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Umanità, istruzioni per la sopravvivenza

Già nel 2005 Stephen Meyer scriveva (nel suo libro "The End of the Wild") che non esiste più nessun posto sul nostro pianeta che possa essere definito “selvaggio". Il suo messaggio: non possiamo più parlare di preservare la natura, ma solo di gestire ciò che resta
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E’ proprio vero che i libri hanno una vita propria. Non è da meno The End of the Wild di Stephen Meyer, pubblicato nel 2006 dalla casa editrice MIT Press ma attuale come pochi. Il libro l’ho ritrovato (o mi ha ritrovato) per caso mentre facevo pulizie nella mia libreria ed è un piccolo gioiello dove l’autore afferma, senza mezzi termini, che la Terra (già nel 2005 !) ha superato un punto critico in cui la spinta evoluzionistica non è più guidata dalla selezione naturale, ma dalle azioni degli esseri umani. Secondo Meyer, non esiste più nessun posto sul nostro pianeta che possa essere definito “wild” (selvaggio), secondo il concetto che tale posto debba essere totalmente privo dell’influenza umana. Inoltre, una delle maggiori conseguenze dell’impatto umano sull’evoluzione degli ecosistemi naturali è la rapida proliferazione di specie “infestanti” e il crollo della biod…
E’ proprio vero che i libri hanno una vita propria. Non è da meno The End of the Wild di Stephen Meyer, pubblicato nel 2006 dalla casa editrice MIT Press ma attuale come pochi. Il libro l’ho ritrovato (o mi ha ritrovato) per caso mentre facevo pulizie nella mia libreria ed è un piccolo gioiello dove l’autore afferma, senza mezzi termini, che la Terra (già nel 2005 !) ha superato un punto critico in cui la spinta evoluzionistica non è più guidata dalla selezione naturale, ma dalle azioni degli esseri umani. Secondo Meyer, non esiste più nessun posto sul nostro pianeta che possa essere definito “wild” (selvaggio), secondo il concetto che tale posto debba essere totalmente privo dell’influenza umana. Inoltre, una delle maggiori conseguenze dell’impatto umano sull’evoluzione degli ecosistemi naturali è la rapida proliferazione di specie “infestanti” e il crollo della biodiversità.

Le specie che sopravviveranno, sempre secondo Meyer,  saranno quelle più compatibili con gli esseri umani: dalle zanzare ai coyote fino a tutti quegli animali che prosperano in ambienti dominati dall'uomo. Stephen Meyer (scomparso nel 2006 a soli 54 anni) era Professore di Scienze Politiche al MIT. Cresciuto a Long Island, New York, si era laureato presso la State University di New York a Stony Brook nel 1974, per poi frequentare l'Università del Michigan, dove conseguì sia il Master (nel 1976) che il dottorato (nel 1978). Nel 1980, fu assunto come professore di scienze politiche al MIT, dove rimase fino alla fine della sua carriera.

La ricerca di Meyer cominciò lontano dai temi ambientali. I primi lavori, infatti, si concentrarono sulle cause della proliferazione nucleare e sul controllo e la verifica degli armamenti, garantendogli il titolo di uno dei principali esperti accademici sulla politica militare e di difesa sovietica degli anni ‘80 e ‘90. Il crollo dell'Unione Sovietica lo costrinse a scandagliare il mondo accademico alla ricerca di nuovi temi di ricerca. Decise, così, di rivolgere i suoi studi verso la politica ambientale, concentrandosi su quei fattori economici che avevano portato alcune comunità ad adottare normative più rigorose di quelle richieste dalla legge statale e dimostrando che ciò aveva portato a migliori risultati ambientali. Meyer divenne, così, un paladino della protezione dell’ambiente e ricevette diversi premi per il riconoscimento dei suoi sforzi.

La vera forza del libro sta nel suo messaggio (oltre che nello splendido stile): nulla - non le leggi nazionali o internazionali, le bioriserve globali, i programmi di sostenibilità locale possono alterare il percorso stabilito. Ad un tasso di estinzione di circa 3000 specie all'anno (una ogni tre ore!) e con queste cifre in continuo aumento, gli scienziati stimano che almeno la metà delle specie della Terra scomparirà entro i prossimi 100 anni. Il messaggio di Meyer, cinico ma realista, è che non possiamo più parlare di preservare la natura, ma solo di gestire ciò che resta. In sintesi: la corsa per salvare la biodiversità è finita. Questo non significa assolutamente che il nostro lavoro sia finito. The End of the Wild è una chiamata alle armi senza la quale quegli ecosistemi che sono sopravvissuti e dai quali dipendiamo per il nostro benessere e la nostra società potrebbero fallire e la diffusione globale di specie invasive potrebbe esplodere. A tale proposito, l’autore mostra anche una strada da poter intraprendere in questa direzione.

Se l'umanità vuole sopravvivere, sostiene Meyer, dobbiamo gestire la questione della biodiversità nei minimi dettagli, riconoscendo il livello di disorganizzazione della strategia attuale dei meccanismi di protezione delle specie che si concentrano su aree geografiche isolate e creare "meta-riserve" transregionali, ovvero aree definite in base alla protezione delle funzioni dell'ecosistema piuttosto che gli habitat specifici delle specie o su aree geografiche specifiche.

Lascia disorientati e frustrati il fatto che il libro, scritto nel 2005, sia ancora di così grande attualità e che i problemi discussi siano aumentati. La recente spinta verso le rinnovabili, insieme alla presa di coscienza dell’opinione pubblica del disastro globale ambientale e al rinvigorito movimento ambientalista (alimentato anche dalle questioni legate al riscaldamento globale), hanno gettato una luce di ottimismo sugli sforzi compiuti nel salvare ciò che resta del mondo “selvaggio” del nostro pianeta. Se è vero che l’ottimismo è un ingrediente fondamentale per una ricetta di successo, è anche vero che realismo e autocritica sono fondamentali per non aggiungere il danno alla beffa e capire come gli interventi e le soluzioni proposte siano effettive o debbano essere riconsiderate. Il rischio della perdita della biodiversità è magnificamente sintetizzato in una frase del libro : “la rete della vita diventerà il filo della vita”. E le nostre vite saranno aggrappate a quel filo.