Telmo Pievani: "Non solo clima, attenzione anche alla biodiversità"
di SIMONE ARCAGNIIl filosofo ha curato un libro, "Planet Book", in cui 40 giovani da lui coordinati raccontano la crisi ambientale anche attraverso le immagini. Sarà ospite al Festival delle Idee di Mestre (15-18 ottobre)
Segno dei tempi: nella foto di Athit Perawongmetha un enorme assembramento di persone, tutte rigorosamente con le mascherine, affolla la metropolitana di Tokyo. Spostiamoci in un’altra città: una densa caligine gialla sfoca lo skyline di Shanghai nella foto di Jonas Bendiksen. Tutto un altro scenario: due bambini giocano tra le carcasse di navi in quello che un tempo era il letto del lago d’Aral nel Kazakhistan nello scatto di Shamil Zhumatov… e questi sono solo alcuni esempi delle 200 immagini raggruppate in “Planet Book”, il volume curato da Telmo Pievani (Contrasto). Un libro frutto di un progetto di ricerca in cui 40 giovani coordinati da Pievani hanno raccontato questi scatti che descrivono la crisi ambientale, climatica, le guerre, le carestie, il virus. Ma non si limitano a descrivere le fotografie, le inseriscono in un discorso più ampio sul nostro ecosistema, forniscono dati e tentano anche di proporre delle soluzioni. Seguono l&rs…
Segno dei tempi: nella foto di Athit Perawongmetha un enorme assembramento di persone, tutte rigorosamente con le mascherine, affolla la metropolitana di Tokyo. Spostiamoci in un’altra città: una densa caligine gialla sfoca lo skyline di Shanghai nella foto di Jonas Bendiksen. Tutto un altro scenario: due bambini giocano tra le carcasse di navi in quello che un tempo era il letto del lago d’Aral nel Kazakhistan nello scatto di Shamil Zhumatov… e questi sono solo alcuni esempi delle 200 immagini raggruppate in “Planet Book”, il volume curato da Telmo Pievani (Contrasto). Un libro frutto di un progetto di ricerca in cui 40 giovani coordinati da Pievani hanno raccontato questi scatti che descrivono la crisi ambientale, climatica, le guerre, le carestie, il virus. Ma non si limitano a descrivere le fotografie, le inseriscono in un discorso più ampio sul nostro ecosistema, forniscono dati e tentano anche di proporre delle soluzioni. Seguono l’impronta di Pievani, professore di Filosofia delle Scienze Biologiche all’Università di Padova, che studia l’evoluzione e la biologia e investiga i diversi nodi della questione ambientale, occupandosi di uomini, tecnologie, ambiente, clima. Un discorso che affronterò direttamente con lui al Festival delle Idee che si tiene al M9 – Museo del ‘900 di Mestre (15-18 ottobre) con l’emblematico titolo di “rinascita”. Gli ospiti della manifestazione saranno infatti chiamati a raccontare la rinascita possibile, del nostro paese, del pianeta e della vita dopo il COVID.
Pievani, partiamo dalla tcnologia: come è vista dai suoi giovani collaboratori?
Con una fiducia diffusa, anche se a volte sono ipercritici, soprattutto sulle questioni riguardanti la privacy e la sicurezza. Ma io ho lavorato sulla fiducia, sulla quale ho però imposto uno sguardo critico che permetta di vedere l’ambivalenza di alcune questioni che, come spesso accade, vengono affrontate con semplicità quando invece avrebbero bisogno di approcci ben più complessi.
Riesce a ragionare sul fatto che la tecnologia è uno strumento umano e quindi fa parte di un discorso evoluzionista?
Vivono nell’accelerazione e questo rischia di bruciare ogni riflessione sulla parabola e sull’evoluzione. L’approccio al nostro fragile ecosistema deve essere complesso per non rischiare di dare risposte sbagliate, come è stato nel caso del tentativo di conversione ai biocombustibili risultati poi anch’essi dannosi (mentre oggi si studia il possibile utilizzo delle alghe che sta dando risultati ben più sostenibili).
Bisogna lavorare sulle interdipendenze, occuparsi dei cambiamenti climatici, ma anche dei rischi della sparizione della biodiversità. Quindi è importante non parlare soltanto climate change?
Questo argomento ha assorbito tutta l’attenzione. E’ più comunicabile e va bene così. Ma il discorso è ben più complesso e più ampio. E sono i dati crudi a dircelo: dagli anni ’70 a oggi la biodiversità delle acque dolci è diminuita dell’87%. Entro il 2050 verrà perso il 90% delle barriere coralline, luoghi che sono ecosistemi fragili e che rappresentano veri hot spot della biodiversità. Viviamo una crisi sistemica delle biodiversità ed è un punto di cui si parla ancora poco. Eppure si tratta di una vera e propria emergenza: è stato da poco pubblicato un manifesto a cui hanno aderito 110 società scientifiche di tutto il mondo che riporta dati mostruosi relativi alla biodiversità dell’acqua.
E anche sfogliando il volume curato da Pievani si rimane quasi storditi dalla mole di dati che inanella: “l’80% degli scarichi idrici, industriali e civili, viene disperso direttamente nell’ambiente senza alcun trattamento”. In questo modo “intorno al 2050 nei nostri oceani ci saranno più plastiche che pesci”. “Nel 2020 in Siberia si sono raggiunti i 38°C”. E di seguito: “Entro il 2100, l’innalzamento del livello dei mari potrebbe far scomparire fino al 50% delle coste sabbiose” e così “nel 2050 più di 143 milioni di persone potrebbero essere costretti a migrare”. E, solo per citare un altro dato, tra gli innumerevoli che affollano questo vero e proprio bollettino di guerra: nella foresta amazzonica “solo nel 2019, i roghi registrati sono stati circa 233.000”. Soluzioni? “Soluzioni semplici non ne esistono, bisogna cambiare gli atteggiamenti e le politiche, ma anche le narrazioni. Ampliare il discorso, abituarsi alla complessità e lavorare tra generazioni.” In effetti sembra di capire che altre opzioni non ce ne siano.
(nella foto, una tartaruga Caretta caretta intrappolata in una rete da pesca abbandonata, Mar Mediterraneo, 2010, Copyright Jordi Chias / Nature Picture Library)
Pievani, partiamo dalla tcnologia: come è vista dai suoi giovani collaboratori?
Con una fiducia diffusa, anche se a volte sono ipercritici, soprattutto sulle questioni riguardanti la privacy e la sicurezza. Ma io ho lavorato sulla fiducia, sulla quale ho però imposto uno sguardo critico che permetta di vedere l’ambivalenza di alcune questioni che, come spesso accade, vengono affrontate con semplicità quando invece avrebbero bisogno di approcci ben più complessi.
Riesce a ragionare sul fatto che la tecnologia è uno strumento umano e quindi fa parte di un discorso evoluzionista?
Vivono nell’accelerazione e questo rischia di bruciare ogni riflessione sulla parabola e sull’evoluzione. L’approccio al nostro fragile ecosistema deve essere complesso per non rischiare di dare risposte sbagliate, come è stato nel caso del tentativo di conversione ai biocombustibili risultati poi anch’essi dannosi (mentre oggi si studia il possibile utilizzo delle alghe che sta dando risultati ben più sostenibili).
Bisogna lavorare sulle interdipendenze, occuparsi dei cambiamenti climatici, ma anche dei rischi della sparizione della biodiversità. Quindi è importante non parlare soltanto climate change?
Questo argomento ha assorbito tutta l’attenzione. E’ più comunicabile e va bene così. Ma il discorso è ben più complesso e più ampio. E sono i dati crudi a dircelo: dagli anni ’70 a oggi la biodiversità delle acque dolci è diminuita dell’87%. Entro il 2050 verrà perso il 90% delle barriere coralline, luoghi che sono ecosistemi fragili e che rappresentano veri hot spot della biodiversità. Viviamo una crisi sistemica delle biodiversità ed è un punto di cui si parla ancora poco. Eppure si tratta di una vera e propria emergenza: è stato da poco pubblicato un manifesto a cui hanno aderito 110 società scientifiche di tutto il mondo che riporta dati mostruosi relativi alla biodiversità dell’acqua.
E anche sfogliando il volume curato da Pievani si rimane quasi storditi dalla mole di dati che inanella: “l’80% degli scarichi idrici, industriali e civili, viene disperso direttamente nell’ambiente senza alcun trattamento”. In questo modo “intorno al 2050 nei nostri oceani ci saranno più plastiche che pesci”. “Nel 2020 in Siberia si sono raggiunti i 38°C”. E di seguito: “Entro il 2100, l’innalzamento del livello dei mari potrebbe far scomparire fino al 50% delle coste sabbiose” e così “nel 2050 più di 143 milioni di persone potrebbero essere costretti a migrare”. E, solo per citare un altro dato, tra gli innumerevoli che affollano questo vero e proprio bollettino di guerra: nella foresta amazzonica “solo nel 2019, i roghi registrati sono stati circa 233.000”. Soluzioni? “Soluzioni semplici non ne esistono, bisogna cambiare gli atteggiamenti e le politiche, ma anche le narrazioni. Ampliare il discorso, abituarsi alla complessità e lavorare tra generazioni.” In effetti sembra di capire che altre opzioni non ce ne siano.
(nella foto, una tartaruga Caretta caretta intrappolata in una rete da pesca abbandonata, Mar Mediterraneo, 2010, Copyright Jordi Chias / Nature Picture Library)