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(agf)

Anche il cervello ha diritto alla privacy

Gli ultimi esperimenti di Elon Musk per collegare neuroni e computer inquietano gli esperti. Tanto che alcuni si spingono a chiedere il riconoscimento di nuove forme di legge: i neurodiritti
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La recente dimostrazione pubblica di Neuralink, l'interfaccia di Elon Musk per connettere direttamente il cervello con i computer e Internet, se da un lato apre la strada verso un futuro potenziamento dell'essere umano, che potrebbe così aumentare il suo potere cognitivo grazie all'intelligenza artificiale, dall'altro inquieta gli esperti. Un esempio è quello di Rafael Yuste, neuroscienziato della Columbia University, che è impegnato da mesi in una campagna per il riconoscimento di nuove forme di legge, i "neurodiritti": ad esempio la tutela della privacy mentale da dispositivi che un domani potrebbero registrare l'attività elettrica del cervello e decodificarla: "Fino ad oggi abbiamo potuto tenere private le informazioni che risiedono nei nostri cervelli semplicemente scegliendo di non parlarne", spiega Amanda Pustilnik, docente al Center for Law, Brain & Behaviour dell'Università di Baltimora. "M…
La recente dimostrazione pubblica di Neuralink, l'interfaccia di Elon Musk per connettere direttamente il cervello con i computer e Internet, se da un lato apre la strada verso un futuro potenziamento dell'essere umano, che potrebbe così aumentare il suo potere cognitivo grazie all'intelligenza artificiale, dall'altro inquieta gli esperti. Un esempio è quello di Rafael Yuste, neuroscienziato della Columbia University, che è impegnato da mesi in una campagna per il riconoscimento di nuove forme di legge, i "neurodiritti": ad esempio la tutela della privacy mentale da dispositivi che un domani potrebbero registrare l'attività elettrica del cervello e decodificarla: "Fino ad oggi abbiamo potuto tenere private le informazioni che risiedono nei nostri cervelli semplicemente scegliendo di non parlarne", spiega Amanda Pustilnik, docente al Center for Law, Brain & Behaviour dell'Università di Baltimora. "Ma l'esistenza di tecnologie che, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), possono decodificare vari tipi di segnali cerebrali - e che oggi possono trarne informazioni limitate ma un domani saranno in grado di leggere i pensieri - implica il bisogno di nuove misure per proteggere la nostra privacy".

Il concetto dei neurodiritti, e della loro necessità, era stato formulato in origine da uno studioso italiano: Marcello Ienca, ricercatore in neuroetica all'ETH di Zurigo, che insieme al collega Roberto Andorno aveva pubblicato nel 2017 su Life Sciences, Society and Policy un articolo molto citato. "In quell'articolo ponevo principalmente l'accento su tutte quelle tecnologie in grado di stabilire un canale di comunicazione diretta tra il cervello umano ed il mondo digitale, in particolare le interfacce cervello-computer e le tecnologie di neuromodulazione, in quanto potenzialmente in grado di accedere in modo diretto alla sfera neuropsicologica dell'essere umano e addirittura di influenzarne in modo mirato gli stati mentali (ad esempio le emozioni) ed il comportamento", spiega a Repubblica Marcello Ienca. "Soprattutto mettevo in guardia circa il rischio che queste tecnologie potessero in un futuro prossimo proliferare al di fuori dall'ambito clinico e della ricerca scientifica. Esattamente un anno dopo Facebook ha lanciato il suo programma di interfacce-cervello computer finalizzato a condividere contenuti online direttamente con il pensiero ed Elon Musk ha lanciato Neuralink con la missione programmatica di connettere il cervello umano all'intelligenza artificiale". Oltre a loro, centinaia di neuro-startup sono emerse in tutto il mondo, e le neurotecnologie sono in crescente sperimentazione in ambito militare. "Negli ultimi 3 anni queste tecnologie si sono certamente potenziate grazie agli algoritmi di apprendimento automatico", spiega Ienca. "Ma l'evoluzione più rilevante non è di tipo tecnologico ma socio-economico: nella decade appena cominciata assisteremo all'avvento della "personal neurotechnology", cioè delle neurotecnologie ad uso personale, analogamente a come gli anni '80 del Novecento sono stati la decade del personal computer.

I dati cerebrali e le informazioni mentali sono la prossima miniera d'oro dell'industria digitale, un trend che ho chiamato "neurocapitalismo"". E queste tendenze rendono più impellente pensare a nuove forme di tutela individuale. "Scandali come Cambridge Analytica e, più in generale, il fenomeno della manipolazione informatica, hanno mostrato che la protezione della privacy mentale e della libertà cognitiva sono essenziali non solo per le neurotecnologie ma anche per tecnologie già oggi pervasive come gli algoritmi dei social, gli script automatici, i bot o i deep-fake" sottolinea Ienca. "In questo contesto, la protezione dei neurodiritti diventerà sempre più fondamentale".

Uno scenario in cui potrebbe diventare ancora più indispensabile ridefinire il diritto per inseguire il progresso è quello immaginato dallo psicologo e neuroscienziato Joshua Greene dell'Università di Harvard, secondo cui gli sviluppi futuri nelle neuroscienze mostreranno che il libero arbitrio è una chimera. L'idea deriva dagli esperimenti del neurofisiologo Benjamin Libet, che negli anni '80 mostrò come l'attività neuronale alla base di un'azione inizi ben un secondo prima che il movimento venga compiuto e ben 800 millisecondi prima che si sia consapevoli del movimento. Come se non fossimo "noi" a deciderlo in piena consapevolezza, ma se il movimento fosse già deciso dai nostri neuroni e a noi non restasse che eseguirlo. Greene propone un affascinante esperimento mentale: immaginiamo di vedere un video che mostra in dettaglio la nostra attività cerebrale quando scegliamo tra zuppa e insalata. Se si riescono a marcare di rosso i neuroni legati alla voglia di zuppa e di blu quelli legati alla voglia di insalata, potremo vedere via via uno dei due gruppi neuronali prevalere numericamente sull'altro fino a quando, millisecondi dopo, la scelta diventa consapevole e afferriamo, ad esempio, il piatto di zuppa.

Una volta visto questo video - chiede Greene - non siamo più inclini a pensare che la natura delle decisioni umane sia meccanica, e che ognuno di noi sia quindi un mero esecutore di ciò che i suoi neuroni hanno deciso prima che ne diventi consapevole? Per Marcello Ienca si tratta di un dubbio mal posto. "La vera diatriba filosofica sul libero arbitrio, a mio avviso, non riguarda tanto il ruolo dei processi neurali ma le loro implicazioni per i concetti di identità personale e responsabilità morale" spiega Ienca. "Ognuno di noi tende a percepire intuitivamente la propria identità personale, il suo essere "Io" rispetto al resto del Mondo, come qualcosa di indipendente rispetto ai processi fisici del nostro organismo. I neurodeterministi, invece, sfruttano i dati delle neuroscienze cognitive per demolire questa concezione intuitiva dell'identità personale e proclamano: "tu sei il tuo cervello". A mio avviso entrambi questi approcci sono viziati da un errore: noi non siamo né il nostro cervello, né qualcosa di indipendente da esso. Bensì siamo la storia che il nostro cervello racconta a sé stesso. I progressi dell'Intelligenza Artificiale neuromorfica sembrano andare esattamente in questa direzione". Il radicalismo di Joshua Greene, insomma, non è popolare tra gli scienziati.

"La realtà è più sfumata di quanto Greene pensi: noi siamo i nostri cervelli, è vero, ma i nostri cervelli sono anche più di noi. Mi spiego: il cervello è sia l'organo umano più sociale che quello più malleabile. Perché viene modificato, per tutto il corso della vita, dalle relazioni che abbiamo con gli altri, dall'ambiente in cui viviamo, dalle conversazioni che abbiamo" osserva Amanda Pustilnik. "Questo da un lato supporta l'ipotesi neurodeterministica di Greene, ma dall'altro la contrasta. La supporta perché implica che ciò che accade ai nostri cervelli è determinante per ciò che diventiamo e per come reagiamo. E la contrasta perché il fatto che i nostri cervelli sono così malleabili significa anche che abbiamo sempre la possibilità di cercare nuovi ambienti e relazioni umane che ci aiutino a far evolvere il nostro "io" in maniera più autenticamente nostra". Al riparo da influenze indesiderate.