Anatomia di un urlo
di Anna Lisa Bonfranceschi , di Anna Lisa BonfranceschiGridando possiamo veicolare diverse emozioni, ma alcune sono percepite dal nostro cervello più facilmente di altre, sostiene uno studio su Plos One. Vediamo perché
Quante cose possiamo intuire da un urlo? Tante, tantissime. Possiamo percepire paura, così come gioia, o rabbia. Che le urla possano avere un significato diverso a seconda della situazione e del contesto è abbastanza ovvio. Ma su come il nostro cervello riesca a percepire queste differenze tra un urlo e l'altro non è chiaro. Qualcosa in più in materia aggiunge oggi uno studio pubblicato su Plos One che ha analizzato proprio la percezione di urla di diversa natura. Scoprendo che, racconta il team di ricercatori guidati aa Sascha Frühholz della University of Zurich, il nostro cervello è particolarmente pronto a rispondere quando si tratta di urla con connotati positivi. Un dato in qualche modo sorprendente: perché? Cosa potrebbe mai significare?
Premessa. Le urla non sono certo una prerogativa umana, né tanto meno dei primati. Come strumento di comunicazione sono piuttosto diffuse nel regno animale, dove in genere svolgono…
Premessa. Le urla non sono certo una prerogativa umana, né tanto meno dei primati. Come strumento di comunicazione sono piuttosto diffuse nel regno animale, dove in genere svolgono…
Quante cose possiamo intuire da un urlo? Tante, tantissime. Possiamo percepire paura, così come gioia, o rabbia. Che le urla possano avere un significato diverso a seconda della situazione e del contesto è abbastanza ovvio. Ma su come il nostro cervello riesca a percepire queste differenze tra un urlo e l'altro non è chiaro. Qualcosa in più in materia aggiunge oggi uno studio pubblicato su Plos One che ha analizzato proprio la percezione di urla di diversa natura. Scoprendo che, racconta il team di ricercatori guidati aa Sascha Frühholz della University of Zurich, il nostro cervello è particolarmente pronto a rispondere quando si tratta di urla con connotati positivi. Un dato in qualche modo sorprendente: perché? Cosa potrebbe mai significare?
Premessa. Le urla non sono certo una prerogativa umana, né tanto meno dei primati. Come strumento di comunicazione sono piuttosto diffuse nel regno animale, dove in genere svolgono un ruolo come segnale d'allarme o pericolo, per esempio segnalando la presenza di una minaccia o fungendo da richiamo per ricevere sostegno in alcune situazioni, ricordano gli autori nel loro paper. Di fatto quindi assolvono a una funzione comunicativa, spesso associata a situazioni di pericolo ma non sempre. Basta osservare la nostra specie: possiamo gridare nelle situazioni più disparate, di gioia così come di paura o dolore. L'idea che spesso, come nel regno animale, le grida potessero funzionare come segnale d'allarme fa presupporre che la loro percezione e interpretazione debba essere piuttosto veloce da parte dii chi può ascoltare e percepire quel messaggio, vanno avanti gli esperti. È davvero così? Ma soprattutto cambia qualcosa nel nostro modo di percepire questi segnali nel momento in cui non segnalano un pericolo, una situazione di allarme, ma magari solo gioia?
Per ampliare quanto noto in materia – poco, precisano gli scienziati – i ricercatori hanno condotto diversi esperimenti, analizzando nel dettaglio i diversi tipi di urlo, tenendo conto sia delle loro caratteristiche acustiche che delle loro connotazioni emotive, quando emesse e quando ascoltate. Partendo dal presupposto che nell'essere umano le urla possono comunicare stati diversi, gli scienziati hanno chiesto a un gruppo di persone di mimare queste espressioni (come piacere, tristezza, gioia, dolore, rabbia e paura), suggerendo dei possibili contesti in cui questi venissero emessi (la vittoria della propria quadra del cuore o l'attacco al buio di qualcuno armato, per esempio). I ricercatori hanno quindi analizzato la loro percezione da parte di altri gruppi di persone, chiamate a esprimersi sul grado o meno di allarme associato alle diverse urla e coinvolte in esperimenti di risonanza magnetica funzionale, in cui le risposte neurali alle urla venivano monitorate .
L'analisi dei risultati provenienti dai diversi esperimenti ha mostrato che effettivamente le urla umane possono veicolare informazioni diverse e che in generale si può distinguere tra urla che generano allarme o no, anche con connotazioni positive scrivono i ricercatori. Fin qua poco di nuovo probabilmente. L'aspetto più interessante emerso dallo studio infatti è un altro: a quanto pare, e diversamente dalle attese, le risposte agli stimoli percepiti come non allarmanti (come gioia, tristezza e piacere) erano più veloci e percepite con più accuratezza, e generavano risposte neurali più articolate. Perché? Il motivo andrebbe ricercato nella nostra socialità, si legge nel paper: “Le urla non allarmanti con connotazioni positive potrebbero essere più rilevanti negli ambienti sociali e nelle interazioni tra esseri umani, e potrebbero anche essere più comuni nella vita di tutti i giorni – si legge nel paper – Per questo la classificazione e la discriminazione di urla non allarmanti e positive (da parte di chi ascolta, ndr) potrebbe così aver avuto priorità per gli esseri umani e aiutare a spiegare la loro migliore efficienza di interpretazione”.
Premessa. Le urla non sono certo una prerogativa umana, né tanto meno dei primati. Come strumento di comunicazione sono piuttosto diffuse nel regno animale, dove in genere svolgono un ruolo come segnale d'allarme o pericolo, per esempio segnalando la presenza di una minaccia o fungendo da richiamo per ricevere sostegno in alcune situazioni, ricordano gli autori nel loro paper. Di fatto quindi assolvono a una funzione comunicativa, spesso associata a situazioni di pericolo ma non sempre. Basta osservare la nostra specie: possiamo gridare nelle situazioni più disparate, di gioia così come di paura o dolore. L'idea che spesso, come nel regno animale, le grida potessero funzionare come segnale d'allarme fa presupporre che la loro percezione e interpretazione debba essere piuttosto veloce da parte dii chi può ascoltare e percepire quel messaggio, vanno avanti gli esperti. È davvero così? Ma soprattutto cambia qualcosa nel nostro modo di percepire questi segnali nel momento in cui non segnalano un pericolo, una situazione di allarme, ma magari solo gioia?
Per ampliare quanto noto in materia – poco, precisano gli scienziati – i ricercatori hanno condotto diversi esperimenti, analizzando nel dettaglio i diversi tipi di urlo, tenendo conto sia delle loro caratteristiche acustiche che delle loro connotazioni emotive, quando emesse e quando ascoltate. Partendo dal presupposto che nell'essere umano le urla possono comunicare stati diversi, gli scienziati hanno chiesto a un gruppo di persone di mimare queste espressioni (come piacere, tristezza, gioia, dolore, rabbia e paura), suggerendo dei possibili contesti in cui questi venissero emessi (la vittoria della propria quadra del cuore o l'attacco al buio di qualcuno armato, per esempio). I ricercatori hanno quindi analizzato la loro percezione da parte di altri gruppi di persone, chiamate a esprimersi sul grado o meno di allarme associato alle diverse urla e coinvolte in esperimenti di risonanza magnetica funzionale, in cui le risposte neurali alle urla venivano monitorate .
L'analisi dei risultati provenienti dai diversi esperimenti ha mostrato che effettivamente le urla umane possono veicolare informazioni diverse e che in generale si può distinguere tra urla che generano allarme o no, anche con connotazioni positive scrivono i ricercatori. Fin qua poco di nuovo probabilmente. L'aspetto più interessante emerso dallo studio infatti è un altro: a quanto pare, e diversamente dalle attese, le risposte agli stimoli percepiti come non allarmanti (come gioia, tristezza e piacere) erano più veloci e percepite con più accuratezza, e generavano risposte neurali più articolate. Perché? Il motivo andrebbe ricercato nella nostra socialità, si legge nel paper: “Le urla non allarmanti con connotazioni positive potrebbero essere più rilevanti negli ambienti sociali e nelle interazioni tra esseri umani, e potrebbero anche essere più comuni nella vita di tutti i giorni – si legge nel paper – Per questo la classificazione e la discriminazione di urla non allarmanti e positive (da parte di chi ascolta, ndr) potrebbe così aver avuto priorità per gli esseri umani e aiutare a spiegare la loro migliore efficienza di interpretazione”.