Scuola

Prof siciliana insultata a scuola da un funzionario di polizia, tutto archiviato

La storia raccontata da Repubblica.it nel novembre scorso suscitò enorme impressione e reazioni. Per ora si conclude con un nulla di fatto. Mentre a Firenze un caso analogo diviene "oltraggio a pubblico ufficiale"

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A Firenze insultare un docente è reato di "offesa a pubblico ufficiale", a Palermo rischia di finire a tarallucci e vino. Ci si può permettere insomma di offendere bellamente, e anche pubblicamente, la professoressa del figlio perché poi il giudice chiede l'archiviazione e tutto si sgonfia, compresa la dignità della docente ingiuriata davanti ad alunni, bidelli e altri colleghi. Il tutto aggravato dalla circostanza che a oltraggiare l'insegnante è stato un agente di polizia.

La storia risale a circa un anno fa. Nel novembre scorso fu raccontata sul sito di Repubblica.it - omettendo i riferimenti a nomi e luogo -  suscitando una impressione enorme, testimoniata anche dalle 30mila condivisioni dell'articolo su Facebook e dalle centinaia di messaggi arrivati per la prof. Ora vediamo come è finita, o quasi.

Protagonista e vittima di questa vicenda è M. L., professoressa di italiano in un liceo siciliano, che si trova a fronteggiare l'ira funesta dei genitori di un alunno perché si era permessa di proferire la frase: "Non è farina del tuo sacco", a proposito di un compito a casa il giorno prima. Pochi minuti dopo "l'incauta" frase rivolta allo studente, a scuola si presentano mamma e papà che vogliono conferire con la prof. Attendono qualche ora che finisca le lezioni, e parte l'attacco: "Lei si è permessa di dire a mio figlio che il compito non era farina del suo sacco", inveisce il papà. "Ma se non mi posso più permettere di dire ai miei alunni che i loro compiti, peraltro svolti a casa, non sono farina del loro sacco, io non posso in alcun modo esercitare il mio ruolo in classe", fa presente la docente. A questo punto interviene la madre che "accusa" l'insegnante "di non avere voluto interrogare come volontario il figlio per recuperare un brutto voto". Trascurando il fatto che il compito era soltanto una esercitazione che non era stata valutata a nessuno studente.

Poi volano parole grosse. La mamma imbufalita accusa la prof di "perseguitare il figlio". Il tutto, mentre alla discussione assistono attoniti altri insegnanti, gli alunni delle classi intorno, i bidelli. E anche il ragazzino. Dopo oltre venti minuti di batti e ribatti la professoressa fa presente che ha ancora un'ora di lezione da svolgere e invita i genitori a rivolgersi al dirigente scolastico. Ma il papà dell'alunno perde si lascia andare. "Lei non capisce niente, non capisce neanche l'Italiano, anche se insegna Italiano!", grida in faccia alla docente.  E, col dito indice puntato quasi dentro l'occhio della malcapitata, aggiunge: "Stia attenta, io la rovino, lei mi deve ascoltare, io sono un sottufficiale di Polizia". "Mi meraviglio  -  prova a rispondere la docente  -  lei dovrebbe rappresentare la legalità!". "Io vengo qui  -  incalza il genitore infuriato  -  quando voglio e come voglio e lei mi deve ascoltare perché è pagata per questo". E conclude: "Tanto voi non fate niente, in classe giocate!".

E viene messo alla porta da alcuni docenti e dai bidelli che decidono di porre fine alla sceneggiata. Dopo qualche tempo la docente querela i genitori. E successivamente iniziano le richieste di ritirare la denuncia. "Mi mettono a passare carte per tutta la vita", fa presente durante un incontro il papà pentito della sfuriata. L'insegnante intanto medita e propone ai genitori, in cambio del ritiro della querela, di pagare le spese dell'avvocato sostenute dalla stessa. Ma non se ne fa nulla. Il procedimento va avanti: vengono sentiti i testimoni che raccontano quanto avvenuto quel giorno e il caso viene affidato al giudice di pace di Palermo che dopo avere analizzato il caso chiede l'archiviazione. Insomma, non è accaduto nulla di penalmente rilevante.

La vicenda presenta delle analogie sorprendenti con quella accaduta in provincia di Firenze qualche tempo fa. Per una mamma, accusata di ingiuria ai danni di una docente di scuola media, insegnante di sua figlia, il giudice di pace di Cecina  -  i fatti sono avvenuti in una scuola di Rosignano Solvay  -   aveva dichiarato il non luogo a procedere. Ma in quel caso il procuratore generale di Firenze aveva presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l'episodio andava inquadrato non nel delitto di ingiuria, ma in quello di oltraggio a pubblico ufficiale, e dunque era di competenza del tribunale e non del giudice di pace.

La Cassazione accoglie il ricorso e trasmette gli atti alla Procura di Livorno. Il caso si configura come "oltraggio a pubblico ufficiale", caratterizzato dalla "offesa all'onore e al prestigio del pubblico ufficiale". Reato che si concretizza se l'offesa avviene "alla presenza di più persone", si realizza "in luogo pubblico o aperto al pubblico e in un momento nel quale il pubblico ufficiale compie un atto d'ufficio ed a causa o nell'esercizio delle sue funzioni". E la mamma toscana rischia adesso una pesante condanna.

La prof siciliana vilipesa invece per avere giustizia dovrebbe appellarsi alla decisione del giudice di Pace. Che fare: mollare tutto o andare avanti?
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