SI E' DA POCO CONCLUSA, da Einaudi, grazie alla cura e alle integrazioni di Gianluca Garelli, la traduzione dei quattro volumi della Nuova storia della filosofia occidentale di Anthony Kenny. Che cosa può spingere una persona sana di mente e verosimilmente non bisognosa di denaro (è un baronetto) a impegnarsi a scrivere 1600 pagine su ventisei secoli per raccontare una epopea controversa, che ha inizio sulle coste della Turchia e si conclude (per il momento) con la globalizzazione? Di certo, e lasciando da parte gli errori o le asserzioni controverse, inevitabili in una trattazione così estesa, l'idea di scrivere da soli una storia della filosofia è qualcosa di molto diverso dallo scrivere una monografia su un filosofo o un periodo, attività che è generalmente segno di encomiabile prudenza. È il progetto, intrinsecamente venato di megalomania, di trovare un filo conduttore che da Talete porti a Zizek, cimentandosi in un genere narrativo unico al mondo per almeno quattro motivi.
Il primo è l'eterogeneità degli oggetti. Una storia della letteratura italiana (oggetto teoricamente importante) comprende, del tutto ovviamente, gli autori che hanno scritto in italiano. Una storia della fisica (oggetto teoricamente meno importante, perché si può fare fisica senza conoscerne la storia, ma solo lo stato attuale che la ricapitola) contiene le teorie sulla natura. Una storia dell'aritmetica tutte le teorie sui numeri. Ma una storia della filosofia contiene autori compresi in tutte e tre queste storie, oltre che in molte altre, e manifesta la perversa tendenza a privilegiare coloro che hanno sviluppato teorie sbagliate: è altamente probabile che se la teoria dei vortici di Descartes si fosse rivelata vera, e la teoria della gravitazione universale di Newton fosse stata falsa, si parlerebbe molto meno del cogito, e Descartes lo si insegnerebbe nell'ora di scienze.
Il secondo è il ruolo canonizzante rivestito dalla narrazione, che rimedia alla eterogeneità degli oggetti e dei problemi. L'identità della filosofia viene da una genealogia, cioè, scriveva Rorty, da un racconto che parla di papà Parmenide, del probo zio Kant, e da Derrida, il fratello cattivo. Non uno di questi autori (e dei moltissimi altri membri della famiglia) ha condiviso interamente oggetti, concetti e metodi dei suoi predecessori. Questa eterogeneità spiega alcune strategie correnti nelle dispute tra filosofi. Invece di dimostrare che un argomento è sbagliato (cosa possibile solo in ambiti molto circoscritti) si dice che l'interlocutore non fa filosofia, ma qualcos'altro: letteratura, sociologia, politica, teologia. O che si merita uno spazio minimo nel romanzo, come quando Jaspers scrive di Rickert che sarebbe stato una nota a piè di pagina di Weber. O che è un personaggio mal caratterizzato, come suggerisce il "forse geniale" con cui Lukács definì un filosofo, Emil Lask, che ebbe il torto di andare in guerra e di morirci prima di scrivere un sistema.
Il terzo è il ruolo propriamente filosofico rivestito dal racconto, che è capace di attualizzare dottrine remotissime, basti pensare che si discute ancora, in piena serietà, delle teorie di Platone e di Aristotele. In effetti, nella storia della filosofia si trovano quasi tutte le risposte agli attuali problemi della filosofia, ed è da questo punto di vista estremamente significativo che proprio un rappresentante della tradizione filosofica inglese, legata alla filosofia analitica, ossia a un metodo che mette in primo piano l'analisi concettuale, proponga una storia della filosofia, per quanto molto attenta ai concetti. Il problema, ovviamente, è che nella storia della filosofia non ci sono solo tutte le risposte giuste, ma anche tutte le risposte sbagliate, perché non c'è teoria assurda o insensata che non sia stata sostenuta da un filosofo, magari illustre. Già Bacone si era lamentato di questa circostanza: sugli scaffali si affastellano migliaia di libri pieni di dottrine in gran parte oscure o erronee. Bisognerebbe scrivere un libro che risparmi la lettura di tutte le credenze false o approssimative e trasmetta solo le dottrine vere. Questo proposito non gli impedì di accumulare a sua volta errori o assurdità puntigliosamente enumerati da Joseph de Maistre nell'Esame della filosofia di Bacone - concludendo che il Lord Cancelliere scriveva per abitudine meccanica e per esercitare le dita.
Ultimo punto, ma non meno importante, il racconto della filosofia non è una pacifica successione di patriarchi biblici (Abraham genuit Isaac, Isaac autem genuit Iacob...), bensì un movimentato romanzo di famiglia. Con colpi di scena e dispute infinite sulle eredità, buoni e cattivi, avventurieri, furfanti, santi (letteralmente). Per via di queste caratteristiche, ridurre i filosofi alle loro teorie è far loro un grave torto, soprattutto se si considera che ci sono filosofi, come Agostino, Rousseau o Nietzsche, i cui libri più belli sono le autobiografie. Ma anche in filosofi la cui vita è di gran lunga meno romantica e romanzesca (difficile trovare il patetico in Meinong, al massimo ci colpisce la sua semi-cecità, così come ci sorprende l'epilessia nel pacatissimo e laborioso Helmholtz) resta che il loro pensiero trova le proprie motivazioni di fondo nel confronto con il racconto famigliare che li ha preceduti.
Attenzione! Non sto dicendo che questo romanzo sia un racconto di invenzione, visto che i suoi personaggi non sono, generalmente, entità fittizie, sebbene possano crearne, come nel caso di "Kripkenstein", nome con cui si designa la personalissima lettura di Wittgenstein data da Samuel Kripke. Sto dicendo che sono proprio i personaggi e le loro dispute a fare emergere gli oggetti della filosofia, come aveva visto molto bene Aristotele, che per introdurre un tema problematico come la filosofia prima (quella che molto più tardi sarà chiamata "metafisica") inizia esponendo le dottrine dei suoi predecessori. Quanto dire che l'oggetto di cui sta trattando è ciò di cui hanno parlato Anassimene, Eraclito, Democrito... Senza quei personaggi la trama sarebbe stata diversa, o non ci sarebbe stata. La controprova può venirci da un possibile esperimento mentale: quanto cambierebbe l'oggetto della filosofia se si seguisse una strategia oulipiana, per esempio scrivendo una storia selettiva in cui sono riportati solo i filosofi che incominciano per A (Aristotele, Anselmo, Adorno...) o per Z (più difficile ma anche possibile: Zenone, Zabarella, Zermelo...) o per H (facilissimo)?
Il primo è l'eterogeneità degli oggetti. Una storia della letteratura italiana (oggetto teoricamente importante) comprende, del tutto ovviamente, gli autori che hanno scritto in italiano. Una storia della fisica (oggetto teoricamente meno importante, perché si può fare fisica senza conoscerne la storia, ma solo lo stato attuale che la ricapitola) contiene le teorie sulla natura. Una storia dell'aritmetica tutte le teorie sui numeri. Ma una storia della filosofia contiene autori compresi in tutte e tre queste storie, oltre che in molte altre, e manifesta la perversa tendenza a privilegiare coloro che hanno sviluppato teorie sbagliate: è altamente probabile che se la teoria dei vortici di Descartes si fosse rivelata vera, e la teoria della gravitazione universale di Newton fosse stata falsa, si parlerebbe molto meno del cogito, e Descartes lo si insegnerebbe nell'ora di scienze.
Il secondo è il ruolo canonizzante rivestito dalla narrazione, che rimedia alla eterogeneità degli oggetti e dei problemi. L'identità della filosofia viene da una genealogia, cioè, scriveva Rorty, da un racconto che parla di papà Parmenide, del probo zio Kant, e da Derrida, il fratello cattivo. Non uno di questi autori (e dei moltissimi altri membri della famiglia) ha condiviso interamente oggetti, concetti e metodi dei suoi predecessori. Questa eterogeneità spiega alcune strategie correnti nelle dispute tra filosofi. Invece di dimostrare che un argomento è sbagliato (cosa possibile solo in ambiti molto circoscritti) si dice che l'interlocutore non fa filosofia, ma qualcos'altro: letteratura, sociologia, politica, teologia. O che si merita uno spazio minimo nel romanzo, come quando Jaspers scrive di Rickert che sarebbe stato una nota a piè di pagina di Weber. O che è un personaggio mal caratterizzato, come suggerisce il "forse geniale" con cui Lukács definì un filosofo, Emil Lask, che ebbe il torto di andare in guerra e di morirci prima di scrivere un sistema.
Il terzo è il ruolo propriamente filosofico rivestito dal racconto, che è capace di attualizzare dottrine remotissime, basti pensare che si discute ancora, in piena serietà, delle teorie di Platone e di Aristotele. In effetti, nella storia della filosofia si trovano quasi tutte le risposte agli attuali problemi della filosofia, ed è da questo punto di vista estremamente significativo che proprio un rappresentante della tradizione filosofica inglese, legata alla filosofia analitica, ossia a un metodo che mette in primo piano l'analisi concettuale, proponga una storia della filosofia, per quanto molto attenta ai concetti. Il problema, ovviamente, è che nella storia della filosofia non ci sono solo tutte le risposte giuste, ma anche tutte le risposte sbagliate, perché non c'è teoria assurda o insensata che non sia stata sostenuta da un filosofo, magari illustre. Già Bacone si era lamentato di questa circostanza: sugli scaffali si affastellano migliaia di libri pieni di dottrine in gran parte oscure o erronee. Bisognerebbe scrivere un libro che risparmi la lettura di tutte le credenze false o approssimative e trasmetta solo le dottrine vere. Questo proposito non gli impedì di accumulare a sua volta errori o assurdità puntigliosamente enumerati da Joseph de Maistre nell'Esame della filosofia di Bacone - concludendo che il Lord Cancelliere scriveva per abitudine meccanica e per esercitare le dita.
Ultimo punto, ma non meno importante, il racconto della filosofia non è una pacifica successione di patriarchi biblici (Abraham genuit Isaac, Isaac autem genuit Iacob...), bensì un movimentato romanzo di famiglia. Con colpi di scena e dispute infinite sulle eredità, buoni e cattivi, avventurieri, furfanti, santi (letteralmente). Per via di queste caratteristiche, ridurre i filosofi alle loro teorie è far loro un grave torto, soprattutto se si considera che ci sono filosofi, come Agostino, Rousseau o Nietzsche, i cui libri più belli sono le autobiografie. Ma anche in filosofi la cui vita è di gran lunga meno romantica e romanzesca (difficile trovare il patetico in Meinong, al massimo ci colpisce la sua semi-cecità, così come ci sorprende l'epilessia nel pacatissimo e laborioso Helmholtz) resta che il loro pensiero trova le proprie motivazioni di fondo nel confronto con il racconto famigliare che li ha preceduti.
Attenzione! Non sto dicendo che questo romanzo sia un racconto di invenzione, visto che i suoi personaggi non sono, generalmente, entità fittizie, sebbene possano crearne, come nel caso di "Kripkenstein", nome con cui si designa la personalissima lettura di Wittgenstein data da Samuel Kripke. Sto dicendo che sono proprio i personaggi e le loro dispute a fare emergere gli oggetti della filosofia, come aveva visto molto bene Aristotele, che per introdurre un tema problematico come la filosofia prima (quella che molto più tardi sarà chiamata "metafisica") inizia esponendo le dottrine dei suoi predecessori. Quanto dire che l'oggetto di cui sta trattando è ciò di cui hanno parlato Anassimene, Eraclito, Democrito... Senza quei personaggi la trama sarebbe stata diversa, o non ci sarebbe stata. La controprova può venirci da un possibile esperimento mentale: quanto cambierebbe l'oggetto della filosofia se si seguisse una strategia oulipiana, per esempio scrivendo una storia selettiva in cui sono riportati solo i filosofi che incominciano per A (Aristotele, Anselmo, Adorno...) o per Z (più difficile ma anche possibile: Zenone, Zabarella, Zermelo...) o per H (facilissimo)?