Il tasso di scioglimento dei ghiacciai è raddoppiato negli ultimi 5 anni. E negli ultimi 10 anni i due poli si stanno riscaldando fino a quattro volte più rapidamente del resto del mondo, portando lo scongelamento del
permafrost (ovvero il suolo che rimane congelato per oltre due anni: circa il 22% della superficie terrestre è così) a livelli che non erano previsti prima del 2050. Ciò ha creato, in regioni come la Siberia e il Canada settentrionale a delle zone di cosiddetto “thermokarst”, il terreno dove il permafrost più antico e profondo diventa esposto per la prima volta all’aria calda. Così il riscaldamento globale aumenta il rischio che antichissimi microbi, rimasti inattivi e ben conservati per millenni nel permafrost, tornino a infettare l’umanità. Come accadde nell’estate 2016 in Siberia, quando spore di batteri dell’antrace emerse dal permafrost infettarono duemila renne e oltre 50 persone che ne mangiarono le carni, provocando una vittima.
Una minaccia per milioni di persone
«Oltre 4 milioni di persone vivono sopra il circolo polare artico, e molte di più nelle regioni con permafrost nell’emisfero settentrionale. Oltre il 60% del territorio in Russia, quasi la metà in Canada e oltre il 75% dell’Alaska sono nell’area del permafrost. Quindi parliamo di milioni di persone che vivono in queste aree», spiega Vladimir Romanovsky, docente di geofisica all’University of Alaska Fairbanks. «L’eventualità che con lo scongelamento del permafrost tornino attivi batteri nocivi e virus rimasti inattivi per millenni può essere una minaccia diretta per quelle persone, e se le malattie associate ai patogeni fossero molto contagiosi, ora sappiamo quanto velocemente potrebbero spargersi nel mondo».
Le aree più vulnerabili
Le zone di permafrost più calde e discontinue sono in genere più vulnerabili a scongelarsi. «Tuttavia, con il crescente riscaldamento globale anche le aree di permafrost continuo, specialmente quelle più a sud saranno più vulnerabili», spiega Romanovsky. «In Alaska, ad esempio, queste aree sono la penisola Seward e l’Alaska nordoccidentale. Nella russia siberiana, la penisola Jamal». Poi ci sono alcune aree che sono ancora più vulnerabili delle altre a causa delle attività dell’uomo: «I rischi maggiori si potrebbero avere se il permafrost si scongela nei luoghi dell’Artico dove sono state seppellite le vittime delle pandemie precedenti», spiega Romanovsky. «Di solito questi posti sono vicini a insediamenti recenti, e potrebbero essere un rischio per i residenti in quell’area».
Gli animali-veicolo
Ma il rischio – seppure ancora tutto da dimostrare – potrebbe non limitarsi a zone molto circoscritte. «Oggi c’è un aumento del traffico marino nel Mare di Barents, e una crescita delle attività minerarie che possono portare le persone in contatto con i microbi antichi liberati dal permafrost», spiega Birgitta Evengard, docente di microbiologia clinica all’Umea Universitet svedese. «E poi bisogna considerare un altro effetto del cambiamento climatico: gli spostamenti degli animali. Ad esempio oggi in Siberia la volpe rossa si è spostata più a nord e sta scacciando la volpe polare. Le infezioni di virus e batteri emergenti, se colpiscono gli animali, possono attraversare lunghe distanze e arrivare vicine agli abitati umani. Le volpi, ad esempio, quando c’è scarsità di cibo si avvicinano agli abitati. E sappiamo che oggi oltre il 70% delle infezioni emergenti sono zoonotiche, ovvero si trasmettono dagli animali all’uomo».
Allarme in Russia
Un problema che sembra preoccupare oggi soprattutto i ricercatori russi. «Ho appena ricevuto un abstract di uno studio russo che verrà pubblicato in gennaio, di ricercatori dell’Istituto di Previsioni Economiche di Mosca: indica che i rischi di infezioni per le popolazioni nei distretti urbani densamente popolati sta crescendo», spiega Evengard. «Nello studio si citano i siti russi in cui sono state interrate le carcasse di animali uccisi dall’antrace, e si calcola applicando un modello climatico il rischio che i batteri si liberino dal permafrost». Una volta liberati dal permafrost, gli antichi microbi patogeni potrebbero diffondersi anche via mare.
La diplomazia artica
«Il fiume Ob’ in Siberia in certi punti ha una larghezza di 60 chilometri da riva a riva: è inimmaginabile pensare quanti sedimenti e detriti può trasportare nel mare di Kara e poi in quello di Barents, compresi gli strati di terreno che probabilmente contengono la maggior parte dei virus dormienti», spiega Evengard. «Quello che serve, ora, è rafforzare la collaborazione con gli scienziati russi, per questo in Svezia stiamo puntando sulla cosiddetta “diplomazia artica”, anche per prevenire il rischio dei patogeni venuti dal permafrost».
I virus giganti
Nel 2016 Chantal Abergel, virologa all’Institut de Microbiologie de la Méditerranée di Marsiglia, e Jean-Michel Claverie, allora direttore dell’istituto, trovarono due virus, che chiamarono
Pithovirus sibericum e
Mollivirus sibericum, in uno strato di permafrost risalente a 30.000 anni fa. E riuscirono a riattivarli. Si trattava di virus non pericolosi per l’uomo (infettano solo le amebe) e “giganti”, nel senso che misurano più di 0,4 micrometri e si possono vedere con un normale microscopio. I virus “giganti” tendono ad essere anche più resistenti alla degradazione, ancora di più in ambienti particolari - come il permafrost o i sedimenti oceanici di profondità – dove la temperatura è bassa e non filtra ossigeno né luce.