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"Così la scienza batterà le fake news"

Perlmutter, premio Nobel per la Fisica nel 2011, spiega l'importanza del pensiero scientifico: "Non è astruso e scollegato dalla vita delle persone, è qualcosa che ognuno può usare nella vita quotidiana: è un approccio con il quale si può evitare di essere presi in giro". Vediamo perché
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«La disinformazione e le fake news si battono insegnando il metodo scientifico e il pensiero critico: altrimenti perderemo tutte le sfide del futuro» ammonisce Saul Perlmutter, premio Nobel per la Fisica nel 2011 per aver scoperto, studiando le supernove, che l’espansione dell’Universo sta accelerando. Perlmutter evidenzierà il ruolo sociale del pensiero scientifico nella conferenza “Science, reality and credibility” (oggi, 24 novembre ore 18, online su futuroremoto2020.it) di Futuro Remoto, il festival della scienza promosso dalla Città della Scienza di Napoli con la collaborazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), del CNR e del Programma Nazionale di Ricerca in Antartide.
 
Oggi vediamo molta disinformazione: agli antivaccinisti si sono aggiunti i negazionisti del Covid. Cosa può fare la scienza per farsi capire di più, professor Perlmutter?
Credo che una delle cose più importanti sia tras…
«La disinformazione e le fake news si battono insegnando il metodo scientifico e il pensiero critico: altrimenti perderemo tutte le sfide del futuro» ammonisce Saul Perlmutter, premio Nobel per la Fisica nel 2011 per aver scoperto, studiando le supernove, che l’espansione dell’Universo sta accelerando. Perlmutter evidenzierà il ruolo sociale del pensiero scientifico nella conferenza “Science, reality and credibility” (oggi, 24 novembre ore 18, online su futuroremoto2020.it) di Futuro Remoto, il festival della scienza promosso dalla Città della Scienza di Napoli con la collaborazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), del CNR e del Programma Nazionale di Ricerca in Antartide.
 
Oggi vediamo molta disinformazione: agli antivaccinisti si sono aggiunti i negazionisti del Covid. Cosa può fare la scienza per farsi capire di più, professor Perlmutter?
Credo che una delle cose più importanti sia trasmettere l’idea che il pensiero scientifico non è astruso e scollegato dalla vita delle persone, ma è qualcosa che ognuno può usare nella vita quotidiana: è un approccio con il quale si può evitare di essere presi in giro. Uno dei problemi della gente, evidenziato anche dalla crisi del Covid, è capire a quali esperti dare retta. Il mio consiglio è di seguire quelli che mostrano di avere chiari in mente tutti i possibili modi in cui potrebbero sbagliarsi. Esperti a cui non sfugga il pensiero di potersi sbagliare, e che per questo siano disposti a condurre esperimenti per trovare la verità. Esperti che siano capaci di cambiare idea quando arrivano dati che ci suggeriscono qualcosa di nuovo.
 
Può farmi un esempio di come dovrebbero comportarsi gli scienziati per informare la pubblica opinione senza alienarsela?
Piuttosto che dire soltanto “Bisogna mettersi la mascherina”, un esperto dovrebbe dire: “I dati raccolti fino ad ora suggeriscono che l’uso delle maschere possa fare una differenza molto grande nel numero di contagiati”. E magari, sul lungo termine, aggiungere: “E ora questi sono gli indizi che andremo a esaminare per capire se la mascherina è ancora lo strumento più importante per contenere la pandemia”.
 
E in che modo si può trasmettere il pensiero scientifico ai giovani?
Al mondo c’è una vastissima quantità di contenuti scientifici che si possono insegnare: fisica, biologia, chimica e così via. Ma c’è anche uno stile di pensiero critico che è una parte fondamentale della scienza e che in genere non viene insegnato in modo esplicito ai ragazzi. Per questo alla University of California di Berkeley abbiamo sviluppato un corso che offre elementi per capire come pensano gli scienziati. È un corso che può essere utile per tutti, anche per chi non perseguirà una carriera scientifica. Questo corso sarà emulato anche da altre università e ora ne stiamo preparando una versione adatta alle scuole superiori.
 
Cosa insegnate nel corso?
Una premessa: molti credono che il metodo scientifico sia una cosa sola, un singolo strumento che viene usato da chi fa ricerca. In realtà quello che noi offriamo nel corso è un intero vocabolario di idee che, tutte insieme, formano una cultura scientifica utile a pensare ai problemi e risolverli. Molto di ciò che insegniamo si basa su ciò che la scienza ha scoperto, nei secoli, su tutti i modi in cui siamo capaci di ingannarci se non prestiamo attenzione. E insegniamo anche che, in quanto esseri umani, siamo tutti molto bravi nell’autoingannarci. Pe questo la scienza ha dovuto inventare molte tecniche per evitarci di sbagliare. Un esempio: sappiamo che quando vediamo un po’ di esempi di un fenomeno, spesso ci illudiamo di aver individuato uno “schema”. Mentre invece avremmo bisogno di molti, molti più esempi prima di supporre che ci sia uno schema o una regolarità. Del resto quand’anche avessimo raccolto moltissimi esempi, il nostro cervello tenderebbe comunque a vedere degli schemi che non ci sono. Per questo abbiamo dovuto imparare a usare la statistica per riconoscere degli schemi che realmente possano dirci qualcosa del mondo, e che non siano soltanto coincidenze casuali. Ma questa degli errori di pensiero è solo la prima componente del corso. La seconda è l’ottimismo.
 
L’ottimismo?
Una volta che hai compreso quanta attenzione è necessario fare, e quanto scetticismo è necessario avere per evitare di autoingannarti, quello che ti resta da imparare è come avere un certo grado di ciò che chiamiamo “ottimismo scientifico”. È importante avere uno spirito attivo, e confidare di poter davvero risolvere problemi difficili. Questo perché la maggior parte delle persone non rimangono su un problema abbastanza a lungo per risolverlo, quando il problema è difficile. Quindi in un certo senso lo scienziato deve convincersi che qualsiasi problema sia alla sua portata: solo così avrà la costanza di applicarsi abbastanza a lungo. Queste due parti del corso sono complementari: la prima, quella sullo scetticismo, è come il pedale del freno, con cui puoi assicurarti di non finire fuori strada. La seconda, quella dell’ottimismo, è come il pedale dell’acceleratore: ti permette di tallonare i problemi fino a quando raggiungi la soluzione.
 
Oggi la ricerca di base, in molti Paesi, è poco finanziata. Quali rischi si corrono se viene sottovaluta, privilegiando invece le scienze applicate?
Se si sottovaluta la ricerca di base, il primo problema è che non si capirà la portata dei suoi risultati. Perché non si presta abbastanza attenzione da comprendere ciò che i ricercatori stanno trovando. Poi un problema più a lungo termine risulta evidente se consideriamo gli ultimi cent’anni di innovazioni e nella nostra società. È piuttosto chiaro che molti dei cambiamenti più importanti, che ci hanno reso anche molto più capaci di risolvere problemi pratici, derivano da ricerche che apparivano completamente astratte e slegate dalla realtà. Uno degli aspetti più magici della scienza è che se studi, facendoti portare dalla tua curiosità, il modo in cui funziona l’universo, facendo quindi ricerca di base, ciò può portare a risolvere problemi in modi sorprendenti che la ricerca applicata, da sola, non avrebbe mai trovato.
 
Può farci un esempio?
La teoria della relatività di Einstein: quando è stata studiata e sviluppata, non sembrava certo la cosa più pratica del mondo. Voglio dire, perché mai a qualcuno dovrebbe importare ciò che succede agli orologi quando viaggiano a una velocità vicina a quella della luce? Non sembrerebbe, a occhio, una cosa che può fare la differenza nel nostro mondo. Eppure – per fare solo un piccolo esempio - oggi la geolocalizzazione col GPS, che tutti noi usiamo ogni giorno, utilizza la teoria della relatività per dirci con precisione dove siamo.
 
Lei ha scoperto che l’espansione dell’universo accelera. Quale sarà il destino finale dell’universo?
E’ una bella domanda, e non c’è una vera risposta in quanto ancora non sappiamo “perché” l’universo stia accelerando. Ci sono molte teorie, ma non abbiamo ancora sufficienti dati per individuare quella giusta. E’ stato un lavoro molto difficile arrivare al livello di precisione necessario per potere distinguere tra queste teorie. E stiamo per iniziare soltanto adesso ad avere la prima generazione di esperimenti che potranno aiutarci a trovare alcune delle differenze tra queste teorie. Tra quelli che stanno per iniziare, uno degli esperimenti più importanti è DESI (Dark Energy Spetroscopic Instrument): misurerà la storia dell’espansione dell’universo a un livello di precisione mai visto prima. E potrebbe darci degli indizi per capire cosa sia davvero l’energia oscura. E qui uso il termine “energia oscura” come una specie di segnaposto per indicare la causa dell’accelerazione dell’universo. Una volta che avremo capito perché l’universo sta accelerando, allora potremo avere un’idea di cosa succederà all’universo nel lontano futuro. In alcune di queste teorie l’accelerazione è costante, e questo significa che, tra miliardi di anni, finiremo per avere un universo freddo e sostanzialmente vuoto, nel senso che i corpi celesti saranno molto più lontani tra loro rispetto ad oggi. Ma ci sono anche altre teorie: ad esempio si ipotizza che ciò che oggi guida l’accelerazione possa ridursi col tempo e portare a un universo dove l’espansione si rallenta.
 
In che modo l’esperimento DESI ci aiuterà a capire meglio l’accelerazione dell’espansione dell’universo?
Questo esperimento ci permette di osservare, nel riverbero del Big Bang, degli agglomerati e degli spazi vuoti che, nelle prime centinaia di migliaia di anni dell’universo, corrispondevano alle galassie e al vuoto. Così potremo misurare le distanze che c’erano in quel tempo remoto tra le galassie e confrontarle con le distanze che vediamo oggi, per tutte le galassie osservabili. E capiremo meglio come l’universo si è espanso.
 
Una domanda più personale: come è nata la sua passione per la scienza?
Da ragazzino mi ero reso conto che, ogni volta che si compra un prodotto, la confezione include un foglietto o un manuale di istruzioni. Però mi stupiva il fatto che non esistesse un manuale di istruzioni per il mondo, per capire le sue parti e come vengono tenute insieme. Così poi all’università - pur dando anche esami di altre materie, come quelle umanistiche e sociali -  ho deciso di privilegiare la fisica: per unirmi a coloro che cercano di scrivere il manuale di istruzioni del mondo.