banca e di recente 250 esemplari della collezione sono stati inviati in Australia per reinserire questa specie nelle aree colpite dal fuoco". Anchusa littorea Moris
In Italia una delle reintroduzioni più importanti degli ultimi anni è stata quella dell'abete delle Madonie (Abies nebrodensis), l'albero di Natale siciliano i cui semi sono stati custoditi e coltivati nell'orto botanico di Palermo. Altri interventi di rilievo riguardano le comunità vegetali delle dune sulla costa tirrenica, il campanellino di Nizza (Acis nicaeensis) al confine tra Francia e Liguria, l'Adonide curvata, un fiore perenne che cresce solo sulle pietraie della Majella e l'Anchusa littorea Moris, una succulenta della Sardegna già menzionata dallo storico romano Plinio. La maggior parte delle 16 banche italiane del seme, riunite nella rete Ribes, conserva specie e varietà selvatiche della biodiversità locale. Glycine latrobeana Il clima cambia ma il seme resta
Queste biblioteche della memoria vegetale, oltre a proteggere rarità botaniche, sono un laboratorio vivente per verificare le capacità di risposta di questi organismi ai cambiamenti climatici. In base ai possibili scenari di aumento delle temperature, nella banca dei semi dell'orto botanico di Chicago si sperimenta come trasferire intere specie selvatiche da una parte all'altra degli Stati Uniti secondo un modello, molto discusso, di migrazione assistita. Ma la maggior parte delle ricerche scientifiche in questo campo riguardano la cosiddetta agro-biodiversità. Rispetto alle piante spontanee, quelle da frutto o da reddito oggi rappresentano la maggioranza dei semi conservati in questi caveau biologici.
"Oltre al germoplasma delle specie coltivate e legnose si moltiplicano le collezioni di semi dei loro parenti selvatici - conclude il ricercatore della Millennium Seed Bank - In questi antenati che ancora crescono in natura, e che non hanno subito una selezione manuale da parte dell'uomo, si possono ritracciare quei caratteri di resistenza alle pressioni ambientali che potrebbero rivelarsi determinanti per la sopravvivenza del cultivar con il riscaldamento globale e le sue conseguenze". Secondo una recente ricerca della IUCN, il 54 per cento delle piante selvatiche alla base della nostra alimentazione quotidiana è a rischio estinzione mentre il 12 per cento è sull'orlo del baratro.
In Italia di recente sono stati ritrovati esemplari di vite selvatica (Vitis vinifera sylvestris), che allo stato nature assomiglia a una liana, nella Riserva naturale della foce del Crati in Calabria. Può arrivare a una lunghezza di 40 metri e resiste a malattie mortali come la filossera. Oggi viene coltivata ex-situ nell'area protetta per valutare se e come sia possibile trasferire questa proprietà alle varietà per produrre uva.