Il paradosso del preside pensionato
ancora in carica solo grazie al Tar
Due casi simili alla Sapienza: il capo di Scienze Politiche si rifiuta di lasciare nonostante quattro dipartimenti gli chiedono un passo indietro. Ma dalla sua ha una sentenza del tribunale. E a Giurisprudenza situazione simile, in cui non mancano gli scontenti di ELENA DUSI
ROMA - Il preside ormai si riunisce da solo. Il professor Gianluigi Rossi, che secondo la legge è in pensione ma secondo il Tar è in funzione, si trova in mezzo a un ginepraio di norme che contemporaneamente gli assicurano e gli negano la qualifica di preside della facoltà di Scienze politiche, sociali e della comunicazione della Sapienza di Roma.
Il risultato: quattro dipartimenti su cinque (il quinto è quello in cui insegna) gli hanno chiesto di fare un passo indietro per uscire dall'impasse. Lui non si dimette, anzi: sventola una sentenza favorevole del Tribunale amministrativo regionale. Il consiglio di facoltà di settembre è stato cancellato e quello di ottobre nemmeno convocato. Così l'ultima riunione risale al 14 luglio e nessuno decide nulla in nome dei circa diecimila studenti che si ritrovano a studiare in un castello kafkiano.
Per dipanare il groviglio della facoltà romana, bisogna partire dalla riforma Gelmini (la legg…
Il risultato: quattro dipartimenti su cinque (il quinto è quello in cui insegna) gli hanno chiesto di fare un passo indietro per uscire dall'impasse. Lui non si dimette, anzi: sventola una sentenza favorevole del Tribunale amministrativo regionale. Il consiglio di facoltà di settembre è stato cancellato e quello di ottobre nemmeno convocato. Così l'ultima riunione risale al 14 luglio e nessuno decide nulla in nome dei circa diecimila studenti che si ritrovano a studiare in un castello kafkiano.
Per dipanare il groviglio della facoltà romana, bisogna partire dalla riforma Gelmini (la legg…
ROMA - Il preside ormai si riunisce da solo. Il professor Gianluigi Rossi, che secondo la legge è in pensione ma secondo il Tar è in funzione, si trova in mezzo a un ginepraio di norme che contemporaneamente gli assicurano e gli negano la qualifica di preside della facoltà di Scienze politiche, sociali e della comunicazione della Sapienza di Roma.
Il risultato: quattro dipartimenti su cinque (il quinto è quello in cui insegna) gli hanno chiesto di fare un passo indietro per uscire dall'impasse. Lui non si dimette, anzi: sventola una sentenza favorevole del Tribunale amministrativo regionale. Il consiglio di facoltà di settembre è stato cancellato e quello di ottobre nemmeno convocato. Così l'ultima riunione risale al 14 luglio e nessuno decide nulla in nome dei circa diecimila studenti che si ritrovano a studiare in un castello kafkiano.
Per dipanare il groviglio della facoltà romana, bisogna partire dalla riforma Gelmini (la legge 240 del 2010), che manda in pensione i professori universitari a 70 anni, senza la possibilità di una proroga di due anni con la qualifica di fuori ruolo. Rossi, che è stato nominato preside il 26 ottobre 2010, è andato in pensione il primo novembre 2011.
In vista dell'età della pensione il rettore, anziché investirlo come sarebbe normale per tre anni, gli aveva conferito un mandato per un anno solo. La decisione però è apparsa ben strana al Tribunale amministrativo del Lazio, che su ricorso di Rossi le ha dato un colpo d'accetta con una sentenza il 27 luglio.
Il paradosso è che il groviglio perfetto di Scienze politiche, sociali e della comunicazione ha contagiato anche la vicina Giurisprudenza, un colosso da ventimila studenti. Anche qui il preside Mario Caravale, coetaneo di Rossi, è andato in pensione dopo due soli anni di mandato. Ma senza fare troppo clamore né adire le vie legali, ha semplicemente comunicato ai suoi colleghi la sua intenzione di proseguire nell'incarico di preside pensionato. "Nessuno ha sollevato difficoltà e il consiglio di facoltà si sta riunendo regolarmente. Noi non siamo una facoltà litigiosa" rimarca Carlo Angelici, che l'incarico di preside l'aveva ricoperto prima di Caravale.
Ma in una situazione così paradossale, e con gli ingressi delle nuove generazioni di docenti ridotte al lumicino dalla legge Gelmini, la tenacia di Rossi provoca più di un malumore. "E' assurdo - commenta Paolo Simoncelli, docente di storia moderna - che una facoltà resti bloccata per una vicenda di tipo personale".
Francesca Romana Ferracini, rappresentante degli studenti in giunta e in consiglio di facoltà, ricorda che "l'anno scorso abbiamo anche dovuto sostenere l'accorpamento di tre facoltà in una: Scienze politiche, Sociologia e Scienze della comunicazione, e i problemi per noi studenti non sono mancati". Per Augusto Sinagra, professore di Diritto internazionale, siamo di fronte a "uno dei tanti problemi creati dalla riforma Gelmini, che strangola le università pubbliche con l'effetto di favorire quelle libere riconosciute". Ovvero le private.
Ricorda tra l'altro Simoncelli che "a Roma le facoltà pubbliche di Scienze politiche sono ormai in minoranza rispetto a quelle private e telematiche. E proprio nel dipartimento di Rossi si concentrano i professori che insegnano sia nelle prime che nelle seconde. Un comportamento assai poco corretto dal punto di vista deontologico".
Il risultato: quattro dipartimenti su cinque (il quinto è quello in cui insegna) gli hanno chiesto di fare un passo indietro per uscire dall'impasse. Lui non si dimette, anzi: sventola una sentenza favorevole del Tribunale amministrativo regionale. Il consiglio di facoltà di settembre è stato cancellato e quello di ottobre nemmeno convocato. Così l'ultima riunione risale al 14 luglio e nessuno decide nulla in nome dei circa diecimila studenti che si ritrovano a studiare in un castello kafkiano.
Per dipanare il groviglio della facoltà romana, bisogna partire dalla riforma Gelmini (la legge 240 del 2010), che manda in pensione i professori universitari a 70 anni, senza la possibilità di una proroga di due anni con la qualifica di fuori ruolo. Rossi, che è stato nominato preside il 26 ottobre 2010, è andato in pensione il primo novembre 2011.
In vista dell'età della pensione il rettore, anziché investirlo come sarebbe normale per tre anni, gli aveva conferito un mandato per un anno solo. La decisione però è apparsa ben strana al Tribunale amministrativo del Lazio, che su ricorso di Rossi le ha dato un colpo d'accetta con una sentenza il 27 luglio.
Il paradosso è che il groviglio perfetto di Scienze politiche, sociali e della comunicazione ha contagiato anche la vicina Giurisprudenza, un colosso da ventimila studenti. Anche qui il preside Mario Caravale, coetaneo di Rossi, è andato in pensione dopo due soli anni di mandato. Ma senza fare troppo clamore né adire le vie legali, ha semplicemente comunicato ai suoi colleghi la sua intenzione di proseguire nell'incarico di preside pensionato. "Nessuno ha sollevato difficoltà e il consiglio di facoltà si sta riunendo regolarmente. Noi non siamo una facoltà litigiosa" rimarca Carlo Angelici, che l'incarico di preside l'aveva ricoperto prima di Caravale.
Ma in una situazione così paradossale, e con gli ingressi delle nuove generazioni di docenti ridotte al lumicino dalla legge Gelmini, la tenacia di Rossi provoca più di un malumore. "E' assurdo - commenta Paolo Simoncelli, docente di storia moderna - che una facoltà resti bloccata per una vicenda di tipo personale".
Francesca Romana Ferracini, rappresentante degli studenti in giunta e in consiglio di facoltà, ricorda che "l'anno scorso abbiamo anche dovuto sostenere l'accorpamento di tre facoltà in una: Scienze politiche, Sociologia e Scienze della comunicazione, e i problemi per noi studenti non sono mancati". Per Augusto Sinagra, professore di Diritto internazionale, siamo di fronte a "uno dei tanti problemi creati dalla riforma Gelmini, che strangola le università pubbliche con l'effetto di favorire quelle libere riconosciute". Ovvero le private.
Ricorda tra l'altro Simoncelli che "a Roma le facoltà pubbliche di Scienze politiche sono ormai in minoranza rispetto a quelle private e telematiche. E proprio nel dipartimento di Rossi si concentrano i professori che insegnano sia nelle prime che nelle seconde. Un comportamento assai poco corretto dal punto di vista deontologico".