ROMA – Ha lasciato la Sapienza, in queste ore. Non è più rettore d'università. E non è mai diventato commissario alla Sanità della Regione Calabria. “Motivi personali e familiari”, disse il 17 novembre Eugenio Gaudio. E' la storia passata alle cronache come: “Mia moglie non vuole trasferirsi a Catanzaro”. Fu un diluvio, di critiche e ironia.
Professor Gaudio, ora che la vicenda Calabria ha trovato una soluzione, al sesto tentativo è stato nominato commissario il prefetto Guido Nicolò Longo, ci spiega che cosa è successo il 17 novembre?
“Quel giorno ho rifiutato l’offerta del presidente del Consiglio. E i motivi erano quelli spiegati allora, due: personali e familiari. I media hanno fatto emergere il secondo, un "no" di mia moglie al trasferimento, ridicolizzando la vicenda. E hanno trascurato il primo che è stato ispiratore della mia scelta”.
Ci spieghi.
“Dopo poche ore che il mio nome era diventato pubblico, alcuni giornali, invece di titolare “rettore della Sapienza candidato in Calabria”, hanno scritto “candidato un indagato” tirando fuori una storia dell’estate 2019 che era in via di archiviazione. Infatti, il giorno dopo la Procura di Catania ha archiviato la mia presunta turbativa in un concorso d'ateneo”.
Era l’accusa contenuta all’interno dell’inchiesta "Atenei banditi", che ha coinvolto l’Università di Catania e decine di docenti in Italia.
“Sì. In quelle telefonate si capisce chiaramente che dico a chi mi interpella: "Deve vincere il migliore””.
Poi, sempre in quelle telefonate intercettate, offre però un’indicazione ai docenti catanesi su come gestire il concorso.
“Ricordo loro quali sono gli articoli di legge, di legge, che normano la scelta dei candidati interni e di quelli esterni. Una banalità, che qualsiasi docente conosce. Non a caso la Procura di Catania ha archiviato tutto”.
Lei ha letto quei titoli di giornale come un attacco politico.
“Per affrontare un compito così difficile, commissario alla Sanità della Regione Calabria, serve un’assoluta concordia sul nome. Non c’era”.
Ha avuto contro i Cinque Stelle?
“Non voglio fare polemica politica, non l’ho mai fatta. Ma quando ho letto che ero un massone, ho capito che non c’era il clima per la mia candidatura. Se si partiva con i veleni gratuiti, il lavoro sarebbe stato in salita”.
La questione familiare, però, esisteva.
“Di fronte a un impegno da 14 ore al giorno, devi avere con te la tua famiglia”.
Che aveva dei dubbi.
“Vorrei dire una cosa. Il commissario alla Sanità si insedia sì a Catanzaro, la città diventata centro della questione e dei lazzi collettivi, ma io sarei andato a vivere a Cosenza, la mia Cosenza che ho lasciato a 18 anni per salire a Roma e studiare Medicina alla Sapienza. A Cosenza torno ogni estate e per ogni festività. E il 14 dicembre il Comune mi darà la cittadinanza onoraria”.
Aveva il curriculum giusto per il ruolo di commissario, rettore?
“Aver fatto crescere la più grande, e quindi complessa, università d’Europa mi sembra già un buon curriculum. Questa università ingloba dentro di sé tre ospedali. E poi sono un medico”.
Sarebbe stato pronto a lavorare in un ambito dove la criminalità organizzata ha messo radici da tempo?
“Certo. Insieme alle persone giuste, ai magistrati che conosco, all’Università di Catanzaro. E a una promessa di investimenti da parte del governo dopo anni di tagli”.
A che stipendio ha rinunciato?
“Per il commissario alla Sanità della Regione Calabria è previsto un emolumento annuo di 140.000 euro”.
Quale è la morale della sua vicenda?
“In Italia stiamo selezionando la classe dirigente al contrario. Se si ridicolizza un rettore che ha fatto crescere la più grande università d’Europa, a chi si chiederà di amministrare questo Paese?”.
Come lascia la Sapienza?
“Migliore di come l’ho ricevuta. Vorrei dire, innanzitutto, una cosa sugli studenti. Ho rilanciato i servizi per gli iscritti abbassando le tasse prima che lo facesse il governo. Siamo partiti con l’azzeramento dei costi per chi aveva un reddito fino a 14.000 euro e poi, quando il governo ha introdotto la "no tax" a quota 20.000 euro, noi l'abbiamo innalzata a 24.000”.
Sul piano della didattica?
“Siamo passati da 13 a 48 corsi erogati in Inglese. Uno, Medicina in lingua inglese, lo tengo io. Ancora, Scienze dell’atmosfera, Cyber Science, corsi innovativi. Abbiamo riqualificato le nostre aule e con 115 milioni prestati dalla Banca europea degli investimenti ristrutturato la parte antisismica. Gli iscritti sono passati dai 104 mila del 2014 ai 115 mila dell'anno in corso. Gli studenti in corso sono cresciuti di diecimila, danno esami e si laureano".
Il bilancio economico dell'ateneo?
“Abbiamo ridotto i costi intermedi, investito sulle infrastrutture per la ricerca. E assunto. A fronte di mille cessazioni, abbiamo fatto più di duemila concorsi, ottocento per giovani ricercatori. La Banca europea ci ha dato la tripla A”.
Un ateneo così grande, 115 mila studenti, è un problema o una risorsa?
“Temevo fosse un problema, ho scoperto che è una risorsa. La Sapienza è in grado di organizzare corsi complessi tutti in casa, si chiama interdisciplinarietà. E le nostre dimensioni ci consentono un’apertura all’estero che non ha nessuno. Insieme ad altri sette atenei europei abbiamo fondato, e presieduto per primi, il più grande ateneo d'Europa. In Cina, e precisamente a Wuhan, è nata la nostra scuola di Diritto europeo e romano. Abbiamo un accordo con Harvard, la più grande università del mondo, per la Network Medicine. A New York, insieme all’Università di Bologna e alla Federico II di Napoli, gestiamo un palazzo, l’Innovation data center, per lo studio e l’applicazione dell’intelligenza artificiale. E abbiamo aperto corsi di laurea in Africa. Andiamo noi in Etiopia, Somalia, Camerun, Tanzania, Kenya, non portiamo via a quel continente gli studenti migliori. Dimenticavo, la Sapienza di Roma è frequentata da 9.800 universitari stranieri”.
Qual è stata la questione più difficile da affrontare in questi sei anni?
“Quando sono arrivato non c’era un regolamento sulla sicurezza dell'ateneo. Nulla, per 285 edifici. Abbiamo costruito un percorso per cui oggi ogni preside di facoltà è responsabile degli edifici di cui si avvale”.
Cosa non è riuscito a fare durante il suo mandato?
“ll recupero del Policlinico Umberto I, un ospedale con 110 anni di vita, è solo iniziato. Ci sono 220 milioni di euro, e presto partirà la gara di ristrutturazione”.
Ha ricevuto molte pressioni, rettore, durante il suo mandato?
“Minime. Non mi hanno mai chiesto cose strane. Per me, vince sempre il migliore”.
E’ soddisfatto della qualità dei concorsi svolti alla Sapienza?
“Lo faccio dire a terzi. Il ministero, segnalo, ha aumentato la quota premiale del finanziamento ordinario motivando la crescita con la qualità del nostro reclutamento. Se il reclutamento migliora, vuol dire che i concorsi sono credibili. I contenziosi sulle prove sono diminuiti, e spesso i ricorsi vengono avanzati da chi è consapevole di non essere il migliore. Comunque, si può e si deve crescere anche qui. E pure all’estero, sull’argomento, non tutto è perfetto”.