"Microbi, perché è importante imparare a conoscerli"
di Simone Valesini , di Simone ValesiniStiamo decimando le specie animali e vegetali del pianeta, ma nessuno sa cosa stia accadendo a quelle di batteri, funghi e virus. Secondo David Thaler, dell’Università di Basilea, è fondamentale iniziare a cercare una risposta
La biodiversità del pianeta è in calo. O meglio, in caduta libera: si stima che oggi oltre un milione di specie animali e vegetali siano a rischio di estinzione, e la velocità con cui le specie stanno sparendo dal pianeta a causa delle attività umane è stata paragonata dagli esperti a quella che si è vista durante le grandi estinzioni di massa del passato, come quella che ha visto sparire i dinosauri. Ma se in questo caso il problema è noto, ed esistono programmi di monitoraggio e di conservazione che tentano di arginarlo, spostando l’attenzione dal mondo visibile a quello invisibile di batteri, funghi e virus, ci troviamo di colpo nel buio più totale. Nessuno infatti può dire cosa stia accadendo alla biodiversità microbica del nostro pianeta. È in aumento, stabile, o recede come per animali e piante? Impossibile da dire, almeno per ora, e questo – spiega in un recente studio il biologo David Thal…
La biodiversità del pianeta è in calo. O meglio, in caduta libera: si stima che oggi oltre un milione di specie animali e vegetali siano a rischio di estinzione, e la velocità con cui le specie stanno sparendo dal pianeta a causa delle attività umane è stata paragonata dagli esperti a quella che si è vista durante le grandi estinzioni di massa del passato, come quella che ha visto sparire i dinosauri. Ma se in questo caso il problema è noto, ed esistono programmi di monitoraggio e di conservazione che tentano di arginarlo, spostando l’attenzione dal mondo visibile a quello invisibile di batteri, funghi e virus, ci troviamo di colpo nel buio più totale. Nessuno infatti può dire cosa stia accadendo alla biodiversità microbica del nostro pianeta. È in aumento, stabile, o recede come per animali e piante? Impossibile da dire, almeno per ora, e questo – spiega in un recente studio il biologo David Thaler dell’Università di Basilea – è quasi uno “scandalo” per la scienza, vista l’importanza che i microorganismi rivestono per la buona salute della biosfera terrestre, e non solo: anche per quella della nostra specie, come Covid 19 ha dimostrato nell’ultimo anno.
Il paper di Thaler, pubblicato sulla rivista Frontiers in Ecology and Evolution, non fa che tematizzare un campo di ricerca che al momento resta del tutto inesplorato. “Molti articoli scientifici ci raccontano nuovi fatti – spiega lo stesso autore – il mio è un tipo di paper diverso; non risponde a nulla, ma pone una nuova domanda”. Quale? È semplice: come possiamo studiare i trend di crescita e decrescita della biodiversità microbica della nostra Terra? Una domanda importante, vista la loro diffusione e preponderanza in tutti gli ecosistemi del pianeta: dai mari e gli oceani, dove rappresentano il 90% della biomassa totale (cioè del peso totale delle creature viventi che vi abitano), agli ambienti estremi come vulcani o geyser sottomarini, fino ad arrivare ai nostri stessi corpi, in cui la percentuale di batteri, simbiotici e non, è pressoché uguale a quella delle cellule del nostro organismo.
Si trovano ovunque, e fanno di tutto: sono fonte di cibo per piante e animali, purificano acque e nutrienti, decompongono i rifiuti. E ovviamente rappresentano anche un pericolo: infettano le specie animali, producono nuove malattie e possono dare il via a terribili pandemie globali come quella che stiamo affrontando in questi mesi. Ma nonostante i grandi rischi e i grandi benefici che rappresentano per la nostra vita, attualmente non abbiamo alcuna idea di quante e quali specie abitino la Terra. E senza questa informazione è impossibile stabilire se le comunità di microorganismi del pianeta sia in crescita o in calo. Si tratta inoltre di organismi che evolvono a velocità molto superiore a quella a cui siamo abituati nel mondo macroscopico, e con modalità molto differenti. Ogni volta che sparisce una specie animale, ad esempio, spariscono con lei tutti i batteri, virus e funghi che si sono adattati per vivere nei suoi esemplari. Ma al contempo, nuove specie di batteri o funghi appaiono di continuo, con una velocità tale che alcuni esperti ritengono impossibile campionare il numero di specie presenti sul pianeta, perché ne apparirebbero di nuove più velocemente di quanto impieghiamo a identificarle.
Come fare dunque? Thaler per ora non ha una risposta, ma ritiene che tematizzare il problema sia il primo passo verso la sua soluzione, anche se probabilmente serviranno decenni (forse secoli) per riuscirci. “Linneo ha iniziato il suo Sistema Naturae nel 1735, e a quasi tre secoli di distanza non abbiamo ancora una lista completa delle piante e degli animali che ha iniziato a catalogare”, spiega Jesse Ausubel, direttore del Program for the Human Environment della Rockefeller University, che ha sponsorizzato il lavoro di Thaler. “Non sarà certo facile fare qualcosa di simile con i microorganismi del pianeta, che sono probabilmente mille volte più delle specie animali e vegetali, per poi misurare in che modo stiano cambiando”. Nonostante le difficoltà, Thaler e Ausubel ritengono che si tratti di un’impresa importante, da iniziare al più presto. “Non esiste ancora alcuna agenzia che monitori lo stato del mondo microbico, nessun Wwf o Nature Conservancy dedicato ai microorganismi”, conclude Ausubel. “Forse presto ce ne renderemo conto e tenteremo di porre rimedio a questa dimenticanza, mostrando il giusto rispetto anche per la conservazione e lo studio della biodiversità che esiste nel mondo dei microbi”.
Il paper di Thaler, pubblicato sulla rivista Frontiers in Ecology and Evolution, non fa che tematizzare un campo di ricerca che al momento resta del tutto inesplorato. “Molti articoli scientifici ci raccontano nuovi fatti – spiega lo stesso autore – il mio è un tipo di paper diverso; non risponde a nulla, ma pone una nuova domanda”. Quale? È semplice: come possiamo studiare i trend di crescita e decrescita della biodiversità microbica della nostra Terra? Una domanda importante, vista la loro diffusione e preponderanza in tutti gli ecosistemi del pianeta: dai mari e gli oceani, dove rappresentano il 90% della biomassa totale (cioè del peso totale delle creature viventi che vi abitano), agli ambienti estremi come vulcani o geyser sottomarini, fino ad arrivare ai nostri stessi corpi, in cui la percentuale di batteri, simbiotici e non, è pressoché uguale a quella delle cellule del nostro organismo.
Si trovano ovunque, e fanno di tutto: sono fonte di cibo per piante e animali, purificano acque e nutrienti, decompongono i rifiuti. E ovviamente rappresentano anche un pericolo: infettano le specie animali, producono nuove malattie e possono dare il via a terribili pandemie globali come quella che stiamo affrontando in questi mesi. Ma nonostante i grandi rischi e i grandi benefici che rappresentano per la nostra vita, attualmente non abbiamo alcuna idea di quante e quali specie abitino la Terra. E senza questa informazione è impossibile stabilire se le comunità di microorganismi del pianeta sia in crescita o in calo. Si tratta inoltre di organismi che evolvono a velocità molto superiore a quella a cui siamo abituati nel mondo macroscopico, e con modalità molto differenti. Ogni volta che sparisce una specie animale, ad esempio, spariscono con lei tutti i batteri, virus e funghi che si sono adattati per vivere nei suoi esemplari. Ma al contempo, nuove specie di batteri o funghi appaiono di continuo, con una velocità tale che alcuni esperti ritengono impossibile campionare il numero di specie presenti sul pianeta, perché ne apparirebbero di nuove più velocemente di quanto impieghiamo a identificarle.
Come fare dunque? Thaler per ora non ha una risposta, ma ritiene che tematizzare il problema sia il primo passo verso la sua soluzione, anche se probabilmente serviranno decenni (forse secoli) per riuscirci. “Linneo ha iniziato il suo Sistema Naturae nel 1735, e a quasi tre secoli di distanza non abbiamo ancora una lista completa delle piante e degli animali che ha iniziato a catalogare”, spiega Jesse Ausubel, direttore del Program for the Human Environment della Rockefeller University, che ha sponsorizzato il lavoro di Thaler. “Non sarà certo facile fare qualcosa di simile con i microorganismi del pianeta, che sono probabilmente mille volte più delle specie animali e vegetali, per poi misurare in che modo stiano cambiando”. Nonostante le difficoltà, Thaler e Ausubel ritengono che si tratti di un’impresa importante, da iniziare al più presto. “Non esiste ancora alcuna agenzia che monitori lo stato del mondo microbico, nessun Wwf o Nature Conservancy dedicato ai microorganismi”, conclude Ausubel. “Forse presto ce ne renderemo conto e tenteremo di porre rimedio a questa dimenticanza, mostrando il giusto rispetto anche per la conservazione e lo studio della biodiversità che esiste nel mondo dei microbi”.