"Montagna dei morti", risolto il mistero del passo Djatlov
di Giuliano Aluffi , di Giuliano AluffiNel febbraio 1959 nove escursionisti russi impegnati in una spedizione nei monti Urali morirono in circostanze misteriose. Una storia diventata famosa che oggi, grazie alla scienza, trova la verità
Durante la notte dell'1 febbraio 1959 nove escursionisti russi, impegnati in una spedizione sciistica nei monti Urali settentrionali, morirono in circostanze misteriose. È una storia diventata famosa come “l’incidente del passo di Djatlov”, dal nome del capo spedizione, Igor Djatlov.
Quella notte sul versante orientale del monte Cholatachl che nel linguaggio locale Mansi significa "montagna dei morti", successe qualcosa di imprevisto dopo la mezzanotte, qualcosa che indusse i giovani a tagliare la tenda e uscire nel gelo (-25 gradi), senza indumenti adeguati, scappando verso una foresta che si trovava un chilometro più a valle. Un mese dopo furono ritrovati i loro corpi in parte nella foresta e in parte a metà strada tra la foresta e i resti della tenda. Secondo l’investigazione compiuta dalle autorità sovietiche, nel 1959 la causa dell’incidente è stata una “forza naturale preponderante”, …
Quella notte sul versante orientale del monte Cholatachl che nel linguaggio locale Mansi significa "montagna dei morti", successe qualcosa di imprevisto dopo la mezzanotte, qualcosa che indusse i giovani a tagliare la tenda e uscire nel gelo (-25 gradi), senza indumenti adeguati, scappando verso una foresta che si trovava un chilometro più a valle. Un mese dopo furono ritrovati i loro corpi in parte nella foresta e in parte a metà strada tra la foresta e i resti della tenda. Secondo l’investigazione compiuta dalle autorità sovietiche, nel 1959 la causa dell’incidente è stata una “forza naturale preponderante”, …
Durante la notte dell'1 febbraio 1959 nove escursionisti russi, impegnati in una spedizione sciistica nei monti Urali settentrionali, morirono in circostanze misteriose. È una storia diventata famosa come “l’incidente del passo di Djatlov”, dal nome del capo spedizione, Igor Djatlov.
Quella notte sul versante orientale del monte Cholatachl che nel linguaggio locale Mansi significa "montagna dei morti", successe qualcosa di imprevisto dopo la mezzanotte, qualcosa che indusse i giovani a tagliare la tenda e uscire nel gelo (-25 gradi), senza indumenti adeguati, scappando verso una foresta che si trovava un chilometro più a valle. Un mese dopo furono ritrovati i loro corpi in parte nella foresta e in parte a metà strada tra la foresta e i resti della tenda. Secondo l’investigazione compiuta dalle autorità sovietiche, nel 1959 la causa dell’incidente è stata una “forza naturale preponderante”, che però non è stata specificata. La causa di morte prevalente è stata l’ipotermia ma quattro escursionisti avevano serie ferite al torace e al cranio. Tra le ipotesi meno fantasiose che si sono fatte da allora c’è quella di una valanga. Un nuovo studio, che si basa su un sofisticato modello del comportamento della neve simile a quello usato per gli effetti speciali del film “Frozen” della Disney, offre maggiore credibilità a questa ipotesi. Lo hanno pubblicato, su Communications Earth & Enviroment, Johan Gaume, ricercatore in scienze criosferiche al Politecnico di Losanna (l’EPFL), e Alexander Puzrin, docente di ingegneria geotecnica all’ETH di Zurigo.
Professor Puzrin, perché avete voluto affrontare il mistero del passo di Djatlov?
Io sono nato e cresciuto in Russia, ma l’ho lasciata quando faceva ancora parte dell’Unione Sovietica. E non sapevo niente di Djatlov perché le autorità non volevano si parlasse troppo di quel caso. Il mio collega Johan Gaume, esperto di valanghe, nel 2019 fu contattato da un reporter del New York Times perché un pubblico ministero russo riaprì l’investigazione. Johan sapeva che io studiavo le valanghe “in differita”, ovvero quelle che non si scatenano immediatamente dopo l’evento che le causa. Su questo tipo di valanghe nel 2017 ho anche pubblicato uno studio incentrato sulla tragedia di Rigopiano. E così Johan mi ha coinvolto nella sua ricerca.
Secondo il vostro studio, cosa successe in quella notte del 1959?
Sappiamo che il gruppo prima di piazzare la tenda sulla pendenza, fece un taglio verticale nella neve per poter creare un dislivello utile a proteggere la tenda dal vento. Se il lastrone di neve è instabile, ciò sarà sufficiente a creare una valanga immediatamente dopo il taglio. Ma in quel caso la neve era, in apparenza, stabile, perché dopo il taglio il gruppo piazzò la tenda, cenò e andò a dormire. Nella notte si ebbe la valanga. Tra 9 e 13 ore dopo il taglio effettuato nel lastrone di neve. E il gruppo sopravvisse per circa altre 3 ore. Il nostro obiettivo era scoprire che cosa è accaduto, durante quelle 9 ore tra il taglio nella neve e la valanga, per rendere instabile un lastrone che invece sembrava stabile.
E cosa avete scoperto?
Una difficoltà era il fatto che per far sì che un lastrone perda stabilità e collassi, è necessario del peso aggiuntivo. E all’inizio non capivamo cosa avesse potuto aumentare il peso del lastrone: ovviamente il migliore candidato è la neve, ma quella notte non nevicava. Da dove poteva venire, quindi, quella neve in più che era in grado di provocare la valanga? La soluzione sono i venti catabatici, che in quella notte soffiavano con forza, perché c’era un fronte freddo artico che arrivava dal nord. Questo fenomeno si ha quando dell’aria molto fredda arriva sulla cima delle montagne: essendo molto fredda, viene spinta verso il basso, e scende lungo la pendenza della montagna causando quello che si chiama vento catabatico. È stato questo tipo di vento che ha fatto accumulare la neve sul lastrone, e lo ha reso instabile.
Ma cosa ha favorito lo scivolamento notturno del lastrone, ovvero la valanga?
Il fatto che la neve sottostante non fosse omogenea, perché formatasi sotto diverse condizioni meteorologiche. Circa mezzo metro sotto la superficie della neve, c’era quello che si chiama “lastrone debole”: questo tipo di lastrone si forma quando la parte sottostante è più calda di quella soprastante: il risultato sono dei cristalli nevosi che hanno una coesione assai bassa. Non si cementano insieme. C’era anche un altro dettaglio che il gruppo di escursionisti non poteva notare e che, a nostro avviso, si rivelò fatale…
Quale?
La topografia nascosta dalla neve. Il lastrone debole che ho appena descritto non aveva l’inclinazione della superficie nevosa, ma seguiva l’inclinazione del suolo, che era piuttosto irregolare e aveva una sorta di forma “a scale”. Immagini una scalinata: se nevica molto, la neve la ricoprirà nascondendo gli scalini e facendola sembrare una superficie più uniforme. In quel caso l’effetto è stato che mentre la pendenza della superficie innevata era di 23 gradi – ovvero una pendenza che sembrava troppo lieve per una valanga - in realtà quella del terreno sottostante era di 28 gradi. Ma gli escursionisti non potevano sapere di questo lastrone “debole” e con pendenza maggiore di quanto si potesse pensare. Il nostro modello fisico che riproduce il comportamento della neve mostra la possibilità di una valanga in un periodo tra 9 e 13 ore successivo a posizionamento della tenda, e con venti tra 2 e 12 metri al secondo come quelli che, secondo i bollettini meteo, soffiavano quella notte.
D’accordo, ma nell’ipotesi della valanga come si spiegano le ferite alla gabbia toracica e al cranio di alcune delle vittime?
Le vittime del Passo di Djatlov non sono le classiche vittime di una valanga, è vero: la maggior parte delle vittime di valanghe muore perché non riesce più a respirare. Ma bisogna anche ricordare che tipicamente le vittime di valanghe non vengono spinte dalla neve contro un ostacolo rigido. Nel caso di Djatlov, gli escursionisti stavano dormendo su una piattaforma rigida formata da neve compattata sulla quale, per avere una superficie ancora più rigida, avevano incrociato i loro sci. Quando si è verificata la valanga, una parte degli escursionisti sono rimasti schiacciati tra la neve e la superficie rigida formata dagli sci. È questo impatto che, a nostro avviso, ha rotto le costole ad alcuni di loro. Nello studio abbiamo anche consultato i dati di un esperimento fatto negli anni ’70 dalla General Motors, dove furono presi 100 cadaveri e li sì colpì con oggetti di diversa massa lanciati a diverse velocità. Anche quei dati suffragano la nostra idea della valanga.
Ma voi come spiegate il fatto che i corpi siano stati trovati lontano dalla tenda, invece di rimanere sepolti nella neve?
Fino ad ora ho riportato ipotesi suffragate dalla scienza e dal nostro modello fisico della neve. Per rispondere a questa domanda, invece, dovrò affidarmi alla logica e lanciarmi in ipotesi e speculazioni, per mancanza di evidenze scientifiche dirette. Dunque: la tenda era lunga. Una parte degli escursionisti non è stata schiacciata dalla valanga contro gli sci. Sono riusciti a uscire dalla tenda, tagliandola dal di dentro, e hanno tirato fuori dalla tenda i loro compagni feriti. A quel punto era buio e tirava un vento gelido. I superstiti hanno deciso di dirigersi verso un luogo più protetto. Il bosco un chilometro più a sud, dove avevano lasciato, durante la giornata, del cibo e dei vestiti appesi agli alberi (perché non venissero sottratti dagli animali). Sono arrivati nel bosco, hanno spezzato alcuni rami per creare una piccola piattaforma e hanno piazzato lì i loro amici feriti. Poi hanno deciso di tornare verso la tenda per prendere il cibo e i vestiti rimasti lì. Ma sulla strada del ritorno alla tenda sono morti per il gelo. Questo è ciò che ipotizziamo.
Perché fino ad oggi l’ipotesi della valanga non è stata mai considerata quella definitiva?
Non è un’ipotesi nuova: sono circa 60 anni che circola. A penalizzarla sono state obiezioni scientifiche, come la pendenza in apparenza troppo scarsa per provocare valanghe, che nel nostro studio cerchiamo di confutare. Ma sono state anche ragioni di opportunità. I parenti delle vittime si sono sempre opposti a quest’idea, perché temevano che mettesse in cattiva luce le vittime. Facendole apparire come inesperte, superficiali, avventate. In realtà, come suggeriamo con il nostro studio, le vittime non hanno commesso errori: con le informazioni – incomplete - che avevano, hanno fatto ciò che anche i più esperti avrebbero fatto. E anzi, il fatto che una parte di loro si sia sacrificata per cercare di soccorrere i loro amici feriti rende il loro comportamento ammirevole. E non sconsiderato.
Quella notte sul versante orientale del monte Cholatachl che nel linguaggio locale Mansi significa "montagna dei morti", successe qualcosa di imprevisto dopo la mezzanotte, qualcosa che indusse i giovani a tagliare la tenda e uscire nel gelo (-25 gradi), senza indumenti adeguati, scappando verso una foresta che si trovava un chilometro più a valle. Un mese dopo furono ritrovati i loro corpi in parte nella foresta e in parte a metà strada tra la foresta e i resti della tenda. Secondo l’investigazione compiuta dalle autorità sovietiche, nel 1959 la causa dell’incidente è stata una “forza naturale preponderante”, che però non è stata specificata. La causa di morte prevalente è stata l’ipotermia ma quattro escursionisti avevano serie ferite al torace e al cranio. Tra le ipotesi meno fantasiose che si sono fatte da allora c’è quella di una valanga. Un nuovo studio, che si basa su un sofisticato modello del comportamento della neve simile a quello usato per gli effetti speciali del film “Frozen” della Disney, offre maggiore credibilità a questa ipotesi. Lo hanno pubblicato, su Communications Earth & Enviroment, Johan Gaume, ricercatore in scienze criosferiche al Politecnico di Losanna (l’EPFL), e Alexander Puzrin, docente di ingegneria geotecnica all’ETH di Zurigo.
Professor Puzrin, perché avete voluto affrontare il mistero del passo di Djatlov?
Io sono nato e cresciuto in Russia, ma l’ho lasciata quando faceva ancora parte dell’Unione Sovietica. E non sapevo niente di Djatlov perché le autorità non volevano si parlasse troppo di quel caso. Il mio collega Johan Gaume, esperto di valanghe, nel 2019 fu contattato da un reporter del New York Times perché un pubblico ministero russo riaprì l’investigazione. Johan sapeva che io studiavo le valanghe “in differita”, ovvero quelle che non si scatenano immediatamente dopo l’evento che le causa. Su questo tipo di valanghe nel 2017 ho anche pubblicato uno studio incentrato sulla tragedia di Rigopiano. E così Johan mi ha coinvolto nella sua ricerca.
Secondo il vostro studio, cosa successe in quella notte del 1959?
Sappiamo che il gruppo prima di piazzare la tenda sulla pendenza, fece un taglio verticale nella neve per poter creare un dislivello utile a proteggere la tenda dal vento. Se il lastrone di neve è instabile, ciò sarà sufficiente a creare una valanga immediatamente dopo il taglio. Ma in quel caso la neve era, in apparenza, stabile, perché dopo il taglio il gruppo piazzò la tenda, cenò e andò a dormire. Nella notte si ebbe la valanga. Tra 9 e 13 ore dopo il taglio effettuato nel lastrone di neve. E il gruppo sopravvisse per circa altre 3 ore. Il nostro obiettivo era scoprire che cosa è accaduto, durante quelle 9 ore tra il taglio nella neve e la valanga, per rendere instabile un lastrone che invece sembrava stabile.
E cosa avete scoperto?
Una difficoltà era il fatto che per far sì che un lastrone perda stabilità e collassi, è necessario del peso aggiuntivo. E all’inizio non capivamo cosa avesse potuto aumentare il peso del lastrone: ovviamente il migliore candidato è la neve, ma quella notte non nevicava. Da dove poteva venire, quindi, quella neve in più che era in grado di provocare la valanga? La soluzione sono i venti catabatici, che in quella notte soffiavano con forza, perché c’era un fronte freddo artico che arrivava dal nord. Questo fenomeno si ha quando dell’aria molto fredda arriva sulla cima delle montagne: essendo molto fredda, viene spinta verso il basso, e scende lungo la pendenza della montagna causando quello che si chiama vento catabatico. È stato questo tipo di vento che ha fatto accumulare la neve sul lastrone, e lo ha reso instabile.
Ma cosa ha favorito lo scivolamento notturno del lastrone, ovvero la valanga?
Il fatto che la neve sottostante non fosse omogenea, perché formatasi sotto diverse condizioni meteorologiche. Circa mezzo metro sotto la superficie della neve, c’era quello che si chiama “lastrone debole”: questo tipo di lastrone si forma quando la parte sottostante è più calda di quella soprastante: il risultato sono dei cristalli nevosi che hanno una coesione assai bassa. Non si cementano insieme. C’era anche un altro dettaglio che il gruppo di escursionisti non poteva notare e che, a nostro avviso, si rivelò fatale…
Quale?
La topografia nascosta dalla neve. Il lastrone debole che ho appena descritto non aveva l’inclinazione della superficie nevosa, ma seguiva l’inclinazione del suolo, che era piuttosto irregolare e aveva una sorta di forma “a scale”. Immagini una scalinata: se nevica molto, la neve la ricoprirà nascondendo gli scalini e facendola sembrare una superficie più uniforme. In quel caso l’effetto è stato che mentre la pendenza della superficie innevata era di 23 gradi – ovvero una pendenza che sembrava troppo lieve per una valanga - in realtà quella del terreno sottostante era di 28 gradi. Ma gli escursionisti non potevano sapere di questo lastrone “debole” e con pendenza maggiore di quanto si potesse pensare. Il nostro modello fisico che riproduce il comportamento della neve mostra la possibilità di una valanga in un periodo tra 9 e 13 ore successivo a posizionamento della tenda, e con venti tra 2 e 12 metri al secondo come quelli che, secondo i bollettini meteo, soffiavano quella notte.
D’accordo, ma nell’ipotesi della valanga come si spiegano le ferite alla gabbia toracica e al cranio di alcune delle vittime?
Le vittime del Passo di Djatlov non sono le classiche vittime di una valanga, è vero: la maggior parte delle vittime di valanghe muore perché non riesce più a respirare. Ma bisogna anche ricordare che tipicamente le vittime di valanghe non vengono spinte dalla neve contro un ostacolo rigido. Nel caso di Djatlov, gli escursionisti stavano dormendo su una piattaforma rigida formata da neve compattata sulla quale, per avere una superficie ancora più rigida, avevano incrociato i loro sci. Quando si è verificata la valanga, una parte degli escursionisti sono rimasti schiacciati tra la neve e la superficie rigida formata dagli sci. È questo impatto che, a nostro avviso, ha rotto le costole ad alcuni di loro. Nello studio abbiamo anche consultato i dati di un esperimento fatto negli anni ’70 dalla General Motors, dove furono presi 100 cadaveri e li sì colpì con oggetti di diversa massa lanciati a diverse velocità. Anche quei dati suffragano la nostra idea della valanga.
Ma voi come spiegate il fatto che i corpi siano stati trovati lontano dalla tenda, invece di rimanere sepolti nella neve?
Fino ad ora ho riportato ipotesi suffragate dalla scienza e dal nostro modello fisico della neve. Per rispondere a questa domanda, invece, dovrò affidarmi alla logica e lanciarmi in ipotesi e speculazioni, per mancanza di evidenze scientifiche dirette. Dunque: la tenda era lunga. Una parte degli escursionisti non è stata schiacciata dalla valanga contro gli sci. Sono riusciti a uscire dalla tenda, tagliandola dal di dentro, e hanno tirato fuori dalla tenda i loro compagni feriti. A quel punto era buio e tirava un vento gelido. I superstiti hanno deciso di dirigersi verso un luogo più protetto. Il bosco un chilometro più a sud, dove avevano lasciato, durante la giornata, del cibo e dei vestiti appesi agli alberi (perché non venissero sottratti dagli animali). Sono arrivati nel bosco, hanno spezzato alcuni rami per creare una piccola piattaforma e hanno piazzato lì i loro amici feriti. Poi hanno deciso di tornare verso la tenda per prendere il cibo e i vestiti rimasti lì. Ma sulla strada del ritorno alla tenda sono morti per il gelo. Questo è ciò che ipotizziamo.
Perché fino ad oggi l’ipotesi della valanga non è stata mai considerata quella definitiva?
Non è un’ipotesi nuova: sono circa 60 anni che circola. A penalizzarla sono state obiezioni scientifiche, come la pendenza in apparenza troppo scarsa per provocare valanghe, che nel nostro studio cerchiamo di confutare. Ma sono state anche ragioni di opportunità. I parenti delle vittime si sono sempre opposti a quest’idea, perché temevano che mettesse in cattiva luce le vittime. Facendole apparire come inesperte, superficiali, avventate. In realtà, come suggeriamo con il nostro studio, le vittime non hanno commesso errori: con le informazioni – incomplete - che avevano, hanno fatto ciò che anche i più esperti avrebbero fatto. E anzi, il fatto che una parte di loro si sia sacrificata per cercare di soccorrere i loro amici feriti rende il loro comportamento ammirevole. E non sconsiderato.