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Francesco Profumo, ex ministro dell'Istruzione, con un gruppo di alunni del quartiere Zen a Palermo 

L’ex ministro Profumo: "Scuola dimenticata dalla ripartenza, prepariamo i docenti alla sfida del futuro"

Intervista al presidente della Compagnia di San Paolo: "Quest'estate si dovranno mettere in piedi progetti non solo per la fase d'emergenza, ma anche sul lungo periodo: la didattica era da ripensare già prima, chi comincia ora le elementari sarà al lavoro nel 2040"
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Niente più scuola dalle 8 e sempre in aula, ma soprattutto "serve un progetto educativo che smetta di studiare il passato e prepari le nuove generazioni verso il futuro, quando non si potrà smettere di studiare a 18 anni e poi fare lo stesso lavoro fino alla pensione". L'ex ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, racconta in esclusiva per Repubblica la ricetta che, da presidente della Compagnia di San Paolo, sta elaborando per la scuola post-coronavirus: "Il Covid-19 ha dato una spinta enorme alla transizione digitale che negli ultimi 10 anni in Italia era stata costantemente frenata - ragiona - La chiusura della scuola di questi mesi fa male e colpisce molto. In tanti si sono accorti del valore sociale che ha sempre avuto, anche e soprattutto per le famiglie. Però non si può pensare che da settembre si torni al modello educativo precedente. Serve uno sforzo per portare la scuola italiana nel futuro".

Professore, è s…
Niente più scuola dalle 8 e sempre in aula, ma soprattutto "serve un progetto educativo che smetta di studiare il passato e prepari le nuove generazioni verso il futuro, quando non si potrà smettere di studiare a 18 anni e poi fare lo stesso lavoro fino alla pensione". L'ex ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, racconta in esclusiva per Repubblica la ricetta che, da presidente della Compagnia di San Paolo, sta elaborando per la scuola post-coronavirus: "Il Covid-19 ha dato una spinta enorme alla transizione digitale che negli ultimi 10 anni in Italia era stata costantemente frenata - ragiona - La chiusura della scuola di questi mesi fa male e colpisce molto. In tanti si sono accorti del valore sociale che ha sempre avuto, anche e soprattutto per le famiglie. Però non si può pensare che da settembre si torni al modello educativo precedente. Serve uno sforzo per portare la scuola italiana nel futuro".

Professore, è stato un errore tenere chiusa la scuola e lasciarla per ultima nella ripartenza?
"Dobbiamo partire dai numeri: gli studenti delle scuole italiane sono 8 milioni, cui si aggiungono 1 milione di docenti, centinaia di migliaia di tecnici amministrativi e 2 milioni di studenti universitari. Sono 12 milioni che se moltiplichiamo per 3, facendo una media per famiglia, arrivano a 36 milioni di persone. Non c'è una comunità più ampia in Italia. Questo vuol dire che i rischi dell'amplificazione del contagio in questa comunità sono enormi. Quindi le cautele di questi mesi vanno capite. Ciò che mi preoccupa è che non è stato utilizzato in modo efficace questo periodo per progettare un nuovo modello educativo".

L'istruzione pre-Covid19 non andava più bene?
"I bambini che hanno iniziato la scuola elementare quest'anno finiranno le medie nel 2027, le superiori nel 2032 e nel 2037 l'università. Ma perché non ci siamo chiesti di quali competenze avranno bisogno nel mondo del lavoro del decennio tra il 2030 e il 2040? So che è complicato saperlo oggi, ma un piano ventennale di innovazione della scuola non è più rimandabile perché se continuiamo a star fermi non avremo studenti formati per il presente, ma per il passato".

Perché non funziona?
"C'è sempre stata una stretta correlazione tra industria e modello educativo. Le scuole italiane sono ancora basate sulla seconda rivoluzione industriale: il parallelo tra l'aula e la fabbrica ci racconta come nella prima entrino gli studenti e nella seconda le materie prime, nella prima ci siano i docenti e nella seconda gli operai che li trasformano, nella prima il risultato è la conoscenza dei nostri ragazzi e nella seconda il prodotto finito. Nel frattempo però ci sono state altre due rivoluzioni industriali, quella dell'automazione e quella attuale dove c'è la sostituzione non dei muscoli umani con le macchine, ma addirittura delle nostre intelligenze".

Come sarà la scuola che ha in mente?
"Si dovrà avere un modello di educazione per la vita: una prima fase di formazione in cui i bambini dovranno imparare a imparare, cioè avere strumenti per apprendere le competenze necessarie per continuare ad aggiornarsi seguendo l'evoluzione tecnologica. I bambini di oggi e di domani dovranno tornare a scuola più volte nella vita perché cambieranno lavoro più volte e dovranno avere le competenze per fare questi cambiamenti. Per questo serve una scuola più agile che si sappia muovere sul fronte dell'innovazione e stimoli le creatività dei singoli, anche quando non rispondono agli standard educativi precostituiti".

E come si realizza tutto questo?
"La didattica di questi mesi di emergenza ha evidenziato alcuni aspetti. Con quella a distanza, che però ha bisogno di una connessione degna e non in tutta Italia è così, si è messo in crisi il modello di conoscenza e socializzazione, che non passa più solo dal docente agli studenti, ma anche da un trasferimento tra pari, cioè gli studenti tra loro, e dagli studenti al docente. Abbiamo scoperto che il modello della scuola aperta 200 giorni l'anno, con un orario ben definito e la campanella che suonava a ogni ora, è saltato. Le lezioni sono state svincolate e il docente che aveva ancora come riferimento il libro si sta trasformando in un direttore d'orchestra, cioè guida anche altri trasmettitori di conoscenza: pensiamo ai laboratori dove ci sono altri soggetti che trasmettono saperi ai ragazzi, ma anche ai musei dove la guida si inserisce nell'attività educativa dell'insegnante".

Però la didattica a distanza non è piaciuta. Perché?
"Ci sono molti fattori che hanno influenzato questa sfiducia. Il primo è l'infrastruttura: non tutti hanno una connessione sufficientemente robusta e chi si trovava a dover lavorare da casa era in conflitto con la necessità di permettere di seguire la didattica ai figli o lavorare lui. Poi c'è un tema culturale: siamo indietro rispetto ad altri Paesi europei nel rapporto con la tecnologia. E infine tutto quel che è successo ha alterato l'organizzazione della famiglia. Si sono create frizioni e difficoltà perché la scuola in presenza ha un ruolo di socializzazione fondamentale per i ragazzi e questo spesso si è perso. Anche perché si sono acuite le diseguaglianze".

Non governare queste trasformazioni rischia di aumentare ancora di più le diseguaglianze?
"Certo, e dobbiamo evitarlo. Non tutti hanno case sufficientemente ampie per permettere a tutti di fare lezione e lavorare. Il digital divide esiste e molte famiglie non avevano disposizione connessione e device, e su questo bisogna investire. E poi c'è la gestione della casa e dei carichi di lavoro tra mamme e papà: per questo servono spazi scolastici anche per una scuola che punti sull'innovazione. Si va verso modelli ibridi, che mischiano spazi e tempi, ma anche verso nuove modalità di socializzazione e modelli di creatività. Ci vuole un'accelerazione da parte degli investimenti del Paese sulle infrastrutture, a partire da scuole e università, ma anche fibra e 5G".

Qual è la lacuna più grande nella scuola italiana: gli spazi o la didattica?
"Sono grandi entrambe. La scuola-fabbrica andava superata già prima del coronavirus, noi ne avevamo già parlato e provato a progettarla come "centro civico" perché fosse aperta per il quartiere tutto il giorno, con bar, spazi per leggere, ma anche per fare formazione agli adulti. Con questa emergenza abbiamo scoperto che si può fare anche da casa, ma anche al parco, in un museo o un teatro. Gli spazi non sono più quelli dell'edificio scolastico, l'equazione tra lezione ed edificio scolastico è saltata. Però c'è bisogno di garantire una formazione adeguata ai docenti".

Anche loro sono stati dimenticati?
"Quello che ci siamo raccontati è un piano ventennale e ci vorrebbe un accordo di tipo politico che, indipendentemente da chi sia il presidente del Consiglio o il ministro dell'Istruzione, consenta di continuare sul percorso di innovazione del modello educativo. Questo garantirebbe di intervenire sulla formazione dei docenti: serve una valorizzazione degli insegnanti perché sono essenziali per la crescita della società".

Il piano Colao è coerente con tutto questo?
"Nel piano Colao ci sono i principi su istruzione e ricerca come fattori per lo sviluppo. Dai principi si può arrivare agli elementi di cui abbiamo parlato, ma poi è la politica che, con le sue scelte su quanto investirà per realizzare queste linee guida, darà la declinazione decisiva. La strategia per il rilancio del Paese richiede un investimento anche di fiducia perché non darà i risultati domani mattina. Servono risorse e tempo".

Tempo e risorse, due cose che la politica non ha quasi mai. Che fare?
"I vincitori del Nobel per l'Economia del 2019, Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, hanno provato a rispondere a questa domanda. Bisogna fare sperimentazioni, anche piccole, per mostrare alla politica che i progetti e le soluzioni proposte hanno efficacia. Le fondazioni bancarie come la Compagnia di San Paolo sono apripista perché sono in grado di fare cose che il soggetto pubblico ha difficoltà a realizzare, non solo per problemi di risorse ma anche di competenze. Sulla scuola proviamo a partire da quest'estate, a Torino, con il progetto "2020. Un'estate insieme", un nuovo modello per l'estate che sarà il ponte verso le lezioni di settembre: non più semplice attività ludica, ma vera educazione per riannodare i fili che si sono strappati in questi mesi. Il nostro Paese fa bei progetti, ma fatica ad attuarli. Sta a noi dimostrare che si può fare".