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Yemeniti sfollati dalle aree vicino al confine con l'Arabia Saudita siedono in mezzo agli aiuti alimentari del World Food Programme (WFP), (afp)

Senza cibo c’è la guerra”. Il Nobel agli angeli Onu che combattono la fame

Il riconoscimento per la Pace al World Food Programme, l’agenzia delle Nazioni Unite con sede a Roma. Il premio dopo una stagione in cui la pandemia ha aggravato ovunque le condizioni di insicurezza alimentare
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Era il 1962, l'anno maledetto dei terremoti, e dopo i disastri in Turchia, in Armenia e nella nostra Irpinia, toccò a Buin Zahra, in Iran. Per la prima volta le cronache in bianco e nero dei telegiornali scoprirono un protagonista nuovo, e si videro costretti a tagliare qualche secondo di immagini dello scià per parlare di una nuova agenzia che portava gli aiuti internazionali nei villaggi devastati.

Il World Food Programme debuttava nella storia degli interventi umanitari, come agenzia delle Nazioni Unite dedicata alle emergenze, affiancando la Fao, più concentrata sullo studio di agricoltura e alimentazione. Da allora il simbolo con le spighe e la pannocchia è entrato nella memoria collettiva, a simboleggiare la solidarietà dell'uomo di fronte alle catastrofi.

Sono passati quasi sessant'anni, a forza di zucchero e grano, di sacchi di farina portati nel Corno d'Africa straziato dalla siccità, come di biscotti proteici conseg…
Era il 1962, l'anno maledetto dei terremoti, e dopo i disastri in Turchia, in Armenia e nella nostra Irpinia, toccò a Buin Zahra, in Iran. Per la prima volta le cronache in bianco e nero dei telegiornali scoprirono un protagonista nuovo, e si videro costretti a tagliare qualche secondo di immagini dello scià per parlare di una nuova agenzia che portava gli aiuti internazionali nei villaggi devastati.

Il World Food Programme debuttava nella storia degli interventi umanitari, come agenzia delle Nazioni Unite dedicata alle emergenze, affiancando la Fao, più concentrata sullo studio di agricoltura e alimentazione. Da allora il simbolo con le spighe e la pannocchia è entrato nella memoria collettiva, a simboleggiare la solidarietà dell'uomo di fronte alle catastrofi.

Sono passati quasi sessant'anni, a forza di zucchero e grano, di sacchi di farina portati nel Corno d'Africa straziato dalla siccità, come di biscotti proteici consegnati ai profughi somali nello Yemen, e così via, dal Sudan all'ex Jugoslavia, da Haiti all'Afghanistan, alla Siria, dovunque le guerre o il clima impazzito abbiano costretto i popoli alla fuga e all'incubo della fame.

Ieri Berit Reiss-Andersen, presidente del comitato del premio Nobel, ha consacrato l'agenzia come campione della pace, "per gli sforzi nella lotta alla fame, per il contributo alla pace nelle aree colpite da conflitti e per l'azione trainante contro l'uso della fame come arma di guerra e di conflitto".

Il riconoscimento arriva dopo una stagione di sforzi sovrumani, perché la pandemia ha aggravato ovunque le condizioni di insicurezza alimentare, trasformando in necessità estrema le situazioni fragili e di fatto raddoppiando il numero delle persone a rischio.

Forse proprio l'arrivo del virus Covid-19 potrebbe aver reso più facile, dal punto di vista diplomatico, l'assegnazione del premio, perché senza la pandemia sarebbe stato fin troppo evidente - e pretesto di polemiche - il collegamento fra la fame e l'opera dell'uomo, intesa come conflitti ma anche catastrofi ambientali. In realtà il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha riconosciuto già nel maggio 2018 il legame fra fame e conflitti, ricorda Manoj Juneja, vicedirettore del Wfp: "Pace e fame sono collegati. Il mondo non potrà mai eliminare la fame se non c'è la pace, e finché c'è fame non ci sarà la pace. Dove c'è fame i conflitti peggiorano. Dove ci sono povertà e diseguaglianze, c'è più disperazione.

In 80 Paesi su cento, fra quelli dove dobbiamo intervenire, c'è un conflitto". Gli fa eco in un comunicato il direttore esecutivo, David Beasley: "Tutti, tra i 690 milioni di affamati nel mondo, hanno il diritto di vivere in pace e senza soffrire la fame".

Ma il premio al Programma è anche un riconoscimento alla struttura generale delle Nazioni Unite. Dice la Reiss-Andersen: "La pandemia ha mostrato come la cooperazione multilaterale sia assolutamente necessaria per affrontare le sfide globali". Com'è ovvio, non è solo un problema di Covid.

I giurati di Oslo hanno voluto dare un segnale in controtendenza: in un'epoca dove l'Onu è sotto accusa per le inefficienze, la burocrazia, la sostanziale incapacità di imporre interventi non graditi alle potenze, il Comitato del Nobel ha voluto ricordare che l'organizzazione del Palazzo di Vetro è uno strumento imperfetto, ma resta l'unico su cui l'umanità possa contare al di là di ogni bandiera.

È vero, la struttura alimentare dell'Onu è cresciuta con evidente carattere di lottizzazione: la Fao di influenza francofona, attenta soprattutto all'Africa; l'Ifad, fondo per lo sviluppo agricolo, sostenuto ma anche gestito dai Paesi arabi; il Wfp nato a stelle e strisce, con il sospetto di servire a distribuire i surplus dell'agricoltura americana. "Oggi il 40 per cento della nostra assistenza è in pagamenti cash: trasferiamo il contante alle persone in difficoltà, solo una piccola parte dei nostri aiuti è in beni alimentari, e va nei Paesi dove non c'è un mercato", taglia corto il vicedirettore Wfp.

Così, al di là della divisione dei ruoli, il momento di soddisfazione è condiviso da tutti. Ce n'è anche per l'Italia che ospita le agenzie agroalimentari e "sostiene il ruolo del Wfp con convinzione", come sottolinea il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma ce n'è soprattutto fra le agenzie Onu: lo ribadisce anche il direttore della Fao, Qu Dongyu, che ricorda i caduti nella lotta contro la fame e sottolinea che questo premio "è un'iniezione di energia per tutti".

Ed è un'energia preziosa. Il Wfp, con ventimila dipendenti distribuiti in gran parte sul campo, nelle zone di crisi in 83 nazioni per assistere quasi novanta milioni di persone, è l'agenzia che sta al fronte. "Se la Fao è il ministero dell'Agricoltura di tanti Paesi, noi siamo i vigili del fuoco", dice Juneja. E di incendi da affrontare, là fuori, ce n'è tanti.